Lockheed Martin a Roma per difendere il programma F-35

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Roma – Il controverso programma militare Joint Strike Fighter (JSF) è stato al centro di una conferenza stampa organizzata a Roma da Lockheed Martin (F-35 Lightning II Program Overview) per sottolineare i risultati raggiunti dal programma e per rispondere ad alcune notizie di stampa che secondo l’azienda non sono aderenti alla realtà. La missione della delegazione statunitense, guidata da Stephen F. O’Bryan che ha ricevuto il testimone per lo stesso incarico da Tom Burbage, responsabile dell’integrazione del programma e sviluppo business che a fine mese andrà in pensione, era senza dubbio quella di rassicurare i presenti sulla bontà del programma. Forse è stato questo il motivo per cui il programma è stato “ripresentato” per dire che l’F-35, velivolo della Quinta generazione, presenta notevoli e sostanziali differenze con i velivoli della Quarta generazione che ormai hanno esaurito tutto il loro potenziale di crescita aggiungendo che entro il 2018 lo JSF avrà un costo unitario di 67 milioni di dollari compresi motori e sistemi di missione, contro gli attuali 120 milioni di dollari. Un traguardo che sarà raggiunto secondo i dirigenti di Lockheed Martin quando saremo vicini al 500° esemplare ossia con il decimo lotto (LRIP – Low Rate Initial Production 10) evidenziando come tra il primo e il quinto anno di produzione i costi si ridurranno del 50 per cento e potrebbero calare ancora di più. Il  problema semmai è quanto realmente costeranno i primi sei F-35A per l’Italia, una cifra che non è stata fornita anche se al momento tre velivoli sono stati formalmente contratualizzati mentre per gli altri tre il contratto deve essere ancora firmato. O’ Bryan ha accuratamente evitato di entrare nelle polemiche politiche che si sono scatenate attorno allo JSF nel nostro Paese e in altri aderenti al programma ma per ha voluto sottolineare i vantaggi che l’adesione al programma porterà all’industria aerospaziale italiana. Il messaggio è stato molto chiaro e cioè che dopo il taglio di F-35 da 131 agli attuali 90, peraltro già quantificato nella ripartizione attuale dei costi, qualsiasi riduzione ulteriore comporterebbe un calo proporzionale nella pianificazione industriale di Lockheed Martin per l’Italia. In altre parole significherebbe che a fronte di nuovi tagli ci sarebbero meno ritorni per il nostro Paese. O’Bryan è stato evasivo quando è stato chiesto cosa accadrebbe se l’Italia volesse rinunciare del tutto al nuovo velivolo ricordando che esiste un accordo tra il governo italiano e quello americano e quindi se ci dovessero essere delle penali sarebbero discusse a livello governativo. Gli uomini di Lockheed Martin hanno voluto invece sottolineare i vantaggi derivanti dalla messa a regime del programma, osservando che potrebbero offrire altri 4 miliardi di dollari di lavoro in aggiunta ai 9 miliardi già previsti di ritorni industriali fino al 2039. E’ stata sottolineata l’importanza della FACO (Final Assembly and Check Out) di Cameri dove verranno realizzate le ali degli F-35 per tutto il mondo ricordando poi come l’impianto italiano sarà l’unico ad avere le stesse caratteristiche industriali dopo quello di Fort Worth e per gli americani rappresenterebbe la seconda linea di produzione. In luglio a Cameri prenderà il via la realizzazione del primo F-35 italiano che uscirà dalla linea di assemblaggio alla fine del 2015 per essere poi consegnato all’Aeronautica Militare entro il 2016.

Federico CerrutiVedi tutti gli articoli

Nato a Roma, dove risiede e lavora, ha iniziato la sua carriera giornalistica nel 1965 con la rivista Oltre il Cielo occupandosi di spazio sia civile che militare e con la testata Ali Nuove. Nel 1971 ha iniziato a lavorare con Alata e dal 1979 con Difesa Oggi della quale divenne caporedattore lavorandovi fino al 1998. Ha collaborato con Rivista Aeronautica, il quotidiano Europa, il Centro Militare Studi Strategici (Cemiss) e svolto alcune attività con il SIOI. Dal 2001 è defence editor di Analisi Difesa.

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