L’ombra lunga di Saddam

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di Bernardo Valli da La Repubblica del 4 settembre 2014

NON si può dire che siano dei convertiti. Erano e restano musulmani. Ma adesso sono islamisti radicali. Un tempo erano dei laici, anche se in arabo si evita l’espressione più o meno equivalente che fa pensare ad atei. E nell’Islam è difficile definirsi tale. Mi riferisco agli ufficiali che inquadrano le milizie dello Stato islamico. Quello che ha decapitato Foley e Sotloff, i due giornalisti americani. Abu Bakr al Baghdadi, autoproclamatosi califfo, ossia successore di Maometto, ha una predilezione per i militari. NE ha collocati tanti alla testa delle dodici zone in cui è suddiviso il suo califfato, nelle province irachene e siriane sotto il suo parziale o completo controllo. Sono per lo più capitani, colonnelli, anche qualche generale delle ex forze armate di Saddam Hussein, scalzato dal potere dagli americani nel 2003, e poi impiccato in seguito alla sentenza di un tribunale iracheno. Sono ufficiali rimasti senza esercito, perché epurati dai comitati incaricati di disperdere i quadri militari e civili del regime di Saddam, dopo l’invasione americana.

È stata in sostanza attuata la totale messa al bando di coloro che in uniforme o come funzionari formavano l’apparato statale, e che quasi d’ufficio appartenevano al Baath, il partito al potere. Appunto considerato laico, e in quanto tale a lungo condannato nelle moschee, quando i predicatori potevano permetterselo, a Damasco e a Bagdad. Rifiutati dal nuovo esercito iracheno, gli ufficiali si sono dati alla macchia, unendosi alla guerriglia jihadista anti americana. In tanti hanno più tardi risposto ai richiami del generale Petraus.

Per staccarli dai movimenti jihadisti, il comandante delle truppe d’occupazione aveva formato delle milizie in cui gli epurati trovavano una funzione e uno stipendio. L’intesa è durata poco perché, partiti gli americani, il governo a maggioranza sciita di Bagdad ha praticamente sciolto quelle milizie e ha cominciato a perseguitare i sunniti. In quanto sunniti e di nuovo senza lavoro, gli ex ufficiali di Saddam hanno infine aderito allo Stato islamico. Il quale offriva tra l’altro la possibilità di una rivincita sugli avversari sciiti. L’adesione al movimento jihadista ha implicato anche una svolta religiosa.

Per cui i laici del partito Baath sono diventati islamisti radicali. Da noi tutti sono credenti, è il naturale slogan dello Stato islamico. Il quale è un movimento ibrido. La sua attività è essenzialmente terroristica ma è inquadrata da militari di mestiere. Il denominatore comune è la passione religiosa, ma essa è accompagnata dal preciso uso degli strumenti più moderni per una propaganda che sposa il mistico e il macabro. Gli ex laici del Baath sono ridiventati soldati di mestiere al servizio di un califfo che la stragrande maggioranza dei musulmani (che sono un miliardo e mezzo) rifiuta. Un ex generale di Saddam Hussein ha chiesto alcuni mesi fa di essere reintegrato nell’esercito iracheno, ma figurando nella lista degli epurati è stato rifiutato.

“Gli farò rimangiare il rifiuto” ha detto in una conversazione, registrata dai servizi di Bagdad, con la quale annunciava a un conoscente il suo passaggio allo Stato islamico. Abu Bakr el Baghdadi, il “califfo” , ha conosciuto molti di quelli che adesso sono i suoi stretti collaboratori quando era detenuto a Camp Bucca, il centro di internamento americano. Tanti sono i nomi noti. Tra i colonnelli, insieme agli iracheni (due sono famosi: Fadel al-Hayali e Adnam al Sweidawi), e ai siriani un tempo nell’esercito di Damasco, non pochi provengono da altri paesi arabi, ed anche dalla Bosnia e dalla Cecenia.

Un ufficiale ceceno è conosciuto sotto il nome di Omar al Shismani. I media e le varie polizie si occupano degli aspiranti jihadisti attirati dalla guerra civile in Siria e dalla decomposizione dello Stato iracheno (come già furono attirati dall’Afghanistan e adesso dal Sinai che gli egiziani stentano a controllare). Molti provengono dai paesi musulmani o dalle comunità musulmane d’Europa. E al rientro potrebbero essere domani tentati dal terrorismo in patria. I ragazzi europei convertiti all’Islam non lasciano indifferenti Londra, Parigi, Roma.

Ma senza gli ex ufficiali di Saddam Hussein, senza i resti di quell’esercito disperso che gli americani si sono lasciati alle spalle partendo dall’Iraq, lo Stato islamico non avrebbe conosciuto i successi degli ultimi mesi, inquietanti non solo per l’Occidente ma anche per la maggioranza del mondo musulmano. Inquietano persino Al Qaeda.

Nel 2006, quando Abu Musar al Zarqawi, il giordano che per primo tagliò la gola di un americano in Iraq, fu ucciso durante un’incursione aerea, Osama bin Laden disse che era morto il “leone della Jihad”. Zarqawi comandava al Qaeda nella valle del Tigri e dell’Eufrate e il suo successore fu Baghdadi, il quale non perse tempo: pensando già di autoproclamarsi califfo, si aggiunse il nome di Bakr, il primo successore di Maometto. Osama bin Laden, non certo un cuore tenero, si preoccupò subito: la megalomania e il fanatismo di Baghdadi lo lasciò perplesso.

L’intesa sarebbe stata difficile: ed infatti lo Stato islamico è entrato in contrasto armato con Nusra, il fronte islamico espressione di al Qaeda in Siria. In Nusra sono raccolti una dozzina di organizzazioni jihadiste che hanno discreti rapporti con il Libero Esercito di Siria, una formazione laica riconosciuta da molti paesi occidentali, dai quali non ha tuttavia mai ricevuto un aiuto sufficiente nel timore che le armi (in particolare gli Stinger antiaerei) finissero nelle mani degli jihadisti.

L’unione tra questi ultimi, provenienti da tante contrade, e gli ex ufficiali sunniti del rais impiccato, ansiosi di una rivincita contro gli sciiti al governo a Bagdad, ha dato allo Stato islamico la forza di creare uno pseudo califfato tra le province limitrofe di Iraq e di Siria. Le capitali musulmane sono allarmate, più di quanto lo siano quelle occidentali. Al Cairo, il maresciallo Sisi, il nuovo rais che ha schiacc iato, imprigionato e decimato i Fratelli musulmani (versione dell’islamismo moderato), suggerisce un’azione comune per arginare l’ondata jihadista. E quello che vorrebbe creare Barack Obama, con la collaborazione diretta dei paesi della regione. Un’alleanza musulmana contro il pericolo jihadista. Una minaccia che ha già prodotto impensabili intese. È senz’altro significativa quella, sia pure non concordata, tra l’aviazione americana e le milizie iraniane, nella recente battaglia di Amerli. Teheran e Washington fianco a fianco è una novità non trascurabile.

Foto: Ezidi Press, Welayat Salahuddin/AP, Getty Image

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