Tagli ai budget. Lotta più dura per i caccia

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di Gianandrea Gaiani da Il Sole 24 Ore del 16 giugno
I tagli ai bilanci della Difesa occidentali non lasciano alternative all’industria aerospaziale che, specie in Europa, deve puntare decisamente sull’export per sopravvivere. I dati parlano chiaro: le flotte di velivoli militari sono in costante calo in Europa e la tendenza è destinata a rafforzarsi come confermano i tagli ai cacciabombardieri francesi Rafale e Mirage da 286 a 225 e alla flotta di elicotteri tedeschi da 122 a 82 Tigre da attacco e da 80 a 57 NH-90 multiruolo. La lotta è resa più dura per gli europei dalla crescente pressione di Washington che spinge sull’export militare soprattutto sui ricchi mercati asiatici per consentire all’apparato industriale di compensare i tagli al budget del Pentagono che resta comunque superiore ai 500 miliardi di dollari annui. Nel settore dei velivoli da combattimento gli europei rischiano di uscire di scena nei prossimi anni quando verranno esauriti gli ordini per i cacciabombardieri Typhoon del consorzio Eurofighter (nel quale Alenia Aermacchi del Gruppo Finmeccanica detiene il 21 per cento), il francese Dassault Rafale e lo svedese Saab Gripen.

Gli europei pagano lo scotto di non aver saputo produrre un velivolo comune e si sgambettano a vicenda nelle gare internazionali come quella per le forze aeree indiane (126 velivoli per un valore di 20 miliardi di dollari) vinta dal Rafale ma ancora senza la firma sul contratto, o quella negli Emirati Arabi Uniti per 60 velivoli dove  il Typhoon  sembra ora favorito. Dopo aver perso la gara in Giappone (vinta dallo statunitense F-35) ed essersi imposto recentemente in Oman (12 velivoli) il Typhoon potrebbe avere buone chanches anche in Kuwait ma queste gare, come quelle in Corea del Sud (60 aerei), Canada, Danimarca e Malaysia (18 caccia) sono considerate test-chiave per valutare il potenziale di esportazione dei velivoli europei finora prodotti o ordinati complessivamente in appena un migliaio di unità: meno di 300 Gripen, quasi 600 Typhoon e circa 200 Rafale. In assenza di ordini consistenti, i fighter “made in Europe” usciranno di produzione tra pochi anni lasciando alle aziende solo il business dell’aggiornamento e manutenzione. Nel 2020 l’unico velivolo da combattimento occidentale in produzione potrebbe essere l’F-35 di Lockheed Martin che nonostante le difficoltà di sviluppo e gli elevati costi ha recentemente ottenuto nuovi ordini da Norvegia e Singapore.

Uno scenario plausibile con l’esaurirsi degli ordini alla stessa LM per gli F-16 realizzati in oltre 4.400 esemplari e a Boeing per gli EF-18 Super Hornet (ordinati in nuovi lotti da Marines e Australia) e gli F-15S Silent Eagle venduti all’Arabia Saudita e in gara anche a Seul. Un’ipotesi che getterebbe le basi per il monopolio statunitense e di LM sul mercato militare più ricco favorito dagli accordi con le industrie dei Paesi che hanno acquisito l’F-35. Tra questi l’Italia che prevede di acquisire 90 velivoli coinvolgendo diverse aziende e soprattutto Alenia Aermacchi che nello stabilimento di Cameri (costato allo Stato 800 milioni di euro) produce ali e avvierà in luglio l’assemblaggio del primo F-35 italiano.
In futuro gli unici concorrenti del Joint Strike Fighter potrebbero essere i russi Sukhoi 30 e 35 ampiamente esportati e il nuovissimo caccia da quinta generazione TA-50 attualmente in fase di sviluppo ma uno spazio potrebbero ritagliarselo anche i nuovi jet cinesi ora che Pechino è passata primo importatore di armi al sesto posto tra gli esportatori

Anche nel settore dei grandi velivoli teleguidati (droni) l’Europa rischia di uscire dal mercato, anzi di non entrarvi proprio, schiacciata dai prodotti statunitensi e israeliani. Basti pensare che italiani, britannici e francesi hanno acquistato gli statunitensi Predator e Reaper in attesa di un accordo per un drone armato europeo che potrebbe venire annunciato al Salone del Bourget ma che richiederebbe tempi lunghi e costi più elevati dei velivoli americani. Del resto Washington punta decisamente a sbarazzarsi dei concorrenti europei. Negli ultimi anni ha annullato il contratto per gli aerorifornitori vinto da Airbus ( poi assegnato a Boeing) e la commessa per gli elicotteri presidenziali vinta da AgustaWestland con una speciale versione dell’AW-101 mentre l’anno scorso ha cancellato l’ordine per i cargo tattici C-27J di Alenia Aermacchi destinati alla US Natonal Guard e persino quello per i più vecchi G-222 ammodernati già consegnati alle forze aeree afghane. Misure che puntano a proteggere il mercato domestico e a favorire l’export degli statunitensi C-130 di Lockheed Martin.

Un trend che potrebbe portare altre delusioni all’industria italiana che ha buone carte da giocare nel settore degli addestratori avanzati dove l’M-346 Master di Alenia Aermacchi, già scelto da Israele e Singapore, parteciperà a tutte le gare dei prossimi anni inclusa quella miliardaria per  l’aeronautica statunitense. Eppure dove l’integrazione dell’industria europea è una realtà, come nel settore missilistico, i successi non mancano anche sul mercato americano. MBDA Missile Systems (costituita da Eads, Bae System e Finmeccanica) ha siglato un accordo con Lockheed Martin per impiegare i suoi missili sui lanciatori dell’azienda statunitense, costretta ad allearsi con il gruppo europeo dalla decisione del colosso della missilistica Raytheon di tagliarla fuori producendo propri lanciatori per fornire ai clienti un “pacchetto completo”.

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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