Missioni oltremare: le obiezioni della Lega Nord

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Accelerare il ritiro delle forze italiane dall’Afghanistan, disporre il rientro del contingente in Libano disponendo il ritiro dal Libano e investire di più nella sicurezza interna, in Libia e nella lotta ai traffici di esseri umani in Nord Africa, interessi ritenuti fondamentali dall’opinione pubblica. Il rinnovo della copertura finanziaria delle missioni oltremare ha visto la Lega Nord esprimere alcune critiche raccolte in una “relazione di minoranza” firmata dall’onorevole Gianluca Pini che pone spunti di riflessione che non risparmiano neppure il metodo con cui si gestisce il finanziamento annuale in due tranches distinte. “Va innanzitutto stigmatizzata la circostanza che quest’anno si sia dovuto ricorrere a due successivi Decreti-Legge per assicurare la permanenza delle truppe del nostro Paese nei numerosi teatri in cui sono coinvolte, a dispetto fosse noto sin dall’inizio del 2013 che gli interventi non sarebbero certamente cessati il 30 settembre scorso” si legge nel documento che sottolinea come anche in vista del prossimo esercizio finanziario “si sarebbe in procinto di stanziare 765 milioni di euro, stando almeno alle disposizioni del Disegno di Legge di Stabilità all’esame del Senato, una cifra chiaramente insufficiente a fronteggiare le esigenze previste per il 2014”.

Circa gli impegni italiani oltremare  il documento della Lega Nord sottolinea che “da tempo si insiste in Parlamento sull’opportunità di una drastica selezione degli impegni, che ponga fine alla loro disordinata moltiplicazione e dispersione, che spesso si traducono in un’inutile parcellizzazione delle iniziative, che accresce le spese senza recare alcun dividendo politico. Non è purtroppo una novità, ma una costante ricorrente nel modo in cui il nostro ordinamento si rapporta all’uso del proprio strumento militare, non di rado ridotto alla stregua di una mera pedina impiegata per mostrar bandiera, senza eccessiva considerazione degli interessi effettivamente in gioco, della loro importanza relativa e del rapporto costo-benefici insito in ogni scelta di impegno”. La Lega Nord contesta che si sia “persa una preziosa occasione per avviare una spending review” anche nelle missioni oltremare che hanno comunque visto una riduzione dei militari impiegati. “Ci sono ancora militari in Africa, Asia ed Europa, nel Mediterraneo, nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano. Il quesito se non si stia per caso esagerando non è quindi fuori luogo” evidenzia il documento parlamentare. “In taluni casi, si tratta di presidi pressoché insignificanti dal punto di vista tecnico-operativo: si pensi ai 16 uomini inviati sotto tre insegne differenti nei territori dell’Autorità Nazionale Palestinese o ai quattro osservatori attribuiti all’Unficyp, la forza Onu in Cipro, o, ancora, ai quattro militari con i quali partecipiamo alla Eumm Georgia, avviata nel lontano 2008. Servono davvero? Cosa portano in termini concreti al Paese?”

Quanto alla missione afghana che assorbe circa la età dei militari in missione all’estero e dei costi per le operazioni oltremare il documento ricorda che “all’origine, la partecipazione a questo sforzo rappresentava uno dei contributi più significativi dati alla grande campagna contro il terrorismo transnazionale di matrice jihadista avviata dopo i fatti dell’11 settembre 2001. Ma il senso della missione internazionale è nel frattempo mutato, insieme agli orientamenti generali dell’Amministrazione Obama, e merita chiedersi se davvero valga ancora la pena di mantenere sul suolo afghano migliaia di soldati – 2.900 attualmente, con una prospettiva di riduzione contenuta nel 2014 a 2.000 – mentre è in atto un ritiro che coinvolge molti importanti alleati, alcuni dei quali, come la Francia e i Paesi Bassi, hanno già lasciato il tormentato Paese centro-asiatico. L’interrogativo circa l’opportunità di andare avanti è reso adesso anche più urgente dalla circostanza che in Afghanistan non si tratta più di sconfiggere i Talebani, con cui anzi vuol ormai negoziare lo stesso Governo di Kabul, che sta addirittura chiedendo al Pakistan di liberarne i dirigenti catturati negli scorsi anni, ma soltanto di salvare le apparenze.”

Di rilievo l’analisi sulla situazione nelle aree dalle quali le forze italiane si sono già ritirate. “L’opinione pubblica merita di sapere che nelle aree già restituite alla responsabilità delle Forze di Sicurezza Afghane la guerriglia la fa ormai da padrona: è accaduto sia a Bala Murghab che nel Gulistan, tenuti al prezzo di un pesante tributo di sangue del tutto vanificato, e non passa giorno senza che dalla regione occidentale afghana giungano cattive notizie sotto il punto di vista della sicurezza locale. Lo stesso Governatore di Herat, un tempo la città più sicura dell’intero Afghanistan, ha recentemente gettato la spugna, abbandonando il proprio incarico. Di tale triste situazione, una delegazione parlamentare ha potuto direttamente rendersi conto, visitando recentemente Herat proprio nel giorno in cui veniva attaccato il locale Consolato statunitense”.  La Lega Nord non risparmia critiche neppure alla missione ONU in Libano poiché “la partecipazione a UNIFIL II si è di fatto trasformata in una vulnerabilità strategica, come è emerso in occasione dei recenti sviluppi della crisi siriana. Né la diplomazia italiana pare aver tratto finora particolare giovamento dalla presenza dei soldati schierati a sud del fiume Litani: al contrario, il governo italiano risulta esser stato escluso da recenti importanti incontri internazionali cui ha preso invece parte il generale Paolo Serra, in quanto attualmente alla testa dei caschi blu. C’è anche altro a suscitare perplessità: ad esempio, la circostanza che la scheda tecnica allegata dal governo al provvedimento non contempli la presenza di una componente navale, mentre è noto che dal 10 ottobre l’Italia partecipa all’UNIFIL II anche con il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che ha un equipaggio di 195 uomini”.

Il documento esprime poi sorpresa per il fatto che “manchi nel complesso delle operazioni autorizzate dal Decreto 114/2013 la missione Mare Nostrum invece funzionale al fondamentale obiettivo di rafforzare la dissuasione dei flussi migratori clandestini che fanno solo la fortuna di imprenditori privi di scrupoli, armatori di vere e proprie flotte di imbarcazioni “a perdere”, la cui fragilità è all’origine delle tragedie di cui è testimone l’isola di Lampedusa”.  Una valutazione che consente alla Lega di chiedere che venga “considerata una distribuzione alternativa delle risorse militari che vengono attualmente impiegate fuori dai confini, per privilegiare gli interventi che paiono maggiormente in grado di soddisfare interessi più immediati e concreti, possibilmente insieme ai partners europei e magari valorizzando la cooperazione navale con il dispositivo comunitario noto come Frontex, cui potrebbe essere assicurato altresì un maggiore contributo. Dovrebbe essere ipotizzato anche il rafforzamento della nostra presenza in Libia, che è del resto sollecitata in vario modo anche dagli Stati Uniti ed è altresì utile anche sotto il profilo del soddisfacimento delle esigenze della politica energetica. I dispositivi già presenti sul suolo libico sono certamente un passo nella direzione giusta, ancorché timido: sia quello interamente nazionale che quello inserito nella Eubam Libia. Sarebbe però da raccomandare uno sforzo maggiore, anche liberando risorse da interventi concorrenti che paiono molto meno indispensabili. Occorre ricordare a questo proposito come, nell’anno precedente alla guerra sfociata nella deposizione del regime del colonnello Gheddafi, l’accordo bilaterale stretto con Tripoli avesse portato ad una riduzione dell’88% negli sbarchi sulle coste del nostro Paese e ad una del 98% nel numero di quelli avvenuti a Lampedusa, Linosa e Lampione.

Secondo altre fonti, sempre nel 2010, i morti accertati per annegamento nel Canale di Sicilia sarebbero inoltre scesi da 425 a 20, prima di risalire nel 2011, anno delle primavere arabe, a 1.822. Il controllo dei flussi migratori illegali tra le due sponde del Mediterraneo, pilastro essenziale di una politica che miri a salvaguardare l’inclusione della Repubblica nell’area Schengen, postula altresì la pratica di una politica della cooperazione allo sviluppo più generosa, altro elemento che dovrebbe indurre a ripensare in futuro l’allocazione delle nostre risorse tra i possibili impieghi alternativi disponibili”.

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