Gli arabi contro i terroristi islamici

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di Leonardo Piccini da Libero Quotidiano del 6 giugno 2014

I terroristi impiegati da quattro anni nella jihad in Siria, stanno creando più di un problema a chi li ha addestrati e finanziati. Adesso che la guerra contro il regime di Bashar Assad appare irrimediabilmente compromessa, i Paesi del Golfo Persico che fin qui si sono ritagliati la parte dei protettori delle milizie radicali come la Gabhat al-Nusra, o il Fronte Islamico, sentono il bisogno di correre ai ripari e di rivolgersi a coloro che solo fino a pochi mesi fa erano considerati come i nemici da abbattere (Siria e Iran), per sradicare una minaccia alla loro stessa stabilità e sopravvivenza politica. Un importante indizio di tutto questo lo si è avuto dai colloqui che si sono svolti in gran segreto tra l’Ayatollah Alì Khamenei, massima autorità politica dell’Iran, e l’emiro del Kuwait, lo sceicco Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, inviato in tutta fretta a Teheran per trattare una resa onorevole per conto dei sauditi.

Una vittoria politica per l’Iran, da sempre sponsor e protettore del regime alauita di Damasco, e un implicito riconoscimento di impotenza per le monarchie del Golfo, che oggi, in cambio della liquidazione dei terroristi per mano dei servizi segreti siriani e iraniani, sono pronte a mettere sul piatto ricchi contratti per la vendita di gas e petrolio, stimati nell’ordine di 10 miliardi di dollari. Il fatto che la soluzione del conflitto siriano passi per l’Iran, è dimostrato dalle parole utilizzate dal presidente iraniano Hassan Rouhani, al termine dei colloqui con l’emiro del Kuwait: «La sicurezza e la stabilità della regione sono la prima condizione per il miglioramento delle relazioni e della cooperazione tra Stati»; e riferendosi alla guerra in Siria e ai problemi in Iraq, ha aggiunto: «Tutti i Paesi della regione devono fare la loro parte per ristabilire la pace e la sicurezza; estremismo e violenza hanno destabilizzato tutta l’area, e oggi gli Stati del Golfo devono unire le proprie forze per sconfiggere il terrorismo e rinsaladare l’unità tra le nazioni islamiche».

Rouhani ha poi aggiunto: «La Repubblica islamica dell’Iran è pronta a interagire e a cooperare con tutti gli Stati del Golfo e specialmente con il Kuwait, per aumentare la stabilità e la sicurezza della regione». Per lo sceicco Sabah era la prima visita di Stato in Iran, come capo di Stato, alla testa di una delegazione di altissimo profilo composta dal ministro degli Esteri, dal ministro del Petrolio, delle Finanze, del Commercio e dell’Industria, e da ufficiali dell’apparato di sicurezza. Nulla di nuovo, visto che recentemente sono stati proprio gli USA ad aver proposto la formazione di un gruppo negoziale parallelo alla conferenza di Ginevra, che includesse anche l’Iran. Una proposta arrivata direttamente dal Segretario di Stato John Kerry, e che ha subito trovato il sostegno di Vladimir Putin.

Un nuovo molo per l’Iran che si sente così legittimato a dire la sua sul conflitto siriano, e che per una volta mette tutti d’accordo a Teheran: i radicali vicini all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, sostenuto dai pasdaran e dai conservatori vicini alla Guida suprema Alì Khameni, e i tecnocrati di Hashemi Rafsanjani, oltre ai riformisti vicini all’ex presidente Mohammed Khatami. Del resto, il sostegno di Teheran alla Siria non è solo politico e diplomatico, ma anche militare e di sicurezza. E dopo i colloqui con l’emiro del Kuwait, l’Iran ha aumentato notevolmente la propria in- fluenza regionale, resistendo ai tentativi sauditi, qatarioti e turchi spalleggiati dagli alleati occidentali di imporre un cambio di regime a Damasco. Oggi i servizi segreti iraniani sono ancora più forti di prima, visto che hanno assunto il comando dell’Ufficio della Sicurezza nazionale di Damasco, della sicurezza politica, dell’intelligence militare, della Sicurezza dello Stato e dei servizi dell’Aviazione militare

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