Il dibattito sul sostegno del Qatar ai jihadisti

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Adnkronos/Aki – “Date i vostri soldi a quelli che li spendono per il jihad, non per gli aiuti umanitari”. E’ l’appello che, secondo il New York Times, l’influente sheikh Hajaj al-Ajmi (nella foto a sinistra) ha rivolto nel corso di una recente conferenza a Doha a una platea di ricchi cittadini del Qatar. Il nome dello sheikh compare in una lista degli Stati Uniti, che comprende almeno sei nomi di religiosi che fanno fund-raising per i jihadisti attivi in Siria e operano senza essere disturbati dalle autorità del Qatar, spesso predicando nelle moschee di proprietà dello stato. E’ con situazioni di questo genere che il Qatar si è guadagnato la fama di paese che offre rifugio, mediazione diplomatica, finanziamenti e armi a vari gruppi estremisti attivi nella regione, dalla Siria alla Libia, dall’Egitto a Gaza. Ed è così che il paese si è visto crescere intorno un muro di ostilità non solo da parte di paesi vicini, ma anche da alleati storici come gli Stati Uniti, che in Qatar hanno la loro più grande base militare in Medio Oriente. In Egitto, il Qatar e la sua televisione, il canale satellitare al-Jazeera, si sono schierati con i Fratelli Musulmani e con il loro governo, destituito a luglio 2013.

Al contrario, le altre monarchie del Golfo, dagli Emirati all’Arabia Saudita, si sono schierate con il generale (oggi presidente) Abdel Fattah al-Sisi, perché vendevano la Fratellanza come un movimento islamico talmente ben organizzato da rappresentare una minaccia anche per loro. E’ stato proprio in seguito allo scontro sull’Egitto che Abu Dhabi e Riad hanno richiamato i loro ambasciatori a Doha. In Siria, il Qatar lascia libero spazio ai finanziatori di gruppi jihadisti come il Fronte al-Nusra, legato ad al-Qaeda, e lo Stato islamico.

Molti analisti smentiscono tuttavia che questa tolleranza si tramuti in un aiuto diretto ai jihadisti. “Dire che c’è il Qatar dietro lo Stato islamico è pura retorica”, ha affermato Michael Stephens, ricercatore presso la sede di Doha del britannico Royal United Services Institute.

Doha ospita anche molti dirigenti del movimento palestinese Hamas ricercati da Israele e non nasconde di finanziare il movimento e le sue attività a Gaza, sebbene sia gli Usa che Israele siano consapevoli che questo appoggio non arriva fino alla fornitura di armi, come fa invece l’Iran. Della fama del Qatar come ‘tutore’ dei gruppi estremisti si sta avvantaggiando lo Stato ebraico, che è riuscito in questo modo a far accendere i riflettori sui legami tra Doha e Hamas. Anche in Libia il Qatar si è schierato su un fronte opposto rispetto a quello di paesi vicini come gli Emirati.

Mentre questi sostengono uomini in qualche modo legati all’ex regime, come l’ex generale Khalifa al-Haftar, Doha appoggia le milizie islamiche. Se nel 2011 sosteneva gruppi come Rafallah al-Sehati, che non erano del tutto sgraditi all’Occidente, oggi è accusato di finanziare loro ‘derivati’ estremisti come Ansar al-Sharia, gruppo accusato dell’uccisione dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens.

Seppure con il via libera degli Stati Uniti, il Qatar ha consentito infine anche ai Talebani afghani di aprire un loro ufficio a Doha. In generale, per l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, il Qatar è diventato oggi il “Club Med dei terroristi”, come il diplomatico ha scritto di recente sul New York Times. Osservatori, diplomatici e gli stessi gruppi islamici sostengono tuttavia che l’atteggiamento del Qatar, sotto la pressione dei paesi vicini e degli Stati Uniti, stia lentamente cambiando. Alcuni islamici egiziani contattati del N.Y. Times, ad esempio, sostengono che mentre Doha continua a fornire loro rifugio, ha smesso di finanziarli. “Stanno cercando di bilanciare”, ha detto una delle fonti egiziane, a condizione di anonimato.

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