I risparmi del Pentagono: pezzi cinesi per gli F-35

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Provate a immaginare cosa accadrebbe se il Pentagono scoprisse che sulle parti di velivoli o mezzi militari costruiti da aziende straniere su commessa statunitense ci fossero componenti cinesi. Che putiferio scoppierebbe se, per fare un esempio, Washington  venisse a sapere che per costruire le ali degli F-35 a Cameri vengono usati materiali “made in China”?  Un episodio del genere, anzi almeno tre episodi del genere, sono accaduti davvero ma negli Stati Uniti dove nella produzione degli F-35, ormai oltre 100 i velivoli completati, sono state usate tre componenti di produzione cinese. Niente di troppo tecnologico, si tratta di magneti per il radar del velivolo, parti meccaniche per il carrello e altri componenti dell’hardware installati da due grandi aziende del settore difesa e hi-tech, due importanti fornitori del Pentagono quali Northrop Grumman e Honeywell International Inc.

A scoprire il tutto è stata un’inchiesta dell’agenzia di stampa britannica Reuters che ha visionato i documenti con cui l’ufficio del Pentagono per il procurenment ha concesso alle due aziende deroghe alla legge del 1973 poi più volte aggiornata e resa più severa che vieta l’impiego di parti prodotte all’estero su sistemi d’arma di alto valore strategico. Del caso, risalente alla primavera scorsa, si sta già occupando il Congresso statunitense che ha commissionato un rapporto al Government Accountability Office (la Corte dei Conti) e teme non solo che si privilegino produttori stranieri alle aziende americane ma soprattutto che i  nuovi jet  dipendano per il loro funzionamento da fornitori di uno Stato potenzialmente nemico e già oggi competitor globale degli Stati Uniti. Frank Kendall, il responsabile del procurement sotto accusa, si è giustificato adducendo la necessità di risparmiare tempo e denaro in un programma che già registra ampi ritardi e notevoli incrementi di costo. Secondo Kendall sostituire i pezzi “made in China” con prodotti analoghi di produzione statunitense richiederebbe 25 mila ore di lavoro e 10,8 milioni di dollari. Cifra che evidentemente vanificherebbe i risparmi ottenuti impiegando pezzi cinesi.  Northrop Grumman e Honeywell non hanno rilasciato commenti mentre Joe Dellavedova, portavoce dell’Ufficio per il programma congiunto  F-35 ( JPO ) del Pentagono ha detto che “non c’è mai stato alcun rischio di trasferimento di tecnologia o di altra violazione della sicurezza associata a questi problemi di conformità di produzione”.

In realtà l’episodio è singolare innanzitutto perché il Pentagono ha più volte denunciato i tentativi di cyber spionaggio cinese ai programmi dei velivoli stealth e poi perché gli statunitensi pretendono dai partner industriali dei Paesi alleati la massima aderenza agli standard e alle regole del Pentagono cui però lo stesso Dipartimento di Stato autorizza deroghe, ovviamente solo ad aziende americane. Non è la prima volta che il Pentagono scivola sulle bucce delle “banane” cinesi. L’anno scorso emerse che per le sue comunicazioni l’African Command  utilizza satelliti commerciali cinesi  mentre due anni fa un rapporto della Commissione Difesa del Senato evidenziò la presenza di almeno 700 mila componenti “taroccate” (per tre quarti di origine cinese) nei più importanti sistemi d’arma statunitensi inclusi gli elicotteri da attacco Apache, i missili antimissile Thaad e i cargo Hercules.

Foto: Lockheed Martin

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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