Finmeccanica: "L’F-35 non è un nostro programma"

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di Silvio Lora-Lamia

Dopo una prima testimonianza resa il 26 settembre a poche ore dalla firma dell’ordine d’acquisto dei primi sei F-35 italiani, mercoledì 16 ottobre l’amministratore delegato di Finmeccanica Alessandro Pansa si è sottoposto a una seconda audizione  alla Commissione Difesa della Camera nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sui sistemi d’arma. L’audizione è stata accompagnata da nuove informazioni e chiarimenti sulle varie attività militari del gruppo incentrandosi soprattutto sul sistema d’arma Joint Strike Fighter, dalle cui vicende del resto quattro mesi fa l’indagine parlamentare aveva preso le mosse. I dati sull’attuale impegno industriale italiano nel programma americano e le proiezioni per gli impegni a venire citati da Pansa sono parsi più o meno in linea con quelli dichiarati tempo addietro dal Segretariato Generale della Difesa (Segredifesa), che come è noto “conduce le danze” in questa sorta di crocevia del procurement militare del nostro Paese. L’amministratore delegato di Finmeccanica ha dichiarato che il sistema costruito intorno al programma F-35 “porta a casa ricavi potenziali di 10 miliardi di dollari”, una cifra ridotta rispetto ai 14,3 dichiarati a luglio in un’intervista “autoprodotta” dalla Difesa dal Generale Domenico Esposito, responsabile degli Armamenti aeronautici di Segredifesa. Come auspica per primo il Ministero, “lo sviluppo delle potenzialità industriali e occupazionali”, ha detto Alessandro Pansa, “dipende dalla nostra capacità di utilizzare le infrastrutture create per la costruzione delle componenti e l’assemblaggio del velivolo anche per attrarre la manutenzione della parte avionica e elettronica dei velivoli inglesi, olandesi e norvegesi oltre a quelli statunitensi di stanza in Europa. Nel momento in cui fossimo in condizione di poter attrarre questo lavoro, e pensiamo di poterlo fare,” ha proseguito, “l’occupazione complessiva che si potrebbe generare negli anni è di 5.000 persone”.

 

 

 

 

 

 

 

Stime in calo per commesse e occupazione

Con questo nuovo dato la holding guidata da Pansa ridimensiona due volte i proclami dei vertici militari e politici che ancora negli ultimi 18 mesi avevano dato per certi 10.000 nuovi posti di lavoro, per riconoscere poi che questi nuovi posti sostituivano in realtà quelli generati dall’Eurofighter, un programma dato prematuramente per esaurito, ammettendo infine per bocca del Generale Esposito che il totale si attesta in realtà su 6.000. L’altra “smentita” di Finmeccanica è che i 5.000 occupati vanno riferiti a una fase successiva alla produzione industriale, cioè alla manutenzione e alle altre attività tecniche che accompagneranno la vita operativa degli aerei, mentre per la fase produttiva probabilmente valgono ancora i dati di un recente documento riservato di Alenia Aermacchi già citato a suo tempo su queste colonne, secondo cui a Cameri almeno fino al 2018 il totale degli addetti tecnici e impiegatizi non raggiungerà le 600 unità (in un documento elaborato invece dall’Aeronautica Militare, sotto la vice “Profilo di produzione” a fronte di una capacità a regime della FACO di 24 aerei assemblati all’anno, se ne prevedono 21 a partire solo dal 2024 ma calcolando anche 85 F-35 olandesi, ora scesi a meno della metà). Quanto ancora alle prospettive post-produzione citate da Pansa, non si può tacere come anche queste allo stato siano solo auspicabili e/o potenziali, oltretutto vincolate all’eventualità che buona parte dei possibili clienti delle future officine di manutenzione di Cameri preferiscano provvedere da sé (vedi “F-35: la Norvegia divorzia dall’Italia?” sempre su Analisi Difesa).

Nell’annunciare in Parlamento l’impegno “a massimizzare i ritorni per il sistema industriale italiano nel complesso, e per Finmeccanica”, Alessandro Pansa ha ribadito un concetto che aveva già espresso nella prima audizione, sollevando non poco sconcerto e disapprovazione fra i vertici militari: “Questo non è un programma di Finmeccanica. Lo ripeto ancora: è un programma in cui Finmeccanica fa, o cerca di fare, l’esecutore intelligente di scelte vincolate, fatte da altri in tempi precedenti. Forniamo asset che ci vengono richiesti per perseguire obiettivi diversi da quelli che ci fissiamo come impresa industriale quotata in Borsa”. Uno statement corroborato questa seconda volta da un’importante sottolineatura: la proprietà (industriale e intellettuale) del Joint Strike Fighter non è nostra, ma altrui”. “L’unica ragione per cui per esempio Alenia Aermacchi e AgustaWestland esistono, è perché hanno autonomia progettuale di prodotti proprietari, e la leadership la si ha solo quando si possiede il prodotto” ha aggiunto Pansa al termine dell’audizione.

 

 

 

 

 

 

 

Sempre sul tema delle ricadute industriali l’ad si è rifatto ai dati di Segredifesa, riferendo che le società italiane coinvolte nel progetto “sono attualmente 90, e i contratti stipulati finora ammontano a 715 milioni di dollari, 565 dei quali per Finmeccanica”. I restanti 150 milioni sono quindi da ascrivere a varie decine di altre aziende, PMI o meno, almeno una trentina delle quali in realtà sono ancora in trattative con i prime contractor americani e/o si sono occupate di attività non aerospaziali ma edilizie e di servizio per la realizzazione della FACO di Cameri. Pansa ha poi parlato di “armamenti Oto Melara e sistemi avionici di Selex ES che verranno imbarcati sugli F-35 italiani e sperabilmente anche su esemplari non italiani”. In realtà si tratta di componenti minori del cannone da 25 mm e dell’elettronica di bordo, che dovrebbero finire su tutta la produzione a basso rateo fin qui pianificata dagli Stati Uniti secondo contratti di sub-fornitura firmati anno per anno.

Pansa si è poi rivelato ottimista circa il costo degli F-35, indicato in 90-95 milioni di euro ognuno “comprensivo dei sistemi d’arma”. La cifra rispecchia più o meno i 97 milioni del primo esemplare dichiarati in Parlamento nel dicembre 2012 da Segredifesa sulla scorta delle stime di quell’anno, e si riferisce ancora e sempre al puro Fly-away Cost “ricorrente”, che esprime solo il costo del velivolo “finito” e ovviamente completo, ma cui vanno aggiunte tutte le altre voci di spesa del procurement. Rifacciamo un’ultima volta il calcolo: dividendo i 14,3 miliardi di euro della spesa complessiva in 15 anni annunciata dal generale Esposito per i 90 esemplari, si ha un costo medio totale unitario “di programma” – comprendente cioè ricerca, sviluppo, la FACO e le quote di partecipazione al programma, ma non il costo di adeguamento delle nostre basi aeree – di 158 milioni di euro.

Più margini dall’Eurofighter che dall’F-35

In controtendenza alle strategie dell’Aeronautica Militare, l’ad di Finmeccanica ha spezzato più di una lancia in favore dell’altro programma militare in cui la sua holding è impegnata, l’Eurofighter: “L’industria e l’Italia non hanno nessunissima intenzione di abbandonare l’Eurofighter, per due ragioni banalissime: perché rappresenta un concentrato di tecnologia sviluppata da noi che è probabilmente il meglio di quanto siamo stati capaci di inventare”, e perché “noi rappresentiamo il 20% della parte aero-strutturale dell’aereo e circa il 50% della parte elettronica”. Ancora più significativo il fatto che Pansa si sia detto certo che grazie proprio alle tecnologie sviluppate per il programma europeo di cui l’Italia è in buona parte proprietaria, “l’Eurofighter continuerà a generare margini operativi ben maggiori di quelli dell’F-35”. “Questi caccia”, ha concluso, “rappresentano la spina dorsale della difesa aerea del nostro Paese e in Libia si sono dimostrati i mezzi più efficienti tra quelli utilizzati”.
Ai parlamentari che gli chiedevano se lavorando all’F-35 i nostri ingegneri perderanno lo skill acquisto con l’Eurofighter, Pansa ha risposto di non aspettarsi un degrado delle capacità progettuali e ingegneristiche, anzi: Finmeccanica è attesa allo sviluppo di nuovi sistemi e tecnologie per i futuri velivoli a pilotaggio remoto europei. La vera questione è un’altra, ha ribattuto ponendosi retoricamente questa domanda: “Con quali strumenti finanziari il nostro Paese potrà sviluppare le nuove tecnologie aeronautiche necessarie, se l’unica legge che abbiamo a questo scopo, la 808, non è stata ancora rifinanziata? Le tecnologie creano capitale di conoscenze e poi produzione. La Francia”, ha aggiunto, “ha appena rifinanziato la sua 808 con 3 miliardi e 200 milioni di euro; la nostra, se arriva a 40 milioni è grasso che cola”.

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Nato a Mlano nel 1951, è giornalista professionista dal 1986. Dal 1973 al 1982 ha curato presso la Fabbri Editori la redazione di opere enciclopediche a carattere storico-militare (Storia dell'Aviazione, Storia della Marina, Stororia dei mezzi corazzati, La Seconda Guerra Mondiale di Enzo Biagi). Varie collaborazioni con riviste specializzate. Dal 1983 al 2010 ha lavorato al mensile Volare, che ha anche diretto per qualche tempo. Pubblicati "Monografie Aeree, Aermacchi MB.326" (Intergest) e con altri autori "Il respiro del cielo" (Aero Club d'Italia). Continua a occuparsi di Aviazione e Difesa.

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