TAGLI ED F-35: UN LIBRO BIANCO PER PRENDERE TEMPO?

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Sono bastate meno di quattro settimane al governo Renzi per scivolare sul campo minato dei tagli alla Difesa passando da dimezzamenti di cacciabombardieri F-35, dismissioni di centinaia di caserme e svendita di portaerei a un più pacato programma di tagli da attuare solo dopo la messa a punto di un Libro Bianco. “Solo l’emanazione di un Libro bianco che indichi le esigenze delle Forze armate può dare delle indicazioni precise sui tagli che si potranno applicare sulla spesa della Difesa, che non riguardano solo gli F-35” ha detto il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, riprendendo un concetto già espresso dal Ministro Roberta Pinotti (nella foto in visita al contingente in Libano). La messa a punto di un Libro Bianco è un obiettivo importante, di cui l’Italia sente da sempre il bisogno che però in questa fase sembra rappresentare la giustificazione con cui il governo prende tempo (o perde tempo a seconda dei punti di vista) per sottrarsi sia alle pressioni degli Stati Uniti e dei numerosi fans italiani del programma F-35 sia a quelle della sinistra pacifista che aveva preso sul serio Matteo Renzi quando nei mesi scorsi aveva definito “soldi buttati”  l’acquisto del velivolo di Lockheed Martin. Certo il governo ha fermato per ora gli ordini del velivolo a 11 esemplari con il completamento del lotto 9 di produzione a basso rateo in attesa di “un’analisi a 360 gradi dell’intero sistema Difesa” come lo ha definito Rossi riferendosi al Libro Bianco.

Un documento che vogliamo auspicare venga improntato al massimo pragmatismo e che soprattutto sottolinei la necessità di tutelare gli interessi nazionali con strumenti adeguati. Per intenderci meno aria fritta su alleanze e integrazioni Nato e Ue che alla prova dei fatti si rivelano o inutili o dannose per l’Italia e più analisi concreta di cosa ci serve per tenere in sicurezza almeno confini e acque di casa dove, presumibilmente, dovremmo cavarcela da soli. Abbiamo davanti agli occhi i risultati della guerra alla Libia combattuta “contro l’Italia” dai nostri alleati (si fa per dire) che poi hanno lasciato nel caos il Paese nordafricano. Un’anarchia le cui conseguenze, anche sul fronte energetico, si ripercuotono soprattutto sul nostro Paese. Quella stessa Nato che, insieme alla Ue, è pronta a difendere con armi e denaro l’Ucraina dalla Russia ha lasciato sola l’Italia alle prese con le immigrazioni di massa dalle coste libiche nonostante l’ex premier Enrico Letta avesse definito Lampedusa “frontiera dell’Europa e non solo dell’Italia”. In tema di missioni oltremare il Libro Bianco costituisce certo una buona occasione per superare la fase di sudditanza che ci ha visto inviare truppe dove chiedono i nostri alleati per preparaci finalmente a gestire interventi mirati ai soli interessi nazionali. Anche per evitare altri disastri come quello della missione in Afghanistan dove andammo 12 anni or sono su richiesta di Washington per aiutare a sconfiggere i talebani e veniamo a casa dopo 54 caduti, centinaia di feriti e oltre 7 miliardi di euro lasciando il Paese nel caos e probabilmente alla mercé dei talebani. Gli americani hanno cambiato idea, o più probabilmente solo strategia e obiettivi, e l’Afghanistan stabilizzato non è più una loro priorità. Una ragione in più per fare due conti sulle nostre priorità, prima nazionali e poi inserite eventualmente nei contesti sovranazionali di cui l’Italia fa parte ma sui quali occorre riflettere in base alle “lezioni apprese” degli ultimi anni. Non ultima la destabilizzazione prolungata che i nostri alleati e partner hanno provocato in Europa Orientale scatenando la crisi ucraina.

La definizione dei compiti che l’Italia chiede ai militari di assolvere costituisce il passo preliminare per stabilire l’entità dello strumento e i fondi necessari a sostenerlo ma non c’è bisogno di un Libro Bianco per sapere che gli stanziamenti del Bilancio Difesa sono inadeguati anche alla sola sopravvivenza delle forze armate. In fondo lo dice da anni la stessa Nota Aggiuntiva di Palazzo Baracchini evidenziando il rischio di collasso dello strumento militare. Meglio quindi guardare in faccia la realtà. La tanto decantata riduzione del personale da 190 mila a 150 mila unità entro il 2024 si sta ottenendo azzerando o quasi gli arruolamenti col risultato che l’età media dei militari in servizio tra dieci anni sarà vicina ai 50 anni. In quale missione potremmo impiegare reggimenti di fanti con mezzo secolo sulle spalle?  2024: odissea nell’ospizio?

Battute a parte non si può limitare il dibattito sulla Difesa agli strumenti e alle capacità poiché risulta immorale reperire fondi per acquistare nuovi mezzi e armamenti tramite stanziamenti ad hoc provenienti dal Ministero dello sviluppo economico o da prestiti pluriennali inseriti nella Legge di stabilità mantenendo però il blocco degli stipendi al personale. Non c’è denaro per l’addestramento, neppure per le manutenzioni e il carburante, vengono mortificate le retribuzioni (ma non quelle dei vertici militari che si tengono pure le buonuscite da un milione di euro) fino a portarle sotto la soglia di povertà nei gradi più bassi ma al tempo stesso si trova il denaro per navi, aerei e blindati nuovi. Così si compromette (irrimediabilmente) morale e motivazione del personale.

Per questo dal Libro bianco è lecito attendersi una valutazione d’insieme soprattutto in una fase in cui pare a dir poco improbabile un incremento delle risorse assegnate al bilancio della Difesa e lo Stato pretende risparmi dalla Difesa perun miliardo all’anno almeno per i prossimi 3 anni. Anche su questo tema il realismo s’impone. Meglio rinunciare a un po’ di nuovi mezzi, specie se superflui, e investire il denaro risparmiato nelle retribuzioni del personale e nell’Esercizio, cioè in manutenzioni, carburante e addestramento.  Il cacciabombardiere F-35, il programma militare più costoso e discusso della storia, è il principale candidato a subire riduzioni per consentire alla Difesa risparmi richiesti (per ora assorbe 500/600 milioni annui per l’acquisto degli esemplari di pre-serie)  ma è anche il programma più difficile da tagliare per le forti pressioni in ambito nazionale e internazionale. Per far quadrare i conti a Palazzo Baracchini contano anche sulla cessione di quasi 400 caserme e basi militari ma è noto che nessun ente locale ha il denaro per comprarle mentre le difficoltà già registrate in passato a cederle in modo redditizio impongono di ottenere risparmi quasi esclusivamente  dal taglio dei programmi di acquisizione che assorbono quest’anno circa 5,8 miliardi di euro tra fondi del bilancio (investimento) e del Mise contro appena 1,3 miliardi assegnati all’Esercizio.

Il dimezzamento dei 90 F-35 in programma (già ridotti dai 131 previsti dal governo Monti)  era stato auspicato l’anno scorso dallo stesso Renzi e in febbraio è stato caldeggiato da un documento messo a punto dai deputati del PD della Commissione Difesa in cui viene proposto di risparmiare un miliardo all’anno riducendo la commessa per il jet di Lockheed Martin e congelando il programma dell’Esercito Forza NEC completando invece i previsti 121 esemplari di Eurofighter Typhoon, cacciabombardieri  europei e italiani la cui commessa è stata  tagliata a 96 esemplari proprio per “fare posto” agli F-35. Benché il ministro Pinotti abbia tentato di tranquillizzare i vertici dell’Aeronautica, che temono la cancellazione o la forte riduzione del programma F-35, invitandoli a “stare sereni” è evidente che l’aereo di Lockheed Martin è il principale candidato a subire decurtazioni.

I motivi per ridurre o cancellare il programma F-35 non riguardano solo il suo ingente costo d’acquisizione e di gestione della flotta ma un insieme di valutazioni legate agli interessi nazionali. Il costo reale dei velivoli non può essere valutato oggi perché l’F-35 non è stato ancora completamente sviluppato e soprattutto la versione B presenta notevoli problemi. Ogni ritardo e ogni problema tecnico che emerge comporta milioni di costi aggiuntivi che ricadono sugli acquirenti. Il generale Christopher Bogdan, a capo del programmi statunitense F-35, ha dichiarato che ogni slittamento o cancellazione delle commesse degli alleati provoca un incremento di costo del 2/3 per cento per gli F-35 acquistati dal Pentagono.  Basterebbe questa affermazione a spiegare i motivi di così forti pressioni su Roma che in realtà sono motivate da obiettivi di ben più ampia portata  del mero contenimento dei costi dei velivoli.

E’ vero che il calo delle commesse comporterà il taglio dei ritorni industriali per l’Italia dopo che Roma ha speso oltre 800 milioni di euro (nostri) per costruire lo stabilimento di Cameri (FACO) dove vengono assemblati gli aerei italiani e olandesi e prodotte le ali. Però il taglio iniziale italiano e quello apportato dall’Aja alla sua commessa (37 aerei invece di 85) condannano già quello stabilimento a lavorare in perdita e in ogni caso le produzioni assegnate ad aziende italiane sono a bassa tecnologia e ancor minore redditività mentre i 10 mila posti di lavoro di cui si favoleggiava solo 18 mesi or sono hanno subito un forte ridimensionamento. I dati più ottimistici in proposito li fornisce un rapporto redatto recentemente da Price water house Coopers (PwC) sull’impatto economico del programma F-35 in Italia che stima ben 15,7 miliardi di dollari il beneficio economico per l’Italia nel periodo dal 2007 al 2035 e un’occupazione potenziale di 5.450 posti di lavoro dal 2017 al 2026. Dati molto ottimistici dovuti forse al fatto che il rapporto è stato commissionato da Lockheed Martin.

Il programma F-35 è poi un suicidio sul piano industriale perché trasforma le nostre aziende da progettatori, produttori ed esportatori di prodotti e aerei da com,battimento concorrenti di quelli statunitensi in sub-fornitori di componenti  low-tech per l’industria americana. Un passo indietro che metterebbe le aziende italiane in balìa delle commesse da oltre Atlantico. Di questo passo tra dieci anni l’unico aereo da combattimento in produzione in Occidente sarà l’F-35. Vogliamo lasciare agli Stati Uniti il monopolio dei cacciabombardieri e il controllo sulle nostre forze aeree? Anche sul piano strategico metterci nelle mani degli USA con un aereo sul quale non avremo alcuna sovranità e dotato di tecnologie che potremo usare ma senza accedere al know-how  non sarebbe saggio. Specie ora che gli interessi di Washington e dell’Europa divergono sempre di più.

Invece di spendere oltre Atlantico le magre risorse finanziarie disponibili meglio sarebbe investirle in prodotti e aziende italiane che lavorano in consorzi europei, come nel caso del Typhoon, velivolo concorrenziale con i jet statunitensi da portare al massimo sviluppo e da sostituire tra 30 anni con un nuovo aereo europeo, pilotato o meno.

Dopo tanto parlare di difesa europea che senso ha affidarsi per i prossimi decenni a un aereo statunitense? I Typhoon delle ultima versione non sono sufficienti per le nostre esigenze di attacco? Non sono stealth e potrebbero venire quindi abbattuti prima di riuscire a bombardare Mosca o Pechino?  L’ipotesi è suggestiva ma temo sia improbabile che il prossimo Libro Bianco assegni alle forze armate compiti così gravosi e da grande potenza. C’è ancora chi dice che il Typhoon non è multiruolo eppure l’Aeronautica vi monterà il missile da crociera Storm Shadow, unica vera arma strategica di cui disponiamo e che non entra (guarda caso) nella stiva dell’F-35, aereo concepito per impiegare armi “made in USA”.

Infine se anche l’F-35 risolvesse i suoi molti problemi tecnici, diventasse il miglior aereo da guerra della storia e risultasse realmente invisibile ai radar di ultima generazione,  non sarebbe comunque sostenibile per l’Italia. L’F-35 è un aereo dagli alti costi di gestione, come il Typhoon, e con i magri bilanci della Difesa italiani che lasciano pochi spiccioli per le spese di Esercizio non sarà possibile tenerli in efficienza Tedeschi e francesi che spendono più del doppio di noi avranno forze aeree incentrate su un solo velivolo (160 Typhoon e 200 Rafale).  l’Aeronautica italiana può permettersene due?

Gli unici F-35 che ci servono davvero sono 15/20 velivoli a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl) della versione B  da imbarcare sulla portaerei Cavour che non può accogliere aerei a decollo/atterraggio convenzionale e sul mercato non esistono altri Stovl. Anche in questo caso non c’è però nessuna fretta di impegnarsi con un velivolo ancora molto indietro nel suo sviluppo. Meglio ammodernare gli Harrier oggi in servizio e attendere una decina d’anni quando si auspica che gli F-35B dei Marines saranno già divenuti aerei collaudati e affidabili, costeranno di meno e potremmo forse acquisirli con convenienti formule di leasing o magari scambiandoli con l’utilizzo delle basi statunitensi in Italia. Sempre ammesso che il Libro Bianco confermi che l’Italia ha bisogno e soprattutto può permettersi una portaerei.

 
* La posizione di Analisi Difesa e mia personale sulla vicenda F-35 è nota ai lettori alcuni dei quali hanno manifestato sorpresa nel leggere sul nostro web-magazine anche analisi e commenti favorevoli all’adozione del cacciabombardiere statunitense. La nostra linea editoriale ci ha portato ad essere l’unico media italiano a realizzare inchieste sul programma F-35 senza limitarci ad aspettare i rapporti statunitensi. La stessa linea editoriale ci consente di pubblicare opinioni e valutazioni diverse tra loro nella convinzione che Analisi Difesa debba essere anche e soprattutto una palestra di pensiero priva di barriere e steccati ideologici o d’opinione. Specie su un tema come questo che sta spaccando in due l’Italia.

 

Foto. Ministero Difesa, Lockheed Martin, Selex ES,

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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