Il vero piano del Califfato nel video stile Hollywood

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di Gian Micalessin da  Il Giornale del 18 settembre 2014

Una rivista e un filmato on line girato all’americana per attirare i fedeli «in patria». L’Isis prepara un’armata di terra, Obama no: «Mai truppe in Irak» Che quei due non ce la potessero fare lo si era capito dopo la caduta dell’Afghanistan talebano. Allora dopo una prolungata assenza mediatica Osama Bin Laden e il suo braccio destro Ayman Al Zawahiri ricomparvero in un video confuso e tremolante girato mentre s’aggiravano come due pensionati stanchi e abbacchiati in una desolata pietraia. Da allora in poi non fecero molta strada. Osama s’è fatto impallinare in un covo prigione, il suo sodale è scomparso nell’ombra. Con l’Isis non funziona così. Guardate «Flames of War» (Fiammate di Guerra), il trailer con cui ci preannunciano con un linguaggio mutuato dai film e dalle serie tv occidentali l’arrivo della guerra destinata a sconfiggerci. Una guerra in cui, fa capire quel filmato montato a ritmi da cardiopalma, neppure la superiorità dell’Occidente potrà salvarci dall’offensiva terribilmente simmetrica dei nuovi jihadisti. Avete letto bene. Abbiamo scritto offensiva simmetrica, combattuta contrapponendosi faccia a faccia a noi e dispiegando i propri soldati contro i nostri. Fanfaronate? Illusioni da pagliacci dell’Islam?

Mica tanto. Il rischio stavolta è reale. E non tanto perché siano più bravi di noi a combattere. Ma perché hanno voglia di farlo. E se ne fregano di morire. Mentre persino l’America, l’unica nel 2005 a mandare i marines a Fallujia per stanare gli alqaidisti a casa loro, non è disposta a rischiare mezzo soldato. «Non ci saranno truppe di terra», ha ribadito ieri Obama, spiegando che gli Usa non possono «fare per gli iracheni quello che devono fare per loro stessi». Questo è proprio quello su cui puntano. Perché se a parole il Califfo Abu Baqr Al Baghdadi sfida Obama e lo invita a tornare in Irak, nella pratica ha bisogno di tempo per far crescere lo Stato Islamico. Quel nome non è, a differenza di Al Qaida, un semplice marchio.

È la pietra angolare di una strategia completamente nuova, spiegata anche nel numero appena uscito di «Dabiq», la rivista on line dello Stato islamico. Una strategia che non punta più sulla jihad globale predicata da Al Qaida e condotta ai quattro angoli del mondo sulla base di legami spesso labili. La nuova parola d’ordine è l’«hijra», la migrazione all’incontrario, l’abbandono di quell’Occidente dove ogni fedele rischia la corruzione morale, alla volta di quei territori di Siria e Irak dove ogni jihadista enuncerà la «bay’ha» proclamando la propria fede nel Califfato.

L’addio all’Occidente e lo scarso interesse per la jihad globale riducono, nel breve periodo, il rischio di attentati, ma minacciano di trasformare l’Isis in una macchina da guerra inarrestabile. A quello pensa Al Bagdadi quando indica i tre stadi di una strategia rivolta prima alla conquista dei territori a maggioranza sunnita, poi a quella delle nazioni musulmane circostanti (Iran e Arabia Saudita in testa) e infine all’annunciata «marcia su Roma». Un modello di espansione ripreso paro paro dalla storia delle guerre di conquista islamiche iniziate nel VII secolo da Siria e Persia e allargatesi poi a Spagna e Sud Italia. Un modello già applicato in Siria e Nord Irak dove i guerrieri del Califfato si concentrano nella conquista dei capisaldi sunniti e trascurano i centri curdi sciiti o alawiti. Ma è solo questione di tempo.

Se gli daremo il tempo di rafforzarsi i primi a cadere saranno i paesi arabi circostanti. Poi arriverà la volta della sfida all’Iran sciita. E infine grazie alle ricchezze e alle armi accumulate toccherà a noi. Può sembrare una previsione da Cassandra, ma non è proprio così. In Irak tra giugno e agosto hanno distrutto 7 divisioni irachene impadronendosi di armi e arsenali con cui potrebbero oggi arrivare alle porte di Bagdad. Per questo se non vogliamo vederli affacciarsi al Mediterraneo dobbiamo fermarli ora.

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