Armi in Kurdistan: quale strategia?

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L’iniziativa dell’Italia volta a rafforzare le difese delle forze di sicurezza del Kurdistan iracheno va nella giusta direzione ma rischia di rimanere velleitaria se non verrà accompagnata da una strategia complessiva di carattere politico, militare ed economico.
In effetti, la presenza dell’Italia in Kurdistan non è mai stata adeguata al ruolo strategico e al potenziale economico della Regione, avendo gli interessi petroliferi dell’ENI fissato lo sguardo del nostro governo prevalentemente nel sud dell’Iraq. Solo nel 2013 è stato rafforzato a Erbil l’Ufficio Distaccato dell’ambasciata italiana.
L’iniziativa del premier Matteo Renzi sembrerebbe voler recuperare tale ritardo ma non appare sorretta da quella visione politica e strategica di più ampio respiro che gli stessi ministri degli esteri e della difesa hanno invocato nella riunione congiunta delle relative commissioni ma non hanno indicato.

Sotto questo profilo, è la stessa definizione e campo d’azione dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria) a indicarci la prospettiva regionale e non solo, dello jihadismo globale, a cui l’organizzazione terroristica fa riferimento. Una minaccia che, per essere combattuta efficacemente, richiede una strategia politica in grado di coinvolgere i maggiori attori regionali (Turchia, Iran, paesi arabi sunniti, Lega Araba, Federazione Russa, Stati Uniti) in un progetto coordinato di stabilizzazione regionale. Un progetto ambizioso, di medio-lungo periodo, che richiede la sintesi di difficili equilibri e che, pertanto, non può essere lanciato distribuendo una manciata di ore in incontri ad Erbil e Baghdad, dove pochi giorni prima alcuni interlocutori del premier stavano per consumare un colpo di stato.

L’iniziativa ferragostana del governo desta perplessità anche relativamente alla tipologia delle forniture militari offerte ai Peshmerga curdi. Ai kalashnikov balcanici degli anni Novanta si sommano, difatti, diversi sistemi di comunicazione ed equipaggiamenti che verosimilmente il petrolio curdo potrebbe permettersi di acquisire autonomamente. Mancano, invero, sistemi d’arma più moderni ed efficaci a causa del permanere dei limiti dettati da Baghdad per le forniture di sistemi d’arma al Kurdistan.

Inoltre, il programma di assistenza non è corroborato da un serio programma di alta formazione e addestramento dei Peshmerga di cui l’Italia dovrebbe farsi promotrice anche ricorrendo a fondi NATO nel suo attuale ruolo di ambasciata Punto di Contatto tra l’Alleanza e l’Iraq.

Il rafforzamento delle capacità militari dei Peshmerga avrà, comunque, il merito di dare respiro alla fuga dei cristiani e delle altre minoranze religiose dall’Iraq e dalla Siria. Esso prende avvio a pochi giorni del rilascio da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite di un importante Rapporto sull’assistenza internazionale e la Responsabilità di Proteggere (R2P) che ci ricorda la necessità di ricercare per tali missioni un solido quadro internazionale di riferimento.

In assenza di una simile prospettiva multilaterale e di una chiara strategia relativa agli interessi che l’Italia intende perseguire, la missione assegnata ai C130 dell’Aeronautica Militare rischia di raggiungere rapidamente i medesimi insuccessi dell’Operazione Mare Nostrum.

Foto: Reuters, US Navy, Stato Islamico

Fabrizio W. LuciolliVedi tutti gli articoli

Presidente del Comitato Atlantico Italiano e Presidente dell’Atlantic Treaty Association, è Docente di Organizzazioni Internazionali per la Sicurezza presso il Centro Alti Studi per la Difesa. Svolge attività di formazione in varie istituzioni nazionali ed internazionali, militari ed accademiche. Già coordinatore di Corsi di alta formazione per ufficiali e diplomatici dei Balcani occidentali e del Medio Oriente, è Direttore e promotore di progetti di cooperazione NATO ed UE in Europa centrale ed orientale.

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