Il ruolo del Kazakhstan nella distensione nucleare

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intervista a Ermanno Visintainer

di Federico Prizzi (storico e analista militare)

Il 3 settembre 2013 si è svolto, presso la sede di Confindustria a Trieste, la “Giornata Internazionale contro i test nucleari” dall’interessante sottotitolo: “Le armi nucleari oggi: ‘pericoloso relitto della guerra fredda’ o strumento per nuove politiche di potenza?”. Patrocinato dal Console Onorario della Repubblica del Kazakhstan per la Regione Friuli Venezia Giulia Luca Bellinello ha visto la presenza di illustri relatori tra i quali: Andrian Yelemessov, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica del Kazakhstan in Italia, Roman Vassilenko, Ambasciatore con l’incarico per la missione speciale del Ministero Affari Esteri della Repubblica del Kazakhstan, il Prof. Maurizio Simoncelli, Vicepresidente dell’Archivio sul Disarmo, il Prof. Igor Jelen, dell’Università degli Studi di Trieste e il Prof. Ermanno Visintainer, turcologo, Professore Onorario presso l’Università kazaka di Alma Ata (Almaty) nonché Cofondatore e Presidente del Centro Studi “Vox Populi” e Senior Fellow dell’autorevole Think Tank di Studi Geopolitici “Nodo di Gordio”.

In questi ultimi anni la minaccia di un eventuale impiego delle armi nucleari più che un “pericoloso relitto della Guerra Fredda” sembra essere un concreto strumento per nuove politiche di potenza come dimostrato con il caso Iran e Corea del Nord. Quale è oggi il ruolo del Kazakhstan nella proliferazione nucleare?

Visintainer: Quello delle armi nucleari è un tema caldo e sempre di attualità, come particolarmente dimostrato in questi giorni di vigilia di un nuovo conflitto regionale in Medio Oriente con il relativo rischio di un suo allargamento con effetto domino.
Certamente, la questione inerente il pericolo di proliferazione del nucleare s’incentra essenzialmente su due Paesi: la Corea del Nord e l’Iran; benché questi non siano gli unici paesi a rappresentare una minaccia in tal senso. Da una parte, infatti, c’è un regime governato da un anacronistico “Monocrate rosso” che possiede da tempo un arsenale atomico, per quanto obsoleto, che periodicamente, attraverso i test nucleari, mostra i muscoli al resto del mondo con il mero fine di consolidare il proprio consenso interno. Dall’altra l’Iran, uno stato canaglia per definizione, particolarmente inviso all’Occidente. Quella di Teheran è un’ombra minacciosa, in quanto sebbene le finalità del suo nucleare siano dichiaratamente civili, quasi unanimemente sono ritenute dei deterrenti se non addirittura di natura bellica. Sul fronte diametralmente opposto si posiziona il Kazakhstan. Questo Paese, infatti, qualche mese dopo la sua Indipendenza, avvenuta il 29 agosto 1991, ha voluto compiere un gesto altamente simbolico rivolto al rafforzamento della pace e della sicurezza globale: dismettere il sito adibito ai test nucleari di Semipalatinsk rinunciando, di fatto, al quarto maggiore arsenale nucleare e missilistico esistente allora al mondo.

Realpolitik o Weltanschauung?

Un gesto quello del Kazakhstan altamente significativo. Un caso più unico che raro, come recentemente ha avuto modo di commentare in un’intervista l’ex presidente della Commissione Parlamentare dell’OSCE, l’On. Riccardo Migliori. Una dimostrazione di buona volontà e un contributo tangibile alla distensione internazionale, in linea con le altre politiche, sia interne che esterne, portate avanti dal Paese negli ultimi anni: multiculturalismo, multiconfessionalismo, dialogo fra civiltà, sicurezza globale, ricerca sulle fonti energetiche alternative.

Potremmo, pertanto, vedere nel prossimo futuro il Kazakhstan quale mediatore diplomatico privilegiato sulla politica nucleare in Asia Centrale e in Medio Oriente?

Una proposta portata avanti negli ultimi tempi dal Presidente kazako Nazarbayev, allontanandosi nel tempo l’opzione dell’intervento militare, è proprio quella di una mediazione diplomatica con Teheran. Una proposta volta a depotenziare tanto la minaccia dell’atomica degli Ayatollah, quanto l’esplodere di un conflitto che neppure il più ottimista degli osservatori può credere circoscrivibile nel tempo e nello spazio. Infatti, il presidente Nursultan Nazarbayev aveva avanzato pubblicamente una proposta articolata che, se accettata, porterebbe da un lato a impedire a Teheran di dotarsi di un arsenale atomico – placando così i timori degli israeliani e dei vicini sauditi – dall’altro, però, garantirebbe all’Iran il diritto di sviluppare il nucleare per usi civili. Un diritto che gli emissari iraniani hanno sempre rivendicato in tutte le sedi internazionali, trovando udienza a Mosca e Pechino.
In sostanza la proposta kazaka prevede la costituzione di una “Banca mondiale del combustibile nucleare” sotto controllo dell’Aiea, che, concentrando in un unico centro tutto il materiale necessario alla produzione di energia atomica, garantirebbe sia lo sviluppo di questa per usi civili, sia il controllo sui rischi di proliferazione nucleare. In pratica, l’Iran – con gli altri Paesi considerati pericolosi – potrebbe ricorrere a questa “Banca” per alimentare lo sviluppo di un proprio nucleare civile, ricevendone forniture di uranio a basso arricchimento. Il Kazakhstan, con questo progetto, si è anche proposto come sede di tale istituzione internazionale.
Proposta sostenuta anche dal fatto che la Repubblica centro-asiatica è uno dei maggiori produttori al mondo di uranio, nonché dotata delle strutture tecnologiche necessarie per trasformare l’uranio altamente arricchito – quello essenziale per le armi nucleari – in uranio a basso arricchimento, di esclusivo uso civile. Tecnologie e strutture – in particolare l’ex-poligono militare sovietico di Semipalatinsk e la Spa “Fabbrica metallurgica Ulbinskij” – già messe alla prova quando, negli anni immediatamente successivi all’implosione dell’Urss, il giovane Kazakhstan rinunciò al proprio arsenale nucleare e procedette a smantellarlo. Scelta che ha permesso ai tecnici di Astana di acquisire una notevole esperienza nello stoccaggio del combustibile nucleare.

Una mossa geopolitica non indifferente che sembra quasi sposare, paradossalmente, la teoria “Neocon” di un Medio Oriente allargato noto anche come Greater Middle East.

Il fatto che tale proposta venga proprio da Nazarbayev appare particolarmente significativo nel delicato momento che stanno attraversando gli equilibri internazionali. Infatti, in questo ventennio, il leader kazako è riuscito a mantenere buoni rapporti tanto con Washington che con Mosca, e a stringere progressivamente le relazioni anche con Pechino. Astana, oggi, rappresenta uno dei due pilastri della nuova Unione economica eurasiatica, disegno particolarmente caro a Putin, ma, al contempo, intrattiene eccellenti relazioni con gli Stati Uniti. Tant’è che Barack Obama ha immediatamente dichiarato la propria disponibilità a sostenere la proposta kazaka, che sembra incontrare anche il favore della Russia e della Cina. Peraltro, la creazione di tale “Banca mondiale” si dovrebbe stagliare su uno scenario che vedesse la creazione nel Grande Medio Oriente di una “zona libera dalle armi nucleari” sotto egida di Onu e Aiea, su modello di quelle già esistenti in America del Sud, Africa e area pan-pacifica. “Zona” che però, nel Greater Middle East verrebbe a rappresentare un significativo depotenziamento sia della proliferazione nucleare, sia della minaccia di conflitti. Non si può, infatti, dimenticare che, oltre alla “questione iraniana”, il rischio nucleare è rappresentato anche dal perdurare della tensione fra India e Pakistan, entrambe dotate di arsenali atomici, nonché dalla preoccupazione crescente – e suffragata da numerosi dati dell’intelligence statunitense – che proprio nell’inquieto e tormentato Grande Medio Oriente si realizzi l’incubo agitato da molti film catastrofici: le armi nucleari in mano a gruppi terroristi o movimenti fondamentalisti.

In quest’ottica, pertanto, deve essere letto il ruolo kazako nel recente Vertice di Almaty?

Un contributo che il Kazakhstan ha voluto dare, nell’anno corrente, alla questione del nucleare iraniano si è concretizzato in una serie di incontri, iniziati il 25 e il 26 Febbraio sul proprio territorio, che hanno visto da una parte l’Iran e dall’altra il gruppo dei 5+1, (Stati Uniti, Cina, Russia, Inghilterra, Francia, membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania). Incontro, questo,  in occasione del quale è stato ripreso il dialogo sul nucleare iraniano.
I risultati dell’incontro sono stati commentati dal Presidente della Commissione sulla non proliferazione delle armi di distruzione di massa, Kanat Saudabayev, il quale ha detto: “I colloqui di Almaty sul programma nucleare iraniano sono stati un passo importante per rafforzare la fiducia e la comprensione tra le parti e per rafforzare la comprensione della necessità di risolvere i problemi esclusivamente attraverso mezzi pacifici e diplomatici. Il Kazakhstan non è un partecipante diretto nelle negoziazioni – ha specificato Saudabayev – però il nostro Paese ha creato tutte le condizioni per la loro attuazione significativa”. Il Presidente dello Stato, alla vigilia dei negoziati, ha ricevuto anche il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran Sayid Jalili e l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton. Un modesto ma significativo progresso, all’interno di questo complesso processo di negoziazioni. A questo è succeduto, inoltre, un vertice di due giorni tra l’Iran e il gruppo 5+1. Svoltosi il 5 e 6 aprile ad Almaty, si è concluso con alcune dichiarazioni aggiuntive nella direzione che non hanno portato a risultati eclatanti, ma che comunque lasciano aperto uno spiraglio per il dialogo. Tant’è che più recentemente l’Ambasciatore iraniano Gorban Seyfi ha auspicato che il Kazakhstan ospiti un’altra tornata di incontri sulla questione.

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