Paesi islamici freddi sulla strategia USA contro il Califfato

Obama_in_Afghanistan_2012

Adnkronos/Aki – Per avere successo, il piano messo in campo da Washington contro i jihadisti dello Stato islamico (Is) necessita della piena adesione dei paesi della regione, da quelli del Golfo, come Arabia Saudita ed Emirati, a quelli confinanti con Siria e Iraq, come la Turchia. Ma gran parte di questi paesi mostra per ora una certa riluttanza rispetto al piano di Barack Obama. Solo la Turchia, tra i paesi musulmani, ha finora ufficialmente sottoscritto la strategia americana. Gli altri paesi, che pure non l’hanno bocciata, chiedono chiarimenti sull’impegno militare, finanziario e diplomatico che Obama intende mettere in campo. Secondo il Wall Street Journal, Arabia Saudita, Emirati e Giordania chiedono inoltre che la Casa Bianca si impegni a usare il pugno di ferro anche contro le milizie islamiche attive in altri paesi, come la Libia, ma anche l’Egitto e la Tunisia.

“Tutti concordano sulla necessità di far fronte alla minaccia dell’Is o di altri gruppi estremisti della regione – ha detto a condizione di anonimato un dirigente arabo coinvolto nel dossier – Ma finché non vediamo un piano o una strategia che stabilisce come raggiungere questo obiettivo, sarà difficile per molti paesi partecipare a questa lotta”. – Per superare le perplessità dei paesi musulmani, il segretario di stato John Kerry e altri rappresentanti dell’amministrazione americana sono impegnati in un tour regionale. Ma a pesare sulla decisione finale di questi stati è anche il ruolo degli Usa in Medio Oriente, un ruolo che è diventato sempre più marginale. In particolare l’Arabia Saudita, ad esempio, accusa Obama di non essere intervenuto con la dovuta aggressività in Siria, in modo da garantire ai ribelli moderati la spinta necessaria ad affermarsi. Secondo una fonte araba del Wall Street Journal, il re saudita Abdullah sarebbe irritato con Obama per aver rinunciato all’intervento militare contro il regime di Bashar al-Assad lo scorso anno, quando venne fuori che usava armi chimiche contro il regime.

“L’Arabia Saudita ritiene che questo sia stato il grilletto che ha fatto esplodere l’Is nella regione”, ha detto la fonte araba. Ma per gli Usa un ruolo saudita nella strategia contro i jihadisti è fondamentale. Secondo un’analisi del New York Times, i sauditi sono gli unici ad avere la forza e la legittimazione per annientare l’Is.  Il regno ha già agito con successo contro al-Qaeda, tanto che la sua strategia antiterrorismo è giudicata una delle più sofisticate ed efficaci al mondo. Ma più di tutto la leadership saudita è l’unica ad avere la credibilità e la legittimazione religiosa per delegittimare l’Is agli occhi della comunità islamica e sunnita in particolare. La strategia Usa, oltre alle operazioni militari e al taglio dei finanziamenti all’Is, prevede proprio un’azione di persuasione – da parte dei sauditi ma anche degli altri paesi della regione – sulle tribù sunnite irachene, affinché ritirino il loro appoggio ai jihadisti. Ma negli ultimi anni, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati hanno seguito una strategia regionale sempre più indipendente dagli Usa, accusati, ad esempio, di aver sottovalutato la minaccia dei Fratelli Musulmani in Egitto e dei loro affiliati in Medio Oriente e Nordafrica.

Per superare queste resistenze, Kerry sarà nei prossimi giorni ad Amman e a Riad. In questa città incontrerà, secondo il Wall Street Journal, i rappresentanti dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, mentre sabato scorso ha già avuto un colloquio con il segretario generale della Lega Araba, Nabil el-Araby.

Intanto, il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, è arrivato ieri in Turchia, altra casella fondamentale per la riuscita della strategia Usa.Stretti alleati in campo militare, i due paesi attraversano un periodo di rapporti freddi dallo scorso anno, quando il governo ha represso con violenza le proteste di Parco Gezi. “Abbiamo avuto i nostri alti e bassi, ma l’importante è che le nostre relazioni non siano mai state interrotte”, ha detto Hagel, spiegando che la vicenda dell’Is ha spinto i due alleati a mettere da parte le differenze.

Ma resta una certa resistenza turca ad avere un ruolo visibile nella strategia dell’Is, per paura di ritorsioni sui 43 ostaggi turchi in mano all’Is in Iraq. E restano i dubbi di Ankara sulla fornitura di armi alle milizie curde, che a suo giudizio potrebbero arrivare nelle mani dei guerriglieri contro i quali combatte da oltre un trentennio. Con la sua visita, Hagel ha quindi voluto “verificare fin dove la Turchia sia realmente disposta ad arrivare – ha detto una fonte della Difesa Usa al Washington Post, a condizione di anonimato – La Turchia, per la sua posizione geografica, è un partner inevitabile. Deve essere un partner. Non funzionerà senza la Turchia”.

Foto: US DoD, Stato Islamico

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