La difficile transizione dell’Afghanistan

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Agosto 2012 – Lo stato in cui  versa oggi l’Iraq, dopo poco più di 6 mesi dal  ritiro delle truppe alleate, può dare utili indicazioni ed indurre serie riflessioni per la futura strategia di uscita da Kabul, seppure le situazioni e le realtà dei due Paesi siano assai diverse. La decisione di lasciare l’Afghanistan agli afgani, così come è stato lasciato l’Iraq agli iracheni, può essere una buona decisione – anche se forzata da differenti motivazioni  e non sempre disinteressate- dopo che le forze della Coalizione, da oltre 10 anni, stanno combattendo il terrorismo di al- Qaeda, tentando di ricostruire il Paese sotto ogni profilo. Tuttavia,oggi, esiste una elevata probabilità che le forze ostili tornino a fare terra bruciata in quelle aree, appena la NATO e gli USA tolgono le tende, con un periodo di feroci  vendette nei confronti delle varie etnie e strati della popolazione civile: una grave responsabilità politica,etica, mondiale. L’Iraq, infatti,sta derivando verso la situazione di Stato fallito; il premier Al-Maliki presiede un sistema corrotto e violento che reprime i pregressi nemici ed anche la popolazione, impiegando le forze istituzionali di sicurezza e la polizia di stato. Il sogno di un Iraq governato da politici eletti dal popolo, a cui devono rispondere legittimamente, sta scomparendo; mancano i servizi sociali basilari, compresa l’energia elettrica, l’acqua potabile, l’assistenza sanitaria; le sparatorie e gli attacchi faziosi continuano senza sosta, creando un clima di paura e di latente terrore per il futuro: l’Iraq è così spinto verso una nuova guerra civile. Washington -sia con Bush, che con Obama- si è preoccupato di garantirsi la benevolenza ed i buoni rapporti  con le autorità di Bagdad, specialmente col primo Ministro, per assicurarsi un’uscita ed un ritiro sicuro delle loro forze da quel teatro. Se questa è la ”stable democracy” che Obama ha ineffabilmente dichiarato a Washington, stiamo freschi! La corruzione galoppa e l’illegalità pure; le ultime notizie riportano bagni di sangue, con 26 attentati e oltre 110  morti  in un solo giorno, peggio di quando c’erano gli occupanti americani! In Iraq, come in Afghanistan, se non ci sarà prima una riconciliazione nazionale  ed un corretto equilibrio fra i diversi leaders politici e religiosi, e delle diverse fazioni, warlords, ecc, la guerra avrà partorito risultati davvero modesti,ma con un tributo di sangue notevole. Non basta riaddestrare le Forze Armate e le poco affidabili forze di polizia o colpire qualche capo di al -Qaeda o talebano per avere un qualche governo democratico e ritirarsi con la coscienza a posto. Così come l’Iraq non è ”transitato” come Stato agli iracheni, nel senso democratico del termine, così il pericoloso e già anticipato ritiro delle truppe della NATO e US, non consegnerà l’Afghanistan agli afgani, e non basterà essersi assicurati le relationships con Karzai per dormire sonni tranquilli : ne vedremo delle belle (si fa per dire!) nella fase di ritiro,  per le vendette dei Talebani, appena le forze alleate lasceranno quel teatro. Non sarà sufficiente il recente accordo strategico raggiunto fra Obama e Karzai per il decennio post 2014; dopo che i soldati americani smetteranno di combattere dalla metà del 2013, fino al definitivo ritiro- alla fine del 2014-  in cui si limiteranno ad una generica funzione di ”supporto”; molti progressi dovranno essere fatti non solo sul piano dell’efficacia operativa delle forze locali, ma soprattutto per  conseguire una riconciliazione nazionale fra i diversi attori e poteri in gioco.  Tale accordo trasferisce la responsabilità della sicurezza agli afgani e stabilisce la cornice per i rapporti di lungo termine e la cooperazione futura, ma resta vago sul livello delle forze residue e sugli aiuti ‘’occidentali’’ dopo il 2014. Nel frattempo i Talebani continuano a condurre attacchi su targets di alto profilo e visibilità, colpendo persone vicine a Karzai; i rapporti e la fiducia fra US ed afgani si sono deteriorati dopo gli incidenti che hanno coinvolto il popolo, non ultimi per gli effetti collaterali dei droni; anche alcuni fatti come dar fuoco al Corano da parte di militari americani non hanno favorito un clima di distensione,anzi. Qualche successo sul piano militare è stato conseguito, colpendo in particolare i capi di al -Qaeda, altri estremisti in Afghanistan e Pakistan; anche alcune aree del Sud sono state bonificate e rese più sicure; ma non basta. Bisognava pretendere che Karzai governasse  secondo la Legge, in uno  Stato di diritto democratico nell’ottica di garantire, fra poco, elezioni libere senza brogli. Non basta focalizzarsi sulla  sicurezza, garantita dalle forze afgane che non potranno fronteggiare comunque pesanti attacchi ‘’contro’’, se non si pensa ad una stabilizzazione del governo; nè è pensabile che esso – e le stesse forze indigene-  debbano essere sempre sorvegliate ed in qualche modo dipendenti da personaggi ‘’stranieri’’ per un tempo indeterminato: ciò è un fattore di notevole debolezza, anche in termini strategici. Nè si può confidare solo in Karzai che, volente o nolente, dovrà lasciare lo scettro dopo le elezioni presidenziali del 2014; i partiti sono deboli e marginalizzati, la corruzione dilaga e, di fatto,  non si sta preparando una ‘’transizione globale’’, a parte quella afferente la sicurezza. La prevalenza del concetto di sicurezza su quello di libertà e di autentica governance, ha prodotto e sta alimentando la cultura  dell’assistenza , del clientelismo della classe dirigente e  di gran parte degli stessi cittadini che tendono ad accontentarsi di  un mediocre pseudosalario da poliziotto o di militare, cercando di fare la cresta ove possibile, nel migliore dei casi. Ma anche i rapporti col Pakistan non sono fra i migliori per la protezione data ai vari gruppi di terroristi che trovano in quel Paese  comodi santuari. Sicuramente, a fronte della attuale instabilità politica e sociale, l’Afghanistan richiederà la presenza di forze della Coalizione ben al di là del 2014; sarà necessario trovare un sostituto di Karzai che  uscirà dalle prossime elezioni presidenziali del 2014, e specifici accordi con l’ambiguo Pakistan e gli imprevedibili,ma temibili, Talebani. Soprattutto la NATO- US, dovranno sincronizzare la riduzione dei contingenti in teatro e ”regolare” gli investimenti finanziari anche per promuovere la risoluzione dei conflitti interni afgani. Un ritiro scoordinato fra i contingenti delle varie Nazioni (emblematico quello francese dichiarato dal neo-inquilino dell’Eliseo) sarebbe assimilabile ad una ”fuga” poco dignitosa che potrebbe costare cara prima di tutto agli stessi afgani, con il collasso delle forze di sicurezza nazionali e con sicuri contraccolpi sul debole stato afgano, ma anche con la reviviscenza dei mai sopiti appetiti Talebani, degli ”insurgents” e del terrorismo. Non  solo assai poco dignitosa, ma   pericolosa  per  i contingenti militari  nella fase di disimpegno e fallimentare per la Coalizione, per la  NATO-ISAF, ma soprattutto per gli interessi geo-strategici americani in quella importante regione. Karzai, va detto, non ha fatto vere riforme, nè fatto crescere  per meriti figure ufficiali in grado di governare, ma consentito una politica di clientelismo, di nepotismo  e di corruzione a livello nazionale e locale. La sua politica di ‘’asso piglia tutto’’ e poco trasparente, complica notevolmente ogni possibilità di riconciliare le varie parti sociali in una qualche identità comune nazionale. E, fattore fondamentale, Kabul dipende moltissimo per la sua ricostruzione, ma anche solo per pagare i salari dei militari e delle forze di polizia, dall’assistenza economica della comunità internazionale, ed in particolare dagli US. Ma gli aiuti esterni non potranno durare all’infinito, specialmente con le crisi economiche in atto, tralasciando lo ‘’spread’’ che incombe sull’Italia! In altre parole se non si vuole mandare tutto ‘’a carte quarantotto’’, gli US debbono pr
etendere un governo legittimato dal popolo, insieme con un accordo equilibrato fra i vari attori afgani, inclusi i Talebani, e con delle precise intese con il Pakistan. In primis bisogna convincere Karzai a cedere il potere dopo le elezioni, senza colpi di mano, ma con alcune concessioni preventive; non a parole, ma cominciando a condizionare gli aiuti, pretendendo fin d’ora una nuova legge elettorale che consenta la partecipazione diretta e trasparente delle varie forze politiche e delle opposizioni affinchè possano esprimersi democraticamente, senza ricorrere alla forza o all’esilio. In secondo luogo, va fatto ogni sforzo per facilitare un qualche accordo fra e con le varie forze di opposizione, in un’ottica di riconciliazione nazionale, includendo i Talebani : cosa non assolutamente scontata ma che và ricercata con ogni mezzo, se del caso coinvolgendoli nel governo. Per ultimo và tenuto di conto che qualunque soluzione politica al conflitto afgano deve essere sostenibile nel tempo e per esserlo deve coinvolgere un reale accordo a livello regionale, col Pakistan in particolare. Che, come noto, è ora influenzato da vari fatti negativi che vanno  dai danni collaterali provocati dai droni americani, alla quasi negazione della loro sovranità (blitz contro Bin Laden), al supporto americano all’India con la quale i contenziosi non sono certo finiti! Parlare di riforme strutturali, riconoscimenti democratici e libertà di espressione politica in un paese invaso da un decennio, di riconciliazione nazionale fra fazioni che si sono odiate ed ammazzate, di legittimazione ed equilibrio nei poteri attuali, non è facile; bisogna stare con i piedi per terra tenendo presente che il successo di tale strategia non è dato per certo. Ma se si vuole avere almeno qualche probabilità di successo, gli sforzi e gli impegni devono sostanziarsi da subito, prima che ci si immerga nella transizione militare con il ritiro delle forze, ed in quella politica del 2014 che potrebbe rivelarsi oltre che inefficace, anche assai pericolosa, e non solo per gli afgani. Soprattutto quando i militari NATO diverranno di ‘’supporto’’alle forze afgane potrebbero diventare facili bersagli, anche perché le stesse –ammesso e non concesso che siano effettivamente in grado di svolgere i difficili compiti che le attendono-  verranno ‘’tagliate’’ di oltre un terzo, da 352.000 a  230.000, per carenza di fondi assegnati proprio nel momento più critico e di maggior pericolo. Una fase estremamente delicata che va sincronizzata sotto tutti gli aspetti, militari e sociali; sembra che, invece, molti Paesi contributori pensino già ad una accelerata smobilitazione ( o fuga?) a prescindere dalla ‘’sincronizzazione’’ degli eventi; ma se la situazione non si stabilizza e non lascia ben sperare che gli afgani possano gestire il futuro del loro Paese, allora bisogna prepararci a restare, uniti, per assistere – anche con adeguati contingenti- l’Afghanistan ben oltre quell’ottimistico 2014  fortemente voluto da Obama per lapalissiani motivi elettoralistici. Nonostante tutto, credo che ‘’l’uva sia ancora acerba’’ e che convenga alla comunità internazionale garantire la sicurezza, la democrazia e la libertà, con una transizione più onesta, realistica e trasparente per gli afgani; che tuttavia debbono essere ‘’costretti’’, a cominciare dall’ineffabile Karzai, anche centellinando i finanziamenti, a darsi una smossa, su tutto il fronte, pena il caos…ed altro!

Giuseppe LertoraVedi tutti gli articoli

Ammiraglio di Squadra, ha ricoperto la carica di Comandante in Capo della Squadra Navale e, per quasi 2 anni, quella di Comandante della Forza Marittima Europea in UNIFIL durante la crisi libanese. Precedentemente è stato Comandante in Capo del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno e “Senior National Representative” Italiano presso USCENTCOM per le Operazioni Enduring Freedom ed Iraqi Freedom. Comandante dell'Accademia Navale per un triennio, in precedenza ha svolto l’incarico di Capo Reparto Aeromobili. Ha comandato fra l’altro la Fregata Maestrale ed il Caccia Mimbelli.

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