Muli e zattere per finanziare il Califfato

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Aggiornato alle ore 23,45 

A dorso di mulo, nascosto all’interno di camion o su zattere che discendono la corrente di un fiume.  Non manca certo la fantasia ai jihadisti del cosiddetto Stato Islamico (Is) per contrabbandare petrolio dai pozzi siriani in Turchia.
Un sistema – quello messo in piedi dagli estremisti sunniti – estremamente complesso e per questo difficile da sradicare, ma che già frutta qualcosa come due milioni di dollari al giorno.
La rete di contrabbando dell’Is funziona come un orologio. Il primo step è l’estrazione del petrolio dai giacimenti del nord della Siria, dove un tempo operavano giganti come la francese Total e l’anglo-olandese Shell. Nel 2011, con lo scoppio della rivolta contro il presidente Bashar al-Assad, queste società hanno abbandonato i pozzi della provincia di Dayr az-Zor. Ma i tecnici e gran parte del personale addetti all’estrazione sono siriani e hanno continuato il loro lavoro.

Il greggio viene poi trasportato in impianti di fortuna nella provincia di Raqqa, dove viene raffinato. Il più grande si trova vicino alla città di Akrish. Il risultato è un combustibile di bassa qualità che viene venduto al mercato nero a prezzi contenuti, circa il 30% in meno rispetto a quelli ufficiali.
Una volta concluso il processo di raffinazione si entra nella fase tre, la più delicata, ovvero il trasporto del combustibile oltre il confine turco. I militanti dell’Is – scrive il Wall Street Journal – utilizzano ogni stratagemma per far attraversare la frontiera al loro petrolio.
Una delle soluzioni è legare le taniche sul dorso di cavalli o muli, che possono percorrere strade bianche, evitando così qualsiasi tipo di controllo delle guardie di frontiera turche.

Ma il petrolio viene anche fatto viaggiare su delle zattere che seguono la corrente dell’Oronte, che dalla Siria attraversa la provincia turca di Hatay per poi sfociare nel Mediterraneo.

Non solo, il petrolio dell’Is viene anche contrabbandato su piccole taniche nascoste all’interno dei camion che attraversano la frontiera tra i due paesi o tra i mezzi agricoli, come trattori. A dirigere le operazioni è al-Hamoud Ali, noto anche con il nome di Abu Luqman, l’emiro del cosiddetto Stato Islamico a Raqqa. Abu Luqman decide quanto i contrabbandieri devono pagare per il greggio e quando possono caricarlo sulle autobotti che lo porteranno poi fino ai villaggi siriani al confine.

Il contrabbando di petrolio è la principale forma di finanziamento dell’Is. Secondo Luay al-Khateeb, esperto del Brookings Doha Center, i jihadisti producono 100mila barili di greggio al giorno – più o meno come il Sudan – e incassano due milioni di dollari.

Per diverso tempo la Turchia – scrive il Wsj – ha chiuso più di un occhio su questo traffico illecito. All’inizio, infatti, i giacimenti erano nelle mani dei ribelli dell’Esercito siriano libero – gruppo armato anti-Assad appoggiato da Ankara – ma anche dopo che i pozzi erano finiti nelle mani dell’Is non c’era mai stata un’azione decisa per sradicare il fenomeno.

Ma la pressione della comunità internazionale, che punta a prosciugare le fonti principali di introito dei jihadisti, ha cambiato le carte in tavola, spingendo anche le autorità turche a fare la loro parte. Secondo l’esercito di Ankara, nelle ultime due settimane i militari hanno sequestrato 13.400 litri di combustibile al confine con la Siria.

Secondo fonti israeliane lo Stato Islamico avrebbe accumulato ”straordinarie risorse economiche” che gli consentono di fortificarsi in estese aree della Siria e dell’Iraq formando alleanze con le tribù e altri gruppi di queste regioni. Lo ha detto – citata da Haaretz – una fonte israeliana secondo la quale il Califfato controlla 60 pozzi di petrolio attivi dai quali ricava dai 3 ai 6 milioni di dollari al giorno. La fonte ha confermato che Israele ha passato notizie di intelligence agli Usa.

Solo con la produzione della regione di Himrin, nella provincia irachena di Diyala, non lontano dal confine con l’Iran, l’Isis guadagnerebbe 600.000 dollari al giorno, secondo quanto affermato dal sindaco di una citta’ della regione. “I jihadisti – ha detto Oday al Khadran, sindaco di Khalis – riempiono circa cento autobotti al giorno di greggio, che viene consegnato a commercianti senza scrupoli a Mosul o in Siria. Qui viene venduto a mediatori stranieri a circa 4.000 dollari per ogni autobotte, circa l’80 per cento in meno rispetto ai prezzi di mercato in Europa”. Proprio la vendita del petrolio a prezzi fortemente ribassati, sottolineano varie fonti in Siria, ha consentito allo Stato islamico di assicurarsi l’appoggio di clan tribali armati delle province settentrionali di Raqqa e di Dayr az Zor. In quest’ultimo territorio, il più ricco di risorse energetiche in Siria, l’Isis controlla quattro dei cinque principali giacimenti.

Mentre nei mesi scorsi ha cercato di impadronirsi, senza riuscirci, anche del giacimento di gas di Shaer, sulla strada tra Palmyra e la città di Deyr az Zor, capoluogo dell’omonima provincia. In Iraq i giacimenti sotto il controllo dei jihadisti, nelle aree di Tikrit e della provincia di Al Anbar, sono minori rispetto a quelli ben piu’ importanti nel sud del Paese, in regioni sciite che non sembrano minacciate dalla loro avanzata, e a quelli di Kirkuk, ad ovest della regione autonoma del Kurdistan, che le milizie dei Peshmerga hanno posto in sicurezza prendendo il posto dell’esercito di Baghdad, che si è dato alla fuga. Il ministero del Petrolio iracheno ha reso noto oggi che le proprie esportazioni non hanno subito gravi contraccolpi nel mese di agosto, raggiungendo un valore di oltre 7 miliardi di dollari.

Il greggio è stato tutto imbarcato nei porti nel sud del Paese, sul Golfo, poichè l’oleodotto da Kirkuk verso Ceyhan, in Turchia, è chiuso fin da marzo a causa di attentati. L’Isis però non cessa di minacciare le più importanti strutture petrolifere del Paese, in particolare il complesso di raffinerie di Baiji, 40 chilometri a nord di Tikrit. Il comando delle forze anti-terrorismo di Baghdad ha detto oggi che un nuovo tentativo dei jihadisti di impossessarsi del sito è stato respinto e 26 miliziani sono stati uccisi. Gli esperti ritengono che, anche se dovesse conquistare Baiji, lo Stato islamico non sarebbe in grado di far funzionare gli impianti. I jihadisti, infatti, si limitano a contrabbandare verso l’estero petrolio non raffinato in cambio di valuta e di prodotti derivati. Ma la loro presenza a ridosso di uno dei più’ importanti siti del Paese resta comunque un fattore di incertezza che rischia di recare gravi danni ai progetti di sviluppo dell’industria petrolifera irachena.

(con fonti ANSA e Adnkronos)

Foto: stato Islamico, Reuters

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