A proposito di tassa sugli eroi

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di Suvorov
La tassazione dell’indennità spettante ai decorati è di una consistenza e di un’ utilità troppo esigua per trovare motivazione nelle esigenze di cassa della nostra pur disastrata finanza pubblica. La misura non deve invece sorprendere se collocata in una diversa ma certamente più realistica considerazione di quali siano le attitudini della cultura politica dominante verso il mondo militare, e  ambienti  affini, che in questo passaggio storico si concretizzano in un piano di smantellamento di tutti quei benefici e trattamenti, peraltro modesti e non tali da determinare vantaggi paragonabili a quelli – tuttora inviolati – di altre ben note categorie, finalizzati a compensare, per alcuni aspetti in modo poco più che simbolico, i pesanti oneri della condizione militare. E anche se non andasse in porto essa va letta nella prospettiva di una soluzione finale che da quella cultura viene perseguita, nonostante nel Parlamento si votino leggi che affermano la specificità del soldato e del poliziotto, e che consiste nella piena e totale equiparazione del cosiddetto comparto sicurezza al rimanente pubblico impiego, spogliandolo di ogni tipicità normativa e retributiva. Per definire le cose col loro nome e per dare un contributo di chiarezza, la sinistra ha nella sua maggioranza, specie nei suoi esiti radicali, sempre intravisto nelle forze armate il portato di un complesso valoriale ad essa estraneo. Anche la strategia di conquista del potere mediante l’affermazione di un’egemonia culturale sulla società non ha contemplato alcun ruolo per il mondo militare: al riguardo il partito comunista ha costantemente cercato il controllo o la sintonia con altri ordini (intellettuali, magistratura, finanza, ecc.), ritenuti più decisivi nel contesto sociale. L’avversione verso i difensori dell’ordine permea dunque in modo inequivocabile la vicenda storica e politica dei movimenti di sinistra, anche se le loro espressioni istituzionali  sono state tante volte molto abili nel dissimulare tali propensioni, soprattutto quando la sinistra stessa ha avuto responsabilità di governo. Non sorprenda inoltre il fatto  che la tassa sugli eroi sia ascrivibile a questo Esecutivo cosiddetto tecnico. A parte il fatto che i redattori del bilancio nazionale sono tutt’ altro che i “freddi compilatori “ di quel documento (così li ha definiti un pur autorevole commentatore quale Oscar Giannino): le alte burocrazie ministeriali, spesso con progressione di carriera ad ispirazione sindacale, o provengono anch’esse dalla sinistra o adottano comportamenti realisti dettati dalla convinzione che il potere determinante risiede tuttora in quell’area. Ma questo Governo è tutt’altro che impolitico ed il suo esplicito programma, dopo essere subentrato ad un Governo eletto, è quello di trasferire Palazzo Chigi ad altri eletti che, salvo improbabili insuccessi stile gioiosa macchina da guerra, altro non sarà che una coalizione a guida PD, dalla quale tutte le componenti forti  si sentono più garantite. Un disegno dunque di carattere nettamente politico; un caso in cui la tecnica è chiaramente la continuazione della politica con altri mezzi. Del resto non è una novità nel panorama nazionale. Fino a Badoglio erano i generali i tecnici per eccellenza ed il Sovrano, quando il sistema scricchiolava, non esitava ad affidare loro le redini della nazione e la soluzione dei problemi più delicati. Come pure il già prefetto di Napoli Di Rudinì non mancò di assegnare la generale Bava Beccaris l’incarico di ristabilire l’ordine pubblico a Milano, con le salve di cannone. Le munizioni che i tecnici di oggi hanno, per vocazione e professione, nelle loro giberne sono le tasse.

 

 

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