Al-Qaeda si allea con il Califfato contro i "crociati"

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Lo Stato Islamico e al-Qaeda sembravano acerrimi rivali  fino al colpo di scena di ieri che potrebbe modificare sensibilmente il fronte del terrorismo islamico. Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) e quella nella Penisola Arabica (Aqap), importanti costole della rete fondata da Osama bin Laden,  hanno annunciato di unirsi agli jiahdisti dello Stato Islamico (Is) contro la minaccia comune della coalizione a guida statunitense. Di fatto i due gruppi principali di al-Qaeda sembrano aver voltato le spalle ad Ayman al Zawahiri, che finora è sempre stato ostile allo Stato Islamico che sul fronte siriano è rivale dei qaedisti del Fronte al-Nusra. La dichiarazione congiunta, diffusa su due differenti account Twitter riconducibili ad Aqap e Aqmi (che il 29 giugno respinsero la proclamazione del Califfato) esorta tute le parti a mettere le parti le divergenze per fare fronte comune alla coalizione degli Usa e dei loro alleati. “Fate dell’unità contro le nazioni infedeli la vostra ragione d’essere contro di loro” si legge nel testo che accusa gli Usa di “essersi posti alla guida di una crociata contro l’Islam e tutti i musulmani”.

Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, ha annunciato che gli Stati Uniti hanno ufficialmente deciso di colpire lo Stato Islamico anche in Siria ma senza però coordinarsi con Damasco. “Il piano comprende azioni mirate contro i rifugi sicuri dell’Isis in Siria, tra cui anche i centri di comando e di controllo, i centri logistici, capacità e infrastrutture”, ha detto Hagel parlando alla commissione Difesa del Senato.
L’adesione di importanti costole di al-Qaeda alla guerra del Califfato conferma come il blando intervento militare statunitense e occidentale stia di fatto contribuendo alla destabilizzazione del Medio Oriente. Troppo debole e inconsistente per essere risolutiva sul piano bellico, la coalizione è invece utile ai jihadisti per alimentare il mito della resistenza contro i “crociati”.  A questo proposito riproduciamo qui sotto un articolo di Gianandrea Gaiani pubblicato su Libero Quotidiano il 7 settembre scorso.

La decisione assunta dal vertice Nato di Newport di costituire una “Core Coalition” intorno alla quale riunire i Paesi disponibili a combattere le milizie dello Stato Islamico (IS) rischia di offrire una potente arma di propaganda ai jihadisti.

Abu Bakr al-Baghdadi (o il suo successore alla guida dell’IS se trovassero conferme le voci di fonte curda circa la sua uccisione in un raid aereo statunitense a Mosul) ha l’opportunità di porsi come il paladino del mondo islamico nella lotta contro i “crociati” coalizzatisi per attaccare l’entità islamista istituita con le armi accorpando regioni siriane e irachene.
Non deve sfuggire che i dieci Paesi della “Core Coaliton” guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna con Italia, Francia, Germania, Danimarca, Polonia, Turchia, Canada e Australia sono gli eredi (esclusa la Turchia) dei regni che presero parte alle crociate tra l’XI e il XIII secolo. Certo all’epoca le colonie europee in America e Australia ancora non esistevano ma la propaganda islamista non ha mai avuto difficoltà ad accomunare le coalizioni occidentali sotto la definizione di “crociati”, termine già utilizzato da al-Qaeda e talebani nella guerra afghana per indicare le forze della Nato.

Il richiamo alle “invasioni” dei cristiani di Gerusalemme e delle terre del Nord Africa e Medio Oriente rientra negli schemi culturali e mediatici che costituiscono la base ideologica dello Stato Islamico, nuova definizione di quello Stato Islamico dell’Iraq e Sham in cui il termine Sham (Levante) si riferisce ai territori del Califfato di Bilad al-Sham che nel IX secolo si estendevano lungo Mediterraneo Orientale dalla Turchia meridionale al Sinai e che videro gli scontri più estesi e prolungati dell’epoca delle crociate. Una “visione” certo arcaica, che può apparire incomprensibile in un Occidente che ha espresso perfino senso di colpa per le crociate. Tuttavia, come dovrebbe aver insegnato la guerra afghana, la propaganda jihadista utilizza strumenti moderni (internet e i social media) per diffondere messaggi “arcaici”, ricchi di richiami profondamente radicati nella loro visione della Storia.

Una propaganda che non punta a influenzare l’opinione pubblica occidentale ma a galvanizzare e motivare i musulmani inclusi quelli che vivono in Occidente. La “Core Coalition” rischia quindi di consentire allo Stato Islamico di aumentare i consensi nel mondo sunnita anche in termini di finanziamenti, aiuti militari e afflusso di “volontari” ponendosi come baluardo contro i crociati, gli sciti e i Paesi sunniti che hanno tradito l’Islam schierandosi con gli Stati Uniti e la Nato.

Non è un caso che le monarchie del Golfo che ospitano le basi americane (la più importante è al-Udeid, in Qatar) da cui decollano i jet che colpiscono le postazioni dell’IS abbiano chiesto a Washington di non dare risalto mediatico al loro ruolo.
“Nel rispetto della sensibilità dei Paesi ospitati e per ragioni di sicurezza non daremo le specifiche sulle basi di partenza e sui velivoli” ha detto il portavoce del Central Command statunitense, il maggiore Curtis Kellogg.

Il sostegno alla guerra condotta da cristiani e sciti (i governi iracheno e siriano) contro miliziani sunniti mette in forte imbarazzo sauditi ed emirati del Golfo le cui opinioni pubbliche sembrano mostrare ampie simpatie per lo Stato Islamico. Un recente sondaggio ha messo in luce che il 92 per cento dei sauditi valuta che i miliziani di al-Baghdadi osservino correttamente i precetti coranici mentre report d’intelligence evidenziano che dal Kuwait transita la gran parte dei finanziamenti diretti ai jihadisti. Se sul piano politico la coalizione occidentale rischia di rafforzare la credibilità dei jihadisti nel mondo sunnita, su quello militare il blando intervento limitato ad azioni aeree ma senza truppe sul terreno rischia di risultare non risolutivo.

Foto: Stato Islamico, US DoD,

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