L’Afghanistan sceglie il nuovo presidente

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Si è conclusa con un successo la giornata elettorale in Afghanistan che ha visto ieri la chiusura dei seggi, prevista per le 16, estesa di un’ora per permettere a gruppi di elettori in paziente attesa all’esterno dei seggi, di poter votare. . Oltre a votare per gli otto candidati a succedere a Hamid Karzai alla presidenza dell’Afghanistan, gli elettori sono oggi chiamati a esprimersi per il rinnovo di 34 consigli provinciali. Qui i candidati sono oltre 2.700, tra cui 380 donne, per 458 seggi, 96 dei quali riservati alle donne.
In molte località le operazioni di voto sono continuate anche in serata con un afflusso di oltre 7 milioni di elettori, il 36 per cento donne, sui 12 milioni aventi diritto mentre nelle elezioni presidenziali del 2009 avevano votato 5,8 milioni di elettori, ma 1,2 milioni di schede erano state annullate per brogli.

Da Washington sono arrivate le congratulazioni di Barack Obama che ha parlato di “elezioni storiche” per il futuro del tormentato paese asiatico, incoraggiando le istituzioni locali a fare ora “il loro dovere” nello scrutinio e nell’annuncio dei risultati e promettendo che – anche col ritiro delle forze internazionali – gli Usa continueranno a “sostenere un Afghanistan sovrano, stabile, unito e democratico”.
Massima mobilitazione sul fronte della sicurezza con i circa 350 mila militari e poliziotti impegnati a presidiare le città e i quasi 6 mila seggi aperti sui  6.770 previsti nelle 34 province afghane dei quali oltre 959 sono rimasti chiusi per la minaccia dei talebani che avevano annunciato di operare “in ogni modo per far fallire il voto” con “un’ampia gamma di attacchi lanciati in tutto il Paese”. Gli attacchi anche spettacolari non sono mancati, come quello che preso di mira il super protetto Hotel Serena, le sedi della Commissione elettorale indipendente (Iec) e  il ministero dell’Interno. Assalti che dimostrano come i talebani possano colpire quasi ovunque ma non che abbiano la forza di prendere le redini del Paese. Alla vigilia del voto il  governo afghano aveva minimizzato la portata degli attacchi parlando di “operazioni simboliche che non possono mettere in discussione l’appuntamento elettorale”.

Per far fronte alla minaccia terroristica il governo aveva provveduto a far sospendere il servizio di sms da parte delle principali compagnie telefoniche locali, mentre la pagina Internet dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (il nome che aveva il Paese sotto il governo dei talebani fra il 1996 ed il 2001) è risultata inaccessibile per tutta la giornata, tornando online solo in serata, ma con notizie dello scorso anno con quella che potremmo definire la prima “cyber operation” dei servizi di sicurezza afghani. A creare un clima da “stato d’assedio” ha contribuito la decisione del governo afghano di chiudere fino a dopo le elezioni presidenziali gli hotel e i ristoranti frequentati da stranieri a Kabul.  I dati sugli attacchi condotti nel giorno delle elezioni sono discordanti. Il ministero dell’Interno afghano parla di 140 attacchi armati in 24 ore e di 109 morti: 89 insorti, nove agenti, sette soldati e quattro civili tra i quali si contano anche 40 feriti. I talebani hanno affermato invece di avere sferrato “un totale di 1.088 attacchi” che hanno avuto come risultato “decine di mercenari uccisi o feriti e il disturbo o l’interruzione delle operazioni di voto in molte zone” del Paese. In un comunicato inviato ai media dal portavoce dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, Zabihullah Mujahid, si sostiene inoltre che “i mujaheddin hanno bloccato le strade in gran parte del territorio attaccando centri di voto, basi, personale di sicurezza, check point, causando gravi problemi al nemico”. Le province dove gli attacchi sarebbero stati piu’ numerosi, conclude il comunicato, sono Nangarhar, Laghman, Logar, Helmand, Khost e Kunduz. A Kabul, invece, le operazioni di disturbo sarebbero state 21.

L’indiscutibile successo del voto rappresenta anche una lezione per il sempre più distaccato e svogliato supporto che la comunità internazionale riserva alla “causa afghana” che  si evince anche dalla decisione di tre organismi internazionali di ritirare i loro osservatori dopo la morte di un monitor paraguayano ucciso all’Hotel Serena. A lasciare Kabul sono stati l’Istituto nazionale democratico (Ndi) americano, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e l’Asian Foundation for Free Election (Anfrel). Restano invece gli osservatori dell’Unione europea ma è curioso che la missione dell’Onu a Kabul sottolinei che “forse non vi sarà un numero sufficiente di osservatori internazionali per garantire la trasparenza delle elezioni, o l’integrità del voto”. Fa un po’ sorridere pensare che gli osservatori internazionali lascino l’Afghanistan perché è un luogo pericoloso; se non lo fosse probabilmente non ci sarebbe bisogno di loro. A controllare che le operazioni di voto fossero regolari hanno provveduto decine di migliaia di osservatori, quasi tutti afghani, evidentemente meno impauriti degli occidentali dai rischi di rappresaglie e attentati talebani.

Sul campo di battaglia la buona notizia è che in marzo sono morti solo 2 dei circa 50 mila soldati alleati ancora presenti nel Paese per un totale di 20 caduti dall’inizio dell’anno. Numeri così bassi di perdite, che non si vedevano dal 2007, non indicano però un calo delle azioni talebane che sono invece in continuo incremento, ma solo che le forze della NATO sono sempre meno presenti in prima linea e tutti i contingenti sono impegnati soprattutto “a fare le valige” limitandosi a fornire supporto aereo e consulenza a militari e poliziotti afghani.  Elezioni a parte le forze afghane mantengono carenze strutturali che potrebbero impedire a Kabul di poter gestire nel tempo la sicurezza in modo autonomo. Il tasso di diserzioni è di circa 5 mila uomini al mese, i reparti sono privi di mezzi pesanti e aerei da combattimento e dispongono di pochi aerei da trasporto ed elicotteri. Anche senza contare gli infiltrati talebani, buona parte del personale in servizio è analfabeta e dedito all’abuso di droghe mentre la corruzione dilaga. Il rischio non è tanto che i reparti vengano sconfitti in battaglia dai talebani ma che si sfaldino una volta che le forze alleate non saranno più al loro fianco. Inoltre la sopravvivenza finanziaria dell’esercito di Kabul dipende dai 4,1 miliardi di dollari che Stati Uniti e alleati si sono impegnati a versare ogni anno fino al 2017: fondi necessari a pagare stipendi, cibo, carburante e munizioni.

Il futuro della presenza militare internazionale resta tuttora in sospeso dopo il ritiro dell’attuale missione da combattimento che si completerà entro l’anno e l’incerto avvio dell’operazione di appoggio “Resolute Support”. Un futuro  reso ancora più incerto dal rifiuto del presidente Hamid Karzai di firmare l’accordo bilaterale sulla sicurezza (BSA) negoziato con gli Stati Uniti. Senza quella firma nessuna presenza militare della Nato sarà possibile, neppure quella dei contingenti tedesco e italiano, unici due Paesi NATO resisi disponibili al fianco degli USA a mantenere circa 800 militari a Mazar i Sharif ed Herat per continuare ad appoggiare le forze di Kabul nel triennio 2015-17.  In Afghanistan non ci sarà un disimpegno, ci sarà una nuova responsabilità valutata insieme ai nostri alleati e soprattutto valutata dal Parlamento Italiano” ha detto ieri il ministro delle Difesa Roberta Pinotti.
Karzai accusa Washington di sabotare il processo di pacificazione, cioè un accordo che riporti i talebani nell’ambito politico e probabilmente addirittura nel governo afghano circa il quale per ora non sembrano esserci segnali concreti. La firma del BSA spetterà eventualmente al successore di Karzai  scelto tra gli 8 candidati dei quali un paio sembrano avere possibilità di vittoria (lo spoglio delle schede dovrebbe concludersi il 20 aprile) ma solo dopo un probabile ballottaggio da tenersi in maggio.

Gli otto  candidati rimasti  dopo il ritiro nelle ultime settimane del fratello del presidente, Qayyum Karzai, e dell’ex ministro della Difesa, Abdul Rahim Wardak sono: Abdullah Abdullah, Ashraf Ghani, Abdul Rasul Sayyaf, Zalmay Rassoul, Daud Sultanzoy, Qutbuddin Hilal, Mohammad Shafiq Gul Agha Sherzai e Hedayat Amin Arsala. L’ultimo sondaggio  indicava in testa Ghani con il 26,9%, seguito a breve distanza da Abdullah al 24,7%. I due, possibili avversari nel ballottaggio, distanziano  Rassoul ( 7,5%) e l’estremista islamico Sayyaf in passato vicino ad al-Qaeda.  L’oculista 55enne Abudullah, di origine mista tagika e pashtun già sfidante di Karzai nel 2009 ed ex ministro degli Esteri, è indicato dai sondaggi come uno dei favoriti e sembra essere gradito agli Stati Uniti che lo sostennero cinque anni or sono. A Washington e agli europei sembra piacere anche Ghani, economista 65enne con un passato alla Banca Mondiale ed ex ministro delle Finanze. Alle elezioni del 2009 prese solo il 3% ma questa volta gode del supporto dell’ex signore della guerra uzbeko Rashid Dostum e in un eventuale ballottaggio potrebbe raccogliere molti voti pashtun andati ad altri candidati al primo turno. Il prossimo presidente afghano sarà quindi con ogni probabilità un amico dell’Occidente. Questo consentirà di migliorare i rapporti, oggi molto tesi, tra Washington e Kabul ma probabilmente non garantirà maggiori possibilità di stabilizzazione al Paese asiatico.

Foto: NBC news, Outlook Afghanistan,AFP, AP, US DoD

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