LA GUERRA AL CALIFFATO? ROBA PER CONTRACTORS

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Ora che gli airstrikes contro ISIS hanno perso le limitazioni dei primi giorni lasciando spazio a quella che dovrebbe diventare un’incessante campagna aerea alleata, estesa anche alla Siria, molti sostengono che per chiudere la partita con i tagliagole siano necessarie operazioni terrestri: “boots on the ground”, insomma. Fase questa in cui nessun Paese pare intenzionato a farsi coinvolgere, perlomeno ufficialmente. Ecco quindi che l’opzione “contractors” potrebbe esser fondamentale!
Se da una parte i sondaggi indicano due terzi degli americani favorevoli agli attacchi aerei, ciò non riguarda assolutamente l’invio di truppe di terra come ribadito dal presidente Obama che ha aggiunto: “dobbiamo usare la nostra forza con saggezza. Dobbiamo evitare di ripetere gli errori del passato”
Molti vedono in queste parole il riferimento all’impiego di un contingente ridotto di forze speciali con un progressivo “supporto privato”. Il fermento che circola nel mondo dei contractors è decisamente palpabile.

Da settimane, con intensità crescente, una pletora di generali in congedo sollecita un maggior impegno americano contro i fondamentalisti. L’ex generale dei Marines, Anthony Zinni (foto a sinistra) chiede l’invio di due brigate, tra i 6.000 e i 10.000 uomini per spazzar via ISIS in un lampo mentre il generale Jack Keane pretende attacchi più intensi e il massiccio dispiegamento di forze speciali e consiglieri; sulla stessa linea l’ex funzionaria dell’amministrazione Bush, Frances Townsed.

Ciò che contraddistingue l’interventismo di questi personaggi è che, quasi tutti, sono attualmente dirigenti e dipendenti dei principali contractors e  compagnie militari e di sicurezza private del mondo per i quali si prospetta una ghiotta opportunità. Il think tank del Generale Keane, l’ Institute for the Study of War (ISW), tra i cui sponsor troviamo Raytheon, SAIC, Palantir, General Dynamics, CACI International, Northrop Grumman, DynCorp, e L-3 Communication (tutti contractors della difesa) ha rappresentato la fonte d’informazione principale sull’espansione dell’ISIS,  influenzando i principali organi d’informazione.

Keane è anche consigliere di Academi, membro del consiglio d’amministrazione della General Dynamics (produttrice di carri armati e aerei da guerra), socio della SCP Partners, che si occupa di consulenza della difesa e presidente della propria società, la GSI Llc. Nel 2014, dalla General Dynamics, l’ex ufficiale ha percepito la somma di $258.006.

Lo stesso si può dire del generale Anthony Zinni, il più acceso interventista, membro del consiglio d’amministrazione della multinazionale della sicurezza BAE Systems e di diverse equity firms del mondo della difesa.

Più contenuto il compenso che la General Dynamics ha versato nel 2013 al “falco” James Mattis (foto a sinistra), anch’egli ex generale dei Marines: 88.479 dollari in contanti e azioni. Altro segno di un possibile surge nell’impiego di contractors si era prospettato già agli inizi di giugno, nel pieno dell’avanzata jihadista e con le prime forze speciali americane in Iraq. Il Pentagono aveva infatti sottoposto ai principali fornitori militari due importanti quesiti: il primo, una stima sui costi per la realizzazione di una rete di 10 stazioni per la comunicazione satellitare come quelle utilizzate per i contatti con le FOB (basi avanzate). La seconda, la stima di costi per istruttori e consiglieri di sicurezza per il Ministero della Difesa iracheno. Tali richieste non rappresentavano l’avvio di una gara d’appalto, bensì un sondaggio su interesse e capacità dei contractors.

Inoltre, come riportato da Stars and Stripes, lo U.S. Army Contracting Command ha pubblicato un annuncio indirizzato a potenziali operatori da impiegare in Iraq con un contratto iniziale di 12 mesi per compiti ricadenti nell’ambito della missione esistente quali amministrazione, sviluppo di forze, acquisizioni e procurement di armamenti, appalti, gestione ed addestramento di personale, logistica, comunicazioni, gestione infrastrutture, intelligence….
Secondo un recente report di Standard & Poor’s, dall’operazione anti ISIS, gli attori della sicurezza privata si aspettano una crescita di fatturato nel medio e lungo periodo che, parallelamente alle altre crisi internazionali, invertirebbe il trend di un settore che, decisamente non in crisi a livello globale, ha sofferto significativamente del disimpegno americano da Iraq ed Afghanistan.

Come si evince dal censimento del Dipartimento della Difesa, infatti, nell’area di responsabilità del Central Command (che comprende anche Iraq, Afghanistan, Somalia e Yemen), il numero di contractors è passato dai 242.558 del 2008, ai poco più di 66.000 di luglio 2014.  Doug Brooks, presidente emerito della International Stability Operations Association, associazione di categoria del settore, dichiara che  “c’è stato un consolidamento dopo i conflitti” della presenza di operatori privati nei teatri d’operazioni e che “Non sarà come negli ultimi dieci anni, ma ci sarà crescita nei nostri servizi”.

Tuttavia, già nel breve periodo si sono osservati segnali positivi come sottolineato da Kenneth Asbury, CEO di CACI International .
Questo nuovo sforzo bellico per cui il Presidente americano ha per ora chiesto al Congresso 500 milioni di dollari, rappresenta un’occasione per quelle società come Leidos, Exelis e DynCorp dotate di capacità addestrative, consultive, logistiche, manutentive e di sicurezza, non solo in Iraq, ma anche nei Paesi circostanti che si sentono minacciati; non pare invece esserci un particolare incremento di richiesta per i fornitori di missili e bombe di cui gli Stati Uniti sono già abbondantemente in possesso.

La rapida avanzata di ISIS ha portato al dispiegamento di oltre mille soldati americani per rinforzare il contingente a protezione di personale e strutture diplomatiche, specialmente a Baghdad e ad Erbil dove proprio in questi giorni si sta riattivando la base aerea da cui lanciare attacchi contro il Califfato. Circa  600 invece gli uomini delle forze speciali incaricati di riorganizzare le truppe irachene e peshmerga. Una presenza che necessita di supporto per tutto ciò che va dalla logistica ai servizi mensa e lavanderia; il tutto da affidarsi ad ulteriori contractors che si affiancheranno ai 5.000 già presenti come riporato dal Wall Street Journal a febbraio di quest’anno.

Applicando le debite lessons learned ed evitando quei reati ed aspetti controversi che hanno adombrato gli innegabili risultati positivi delle Private Military and Security Companies (PMSC) , il ricorso a tali realtà potrebbe rappresentare un asso nella manica per Obama consentendogli di “celare” il reale quantitativo di personale dispiegato.Demandando ai privati parte delle attività svolte dai militari, si potrebbe non doverne aumentare il numero ed i correlati rischi politici a meno di tre anni dal ritiro definitivo dall’Iraq. I media ed i contribuenti, infatti, non considerano il personale privato alla stessa stregua dei militari.

Di occasione mancata ha parlato venerdì scorso Erik Prince (nella foto a sinistra),  ex proprietario e fondatore di Blackwater, rivolgendo un chiaro messaggio all’ISIS: “Siete fortunati che la Blackwater abbia chiuso!” Secondo Prince, infatti, i suoi uomini avrebbero potuto risolvere la crisi da soli: “E’ un peccato che l’amministrazione Obama abbia eliminato la mia vecchia società; in quanto entità privata avremmo potuto risolvere il problema boots on the ground con gente disposta a recarsi in loco come contractors, evitando dibattiti sull’invio di personale in servizio attivo”.

Ha inoltre vivacemente spronato il Partito Repubblicano a tirar fuori le… “unghie” nella difesa dei propri valori. Dopo avere attirato ire, critiche e procedimenti legali per abusi e crimini commessi dai propri uomini, Erik Prince ha venduto la Blackwater e si è trasferito ad Abu Dhabi dove ancora opera nel settore della sicurezza privata.

Oltre a fornire uomini armati, la sua ex società avrebbe potuto fornire supporto umanitario in quanto dotata di una flotta aerea e navale. Tra le motivazioni che hanno spinto il fondatore ad avviare tale business, oltre a passione personale ed un’ingente quantità di denaro da investire, il disgusto per la continua incapacità della comunità internazionale a fermare genocidi come quello ruandese dove “quasi un milione di persone sono state uccise con attrezzi agricoli in più di quattro mesi”

Un ruolo attivo di truppe Usa o di operatori privati nel conflitto, secondo Tony Cordesman del Center for Strategic & International Studies, sarebbe sconsigliabile non  solo per questioni politiche ma anche per il rischio di esser visti come un nemico schierato a fianco di uno o dell’altro contendente: ricordiamoci ISIS a parte, lo scontro è tra iracheni sunniti e sciiti. Cordesman sostiene un impiego di addestratori e consiglieri al fianco delle truppe irachene.

Ruolo che potrebbe esser portato avanti dalle compagnie militari private come avvenuto nel 1995 con l’operazione Oluja (tempesta): forze croate allo sbando, riorganizzate ed addestrate dalla società americana MPRI hanno riconquistato fulmineamente la regione della Krajina in mano serba. Un successo dal punto di vista militare che purtroppo è stato offuscato da crimini di guerra e pulizia etnica.
La situazione attuale è così grave da spingere il governo iracheno a promettere ai soldati americani (e di riflesso ai loro contractors) quell’immunità giudiziaria che dal 2011 aveva sempre negato; un’immunità che dovrà esser alla base anche di ogni futuro contratto privato.

Foto: Stasrs and Stripes, Bloomberg/Getty Images, Exelis. CNN, Nextnewsnetwork

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI. Si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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