Nel punto cieco dell’occidente

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di Giulio Meottti da Il Foglio del  26 ottobre 2013

Il liberal John Allen decifra la “guerra globale contro i cristiani”. Nonostante i 100 mila morti all’anno, resta “il segreto meglio conservato al mondo”. Perché non vogliamo sentir parlare di questi paria? Alcuni giorni fa il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo si è recato a Nis, nel sud della Serbia, assieme ai rappresentanti cattolici, per una solenne cerimonia in occasione dei 1.700 anni trascorsi dall’Editto di Milano. A Nis nacque l’imperatore Costantino, che nel 313 d. C. emanò il documento che pose fine alle persecuzioni dei cristiani e segnò l’inizio della tolleranza religiosa moderna. Un documento che Bartolomeo ha definito “una svolta nella storia dell’umanità”. La cerimonia di Nis è stata scelta anche per denunciare l’“epurazione” dei cristiani del medio oriente. Dopo il trentennio 1921-1950 dei gulag sovietici, dopo le persecuzioni del clero da parte dei nazisti, dopo la guerra civile spagnola, oggi stiamo assistendo all’ultimo capitolo della “Global war on Christians” (Random House), la nuova guerra globale contro la cristianità. E’ questo il titolo del nuovo libro di John Allen, il più noto vaticanista americano e commentatore sui media globali. Il libro del liberal Allen ha numerosi meriti. Il primo è quello di sfatare il mito regionalista degli eccidi cristiani, ovvero l’idea che siano morti legate a conflitti locali, senza cause religiose. Si tratta, scrive Allen, di un “conflitto globale” e soprattutto di “odium fidei”, di morti per odio della fede. Secondo Allen, “la persecuzione dei cristiani è la storia religiosa più drammatica di questo inizio XXI secolo. I cristiani sono senza dubbio il gruppo religioso più perseguitato del pianeta”.

Una tesi confermata dalle ong che si occupano di minoranze. “La cristianità rischia di essere spazzata via in alcuni paesi”, dichiara il rapporto uscito questa settimana per Aiuto alla chiesa che soffre, organizzazione di riferimento del Vaticano sulla persecuzione delle minoranze. “Oppressione ed esodo minacciano lo status del cristianesimo come religione mondiale”. John Allen cita i numeri del demografo Todd Johnson, secondo il quale dal 2000 a oggi, ogni anno ci sono stati in media centomila morti cristiani. Secondo il centro per lo studio del cristianesimo del Gordon- Conwell Theological Seminary nel Massachusetts, ogni ora undici cristiani vengono uccisi in qualche parte nel mondo per la loro identità. “Il mondo sta assistendo alla nascita di una nuova generazione di martiri cristiani”, spiega Allen. “La carneficina in corso su vasta scala è tale che essa rappresenta non solo la più drammatica storia cristiana del nostro tempo, ma forse la principale sfida ai diritti umani”. Oltre a enucleare lo sterminio per fede dei cristiani, Allen indica un paradosso. “Immaginate se i corrispondenti di guerra alla fine del 1944 avessero raccontato la battaglia delle Ardenne senza spiegare che si trattava di un punto di svolta nella Seconda guerra mondiale. O se i giornalisti economici avessero raccontato il tracollo di Aig nel 2008 senza dire che ha sollevato domande sui derivati e sui mutui sub-prime e che poteva presagire una grande implosione finanziaria?

La maggior parte delle persone direbbe che i giornalisti non sono riusciti a fornire il giusto contesto per comprendere la notizia. Eppure, questo è ciò che abitualmente i media fanno quando si tratta di persecuzione contro i cristiani in tutto il mondo. Per questo la guerra globale contro i cristiani resta la più grande storia mai raccontata dei primi anni del XXI secolo”. Secondo la Società internazionale per i diritti umani, un osservatorio laico con sede a Francoforte, “l’ottanta per cento di tutti gli atti di discriminazione religiosa nel mondo oggi sono diretti contro i cristiani”. L’occidente non vuole sentir parlare di questi paria, sforzandosi quasi di espiare il proprio passato coloniale. L’idea del libro ad Allen è venuta da una conversazione con il cardinale americano Timothy Dolan, in cui il prelato americano disse che i cristiani “devono imparare a raccontare le loro storie” di persecuzione, come “la letteratura dell’Olocausto”. Già nel 1997, l’autore americano Paul Marshall ha scritto che la persecuzione contro i cristiani è stata “quasi del tutto ignorata dal mondo”. Da allora gruppi di pressione e organizzazioni di soccorso sono emerse e si battono per i cristiani, e di tanto in tanto la persecuzione anticristiana finisce sulla copertina dell’Economist o del Time. “Ma nel complesso, la guerra ai cristiani resta il segreto meglio conservato al mondo”, scrive Allen.

Dove nasce questa congiura del silenzio? L’ostilità laicista “Nell’ambiente laico diversi fattori si intersecano a spiegare l’indifferenza verso la persecuzione globale dei cristiani. In primo luogo, i laicisti sono sorprendentemente ignoranti su argomenti religiosi. C’è poi una ostilità verso il cristianesimo, inclini a vederlo come un agente di repressione, non la sua vittima. A evocare la ‘persecuzione religiosa’ convengono le immagini delle Crociate, dell’Inquisizione, delle guerre di religione, di Bruno e Savonarola, dei processi alle streghe di Salem. E’ l’ora per il pensiero laico di superare ‘Il Codice da Vinci’”. Ma il vero motivo è ancora più profondo, dice Allen, ovvero la persecuzione anticristiana “cade esattamente nel punto cieco dell’occidente”. Le vittime sono “troppo cristiane” per eccitare la compassione di sinistra, “troppo straniere” per interessare alla destra. “I liberal celebrano i martiri dei regimi di destra in America latina, ma non sono disposti a riconoscere la realtà di odio anticristiano nella Striscia di Gaza controllata da Ha-mas, o il modo in cui regimi di sinistra fanno spesso dei cristiani i loro primi obiettivi”, scrive Allen. Non è soltanto l’islam, infatti, ad aver dichiarato guerra alla croce (espressione che l’ecumenico Allen non usa ma insinua fra le pagine). La comunista Corea del nord è il luogo più pericoloso al mondo per un cristiano, dove circa un quarto dei quattrocentomila cristiani del paese si ritiene viva in campi di lavoro forzato per il loro rifiuto di aderire al culto nazionale del fondatore Kim Il-sung.

Dal momento dell’armistizio nel 1953, che ha diviso la penisola coreana, circa 300 mila cristiani in Corea del nord sono scomparsi e sono presumibilmente morti. In medio oriente la Siria è l’odierna capitale dell’eccidio cristiano. A Maalula, dove ancora si parla la lingua aramaica di Gesù, si sono appena registrati tre martiri. Gli islamisti hanno intimato a tutti i presenti cattolici in una casa di convertirsi alla religione di Maometto, pena la morte. Sarkis el Zakhm ha risposto ai terroristi: “Sono cristiano e se volete uccidermi perché sono cristiano, fatelo”. Il giovane è stato ucciso a sangue freddo, con gli altri due. E mentre secondo l’organizzazione Open Doors “se le cose continuano così nel 2020 in Iraq non rimarrà neanche un cristiano”, in Egitto le campane delle antiche chiese di Minya sono rimaste mute per la prima volta in duemila anni. Lo ha ben detto Peter Bergen alcuni giorni fa sulla Cnn: “Ci sono stati cristiani in medio oriente dai tempi di Gesù. Ora quella storia vecchia duemila anni è in pericolo”. Quelli dei nuovi martiri appaiono come volti perduti, volti acefali, senza crocifissione, senza stigmate, sono comparse in modo vago e breve sulla stampa italiana e internazionale, inquinati dalla faciloneria giornalistica, annullati dal secolarismo iconoclastico, vittime di una guerra combattuta a fari spenti dall’internazionale islamista, vittime di una persecuzione globale e amorfa, ma per questo non meno mostruosa.

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