DIFESA UE: E SE COMPRASSIMO SOLO “MADE IN EUROPE”?

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Bilanci e organici in calo costante, tagli a mezzi terrestri, navi e velivoli. I dati resi disponibili dall’European Defence Agency (EDA)  sono relativi al 2011 e da allora la situazione della Difesa in Europa è continuata a peggiorare come dimostrano anche le tendenze fotografate nel rapporto realizzato l’anno scorso dal CSIS. Analisti, centri di ricerca e recentemente perfino ministri ci spiegano che il problema non è solo quanto spende l’Europa per la Difesa ma  come spende, con 27 forze armate nazionali che invece di coordinare sforzi, indirizzi, programmi e budget replicano capacità simili tra loro restando privi di altre capacità che non possono permettersi se non unendo gli sforzi. Frasi ad effetto che non sembrano tenere conto della realtà concreta, fatta di rivalità tra partners che non sono uniti in uno Stato federale. Gli Stati Uniti d’Europa non esistono e difficilmente potranno esistere in futuro anche per mancanza di motivazioni ideali. Gli Stati Uniti d’America nacquero da una rivolta contro tasse esose che alimentavano la burocrazia coloniale e il dominio britannico mentre noi, costituendo e rafforzando la Ue, abbiamo creato un carrozzone burocratico che ci vessa con tasse e norme in contrasto con i nostri interessi e spesso con il buon senso oltre a imporci politiche economiche suicide. Un’Europa del genere, in cui il potere finanziario serve a garantire l’egemonia di pochi sugli altri, non scalderà mai i cuori e del resto nessuno ci ha mai chiesto se volevamo aderire a Ue ed euro né, statene certi, ci chiederanno ora se vogliamo restarci.

Se non ci fosse una legge a imporlo a nessuno verrebbe in mente di mettere uno stendardo blu con le stelline dorate su scuole ed edifici pubblici al fianco del Tricolore. La Ue non è capace di esprimere neppure un indirizzo comune di politica estera, né di conseguenza una disponibilità  comune a impiegare forze armate in aree di crisi e conflitti. Soloni e think- tank ci spiegano  però che la crisi economica impone di integrare gli strumenti militari per garantire efficienza e capacità operative. Concetto caro a Mario Monti che da premier sostenne pubblicamente la tesi che la crisi avrebbe forzato gli europei a progredire speditamente verso un’unione più stretta, tesi che lascia aperti molti dubbi circa la natura e l’origine dell’attuale congiuntura economica e finanziaria.

Per dimostrare che la Ue si interessa seriamente di Difesa e Sicurezza a questi temi verrà dedicato il Consiglio Europeo che si terrà poco prima di Natale. In questo ambito ci verrà ricordato lo “spread” di capacità operative che ci divide dagli Stati Uniti e le limitate risorse investite in Europa nella Ricerca&Sviluppo mentre ci rinfranca sapere che solo i parlamenti italiano e francese hanno approvato documenti da discutere al Consiglio “per il rilancio del processo di integrazione delle politiche di Difesa”. Considerate le premesse è molto probabile che si riduca il tutto ai soliti bla-bla-bla in cui verrà evidenziata  la “necessità di esprimere capacità militari credibili”, sarà auspicata “l’ineludibile implementazione della collaborazione europea” e altre espressioni simili che avranno la stessa consistenza dell’aria fritta.

Dalla guerra in Libia del 2011 combattuta dai nostri partners contro l’Italia e i suoi interessi all’intervento francese in Malì che ha visto gli europei (italiani in testa) defilarsi dalle richieste di supporto a Parigi, fino all’attuale emergenza immigrazione rimasta come al solito un problema solo italiano non ci sono molte ragioni per essere ottimisti circa un impegno comune nel settore militare proprio perché i singoli partners restano rivali in termini di politica estera ed economia. L’unico settore che sta offrendo ottimi risultati nell’ottica di un’integrazione nel campo della Difesa è quello dell’industria dove, pur tra difficili equilibri tra i diversi interessi di campanile, aziende multinazionali, consorzi e joint-ventures esistono già da anni e producono missili, navi, aerei, elicotteri e apparati elettronici competitivi che ottengono buoni successi anche sui mercati internazionali. Il ridursi delle risorse finanziarie stanziate dai singoli Stati limita il protezionismo delle industrie nazionali e obbliga il comparto ad ampliarsi e integrarsi  per essere competitivo perché solo esportando potrà sopravvivere e crescere soprattutto ora che il mercato interno europeo si restringe ogni anno di più. Se non vuole consumarsi nella solita inconcludente verbosità, il Consiglio Europeo di dicembre ha un’occasione d’oro per dare un senso alla difesa europea annunciando che i partners della Ue investiranno solo nello sviluppo di tecnologie e prodotti europei e acquisteranno solo sistemi d’arma “made in Europe”. Certo a Washington potrebbero restarci male ma del resto anche loro fanno così da sempre e le aperture ai prodotti della Difesa europei varate dall’amministrazione di George W. Bush  (dal tanker Airbus per l’Usaf agli elicotteri presidenziali Agusta Westland) sono state cancellati in base allo slogan obamiano “buy american”.

Solo utilizzando i nostri soldi per finanziare lo sviluppo delle nostre aziende potremo generare processi virtuosi che determinino maggiore produzione, prezzi più bassi e più posti di lavoro qualificati. Concentrando in Europa le commesse interne aumenteranno anche i fondi per la ricerca con i quali cercare di colmare il gap che ci separa dagli Stati Uniti in alcuni settori chiave. Di conseguenza miglioreranno le performances e la competitività dei prodotti offerti sul mercato. Invece di perdere tempo su concetti astratti di improbabile integrazione politico-militare sarebbe meglio concentrarsi su quanto è possibile concretamente fare oggi con un po’ di coraggio. Anche perché senza una simile iniziativa l’industria europea perderà in pochi anni commesse e rilevanza rischiando di venire progressivamente assorbita dai colossi statunitensi o (chissà?)  russi e cinesi o di venire rilevata dai gruppi finanziari arabi gonfi di petrodollari.

Vignette di Alberto Scafella

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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