L’ AISI NON ESCLUDE LEGAMI TRA PIRATI E TERRORISTI ISLAMICI

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Adnkronos – ”Non va esclusa” la possibilità di ”eventuali legami tra gruppi di pirati, in particolare quelli che stazionano al largo dei Paesi mediorientali, e gruppi di terroristi islamici”. E’ quanto si legge in uno studio pubblicato su Gnosis, rivista di intelligence dell’Aisi (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna). E non si tratta dell’unico profilo di particolare allarme: ”gli attacchi pirateschi a petroliere e navi-cargo chimiche, condotti con l’uso di armi pesanti, possono essere causa di disastri ambientali di grandi dimensioni. Sinora -viene rilevato- queste eventualità non si sono mai realizzate, sicuramente non in proporzioni preoccupanti, ma questo non è un valido motivo per ‘abbassare la guardia”’. La comunità internazionale e i singoli Stati ”non stanno, sicuramente, sottovalutando il fenomeno della pirateria e le problematiche che da esso derivano. Il loro impegno è’ intenso e costante ma, indubbiamente, vanno posti in evidenza alcuni punti che meritano un approfondimento e soluzioni maggiormente adeguate”. A cominciare, evidenzia il periodico dell’Aisi, dalle Convenzioni internazionali che ”affrontano il problema da un punto di vista troppo generale evitando di entrare in questioni più specifiche e conferendo agli Stati solo facolta’, e non obblighi, di intervento; le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, peraltro emesse in notevole quantità a scapito di una maggiore chiarezza e linearità, non rappresentano un’efficace soluzione a queste pecche”. La comunità internazionale ”tende a responsabilizzare i Paesi del terzo mondo direttamente coinvolti dal fenomeno – in primis la Somalia – ai quali viene affidato il compito di punire i pirati e gli altri soggetti che danno loro sostegno: l’iniziativa e’ lodevole ma si scontra con le indubbie carenze normative e organizzative di questi Stati. La legislazione internazionale troppo generale e l’affidamento della repressione penale a Paesi arretrati non fanno che creare considerevole aree di impunità nelle quali i pirati continuano a sopravvivere indisturbati e a realizzare colpi sempre più eclatanti”. Sarebbe quindi ”opportuno un intervento volto a porre rimedio a queste carenze, magari con l’introduzione di un protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Montego Bay volto a colmare le lacune riscontrate nella stessa; oltre all’affidamento della repressione dei crimini di pirateria anche ai Paesi che procedono alla cattura dei criminali e a quelli di bandiera del naviglio assalito”. ”Un’ottima misura che potrebbe rappresentare un decisivo ostacolo all’attività piratesca -si legge su Gnosis- sarebbe il blocco dei beni volto ad impedire il pagamento dei riscatti. L’introduzione della stessa ha rappresentato un’arma efficacissima per porre un freno al dilagare dei sequestri di persona a scopo di estorsione realizzati in Italia – principalmente dalle organizzazioni criminali sarde e calabresi – negli anni Ottanta e Novanta”. Si tratta di ”scenari estremamente differenti ma, comunque, accomunati dal sequestro, di un bene o di esseri umani, con la finalità di richiedere un riscatto. Nessun Paese, sinora, ha adottato iniziative simili; solo gli Usa- con l’Ordine Esecutivo n. 13536 emanato dal presidente Obama nell’aprile 2010 – hanno vietato il pagamento di riscatti ad 11 terroristi operanti in Somalia”. Dall’esame dei luoghi nei quali la pirateria sorge e prolifera, ”si evince facilmente che essa trova un terreno particolarmente fertile in situazioni politiche molto precarie e in contesti economici decisamente disagiati. La situazione somala e’ emblematica in questo: nonostante negli ultimi anni la comunità internazionale si stia prodigando per porvi rimedio, il Paese africano è andato avanti senza un governo stabile e duraturo dal lontano 1991, quando il dittatore Siad Barre fuggi’ all’estero con il conseguente scoppio di una violenta guerra civile”. Stesso discorso, rileva Gnosis, vale per il Bangladesh, ”nelle cui acque è massiccia la presenza di equipaggi pirateschi, il quale – nonostante il grande sviluppo di realtà intorno ai suoi confini come l’emergente nazione indiana – resta un Paese fortemente arretrato e povero a causa dell’esplosione demografica e di condizioni ambientali disastrose”. L’intervento militare da parte della comunità internazionale e la repressione penale dei responsabili dei crimini ”rappresentano mezzi estremamente validi per combattere la pirateria del XXI secolo ma una strategia ancor più appropriata è quella di fornire preventivamente ai Paesi direttamente interessati al problema una buona stabilità politica, con conseguenti garanzie democratiche, oltre alla possibilità di una crescita economica adeguata: in questa fase -si legge sulla rivista dell’Aisi- un ruolo primario spetta alle organizzazioni internazionali e alle nazioni più evolute, nonché alle agenzie di intelligence che a queste fanno capo”. L’impegno dell’Italia nella lotta alla pirateria ”non e’ secondo a nessun altro Paese coinvolto dal fenomeno. L’attività svolta e’ stata diretta in tutte le direzioni possibili”, dall’invio di navi all’approvazione di leggi ad hoc. ”Bisogna, quindi, augurarsi che la dedizione italiana sia di esempio anche per altri Paesi: la pirateria del XXI secolo rappresenta un quid che, se non adeguatamente tenuto sotto controllo, può rappresentare un pericolo per tutte le democrazie moderne”, viene rilevato. Le statistiche sull’andamento del fenomeno ”hanno mostrato come l’imbarco di personale armato col compito di protezione da eventuali attacchi dei pirati si sia rivelato globalmente positivo. L’effetto deterrente che ne conseguirebbe è di notevole entità e, per di più, i Security team fornirebbero un notevole apporto in fatto di sicurezza tenuto conto che è impossibile un controllo capillare e completo – da parte delle forze militari partecipanti alle missioni internazionali – delle aree soggette a possibili attacchi dei pirati in ragione della loro grande estensione”. La repressione penale nei confronti dei pirati arrestati, evidenzia l’approfondimento di Gnosis, ”si è’ rivelata, soprattutto dall’inizio della crisi del Corno d’Africa, un problema di non facile soluzione”. La risoluzione n. 2020 dell’Onu ha invitato gli Stati ad emanare norme punitive, non solo nei confronti degli autori degli atti di pirateria ma, anche, nei confronti dei loro mandanti e complici. E’ emerso però dai dati ufficiali ”che su circa mille pirati catturati, solo 500 sono stati processati”.Tra gli Stati che hanno proceduto per via giudiziaria contro i pirati ”vi sono gli Usa, i Paesi Bassi, la Germania, la Francia, il Kenya, le Seychelles, il Puntland (con 290 condanne) e il Somaliland (con 94 condanne). Attualmente, in Italia, e’ in corso un procedimento penale nei confronti di alcuni pirati somali che hanno dato assalto a una nave italiana”. L’alto numero delle condanne emesse negli Stati somali ”potrebbe apparire un dato positivo ma, in realtà -rileva il periodico dell’Aisi- non vi è alcun riscontro oggettivo riguardo il modo con cui si sono svolti i procedimenti penali, ne’ sulla reale applicazione delle relative sanzioni”. All’inizio la strada che si voleva intraprendere era quella dei tribunali internazionali ma, con la risoluzione 2020, si è giunti ad ipotizzare forme di giurisdizione regionale – sul modello occidentale – con l’istituzione di Corti speciali somale in Puntland o in altre sedi federali, oppure di Tribunali somali delocalizzati presso altri Stati africani. ”I tempi per addivenire ad un buon funzionamento della giustizia somala, però, sono abbastanza lunghi; c’è bisogno di costruire le carceri e occorre il personale giudiziario, senza tener conto -aggiunge Gnosis- che le istituzioni somale dovranno emanare le norme penali da applicare”.

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