Obama ha lasciato l'Iraq agli iraniani

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Adnkronos – Figlio di immigranti iracheni, amico personale di Nouri al Maliki, anzi di Abu Isra come lo chiamano i familiari, tanto da determinarne l’ascesa da oscuro parlamentare a premier dell’Iraq, Ali Khedery – assistente speciale di cinque ambasciatori americani a Baghdad dove è rimasto dal 2003 al 2009 – è convinto che il non aver scaricato nel 2010 il leader sciita è stato un errore fatale per gli Stati Uniti. Ciò, sostiene, li ha portati a sostenere un premier iracheno che di fatto prende ordini dall’Iran. “L’America è rimasta attaccata ad al Maliki e come risultato ora rischia una sconfitta strategica in Iraq e forse nell’intero Medio Oriente”, racconta in un lungo e appassionato articolo – una vera ricostruzione della storia dell’Iraq dall’invasione di Bush ad oggi attraverso gli occhi di un testimone eccellente – scritto per il Washington Post. Un articolo in cui spiega le ragioni per cui nel dicembre del 2005 fece conoscere all’allora ambasciatore Zalmy Khalilzad il quasi sconosciuto Maliki, presentandolo come l’unico leader politico che “avesse una qualche possibilità di ottenere il sostegno di tutte le fazioni irachene e di diventare un leader efficace”.

Lo stesso Maliki, che allora guidava solo un piccolo gruppo parlamentare, “fu colto di sorpresa dall’offerta degli americani” che avevano convinto gli altri leader iracheni a sostenerlo, “ma colse l’occasione e divenne premier nel maggio del 2006”. Khedery è comunque molto chiaro e onesto nell’indicare chi veramente guidasse l’Iraq in quel momento: “con il surge delle forze americane nel 2007 e l’arrivo a Baghdad del generale David Petraeus e dell’ambasciatore Ryan Crocker, c’erano pochi dubbi su chi tenesse l’Iraq lontano dal collasso”. L’ambasciatore Crocker, di cui Khedery era assistente, e Petraeus “avevano con Maliki colloqui di diverse ore, praticamente ogni giorno, e per due anni di seguito”. Non solo, lo stesso George W. Bush “ogni settimana parlava in videoconferenza con Maliki”, che quindi era sotto totale tutela degli americani. Le cose cambiarono con la fine dell’amministrazione repubblicana, la vittoria di Barack Obama e la sua promessa di mettere fine alla “guerra sbagliata” in Iraq, scrive ancora Khedery che imputa ai democratici di aver lasciato un ‘vuoto di potere’ – anche fisico all’ambasciata, dove il successore di Crocker arrivò solo due mesi dopo. Ciò permise ad al Maliki di acquistare spazio personale, “distruggendo quello che era stato costruito dello stato iracheno, sostituendolo con il proprio partito politico”.

Ma la cosa più grave fu che il vuoto lasciato da Washington fu subito riempito dall’Iran: i leader sciiti iracheni, che negli anni dell’esilio erano stati nel libro paga degli iraniani, vengono convocati a Teheran dal generale Qassim Soleimani, il capo delle Quds Force dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, che detta loro la linea, compreso il mancato rinnovo del Sofa, l’accordo di sicurezza che gli Stati Uniti stipulano con i paesi dove hanno una presenza militare, nel 2011. Accordo che avrebbe permesso a Washington di lasciare una presenza militare in Iraq dopo il ritiro. Ma questo sembra passare inosservato a Washington, sostiene ancora Khedery, che racconta come, ormai assegnato a nuovo incarico, fece di tutto per convincere l’amministrazione della necessità di scaricare al Maliki.”Dopo averlo aiutato ad arrivare al potere nel 2006, nel 2010 sostenni che doveva andarsene – scrive – anche se mi sentivo in colpa a fare lobbying contro il mio vecchio amico, erano in gioco interessi vitali per l’America”.

Il diplomatico di origine irachena all’epoca ha anche in mente un successore: il vice presidente Adel Abdul Mahdi, ex baathista, sciita moderato ed economista formatosi in Francia. Ma tutti sono convinti, anche il vice presidente Joe Biden al quale si rivolge direttamente, che Maliki sia l’unica opzione. “I ferventi sostenitori americani di Maliki ignorarono così le avvisaglie e rimasero inerti mentre un generale iraniano decideva il destino dell’Iraq nel 2010” conclude Kheredy che nel dicembre di quell’anno si è dimesso per protesta e nel 2011 ha lavorato per la Exxon Mobil nel Kurdistan iracheno mentre ora dirige la Dragoman Partners a Dubai. “Ironicamente – aggiunge – ore gli stessi funzionari americani stanno cercando disperatamente di salvare l’Iraq, si rifiutano ancora di condannare pubblicamente gli abusi di Maliki e gli stanno fornendo le armi che potrà usare per lanciare una guerra contro i suoi rivali politici”.

Foto: AP, AFP, US DoD

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