I raid aerei non salveranno Kobane

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L’intervento degli aerei della Coalizione sembrava  aver rallentato l’avanzata degli jihadisti sunniti dello Stato islamico (Isis) che da oltre tre settimane tengono sotto assedio Kobane, la città curda in territorio siriano al confine con la Turchia. I miliziani, entrati nella zona sudest della città, sono stati costretti inizialmente d arretrare, sotto i bombardamenti della Coalizione che hanno colpito loro postazioni e mezzi blindati. La città è strategica perché assicura il controllo su buona parte del confine turco-siriano: in mano agli jihadisti, consentirebbe loro di consolidare la presa su un territorio enorme e sulle rotte di traffico che permettono di finanziarsi. La Turchia esita a intervenire, nonostante gli scontri tra i peshmerga curdi e i miliziani islamici siano arrivati a poco più di un chilometro dalla frontiera. “Questo non é il modo di agire di un alleato della Nato mentre c’è l’inferno a due passi dal suo confine”, ha sottolineato al New York Times una fonte dell’amministrazione americana, che ha parlato di “scuse” della Turchia per non agire.

Ankara ha condizionato il proprio intervento di terra, con 10.000 uomini e decine di carri armati, a un cambio di strategia: l’istituzione di una zona cuscinetto tra Turchia e Siria, la creazione di una no-fly zone e la deposizione del presidente siriano, Bashar Assad. Richieste in parte stroncate sul nascere dalla Casa Bianca: il portavoce, Josh Earnest, ha chiarito che si tratta “di qualcosa che non stiamo prendendo in considerazione in questo momento”.

A giustificare l’esitazione turca vi è anche il timore di essere l’unico membrio della Coalizione coinvolto in una guerra terrestre con il Califfato e che sia creata una zona autonoma curda al confine che favorirebbe le pretese autonomiste/indipendentiste dei curdi in Turchia. Sul terreno, l’effetto dei raid aerei della coalizione sembra rallentare solo temporaneamente l’attacco dell’IS. Nella serata di ieri, dopo aver ricevuto rinforzi da Raqqa,  i jihadisti hanno lanciato una nuova offensiva a est e a nord della città e stanno cercando di riconquistare le posizioni perdute. Ieri pomeriggio oltre un terzo della città risultava nelle mani dell’IS secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani.

“Nonostante un’accanita resistenza delle forze curde, l’IS è avanzato durante la notte di mercoledì e ha preso il controllo di oltre un terzo di Kobane”, ha detto alla France presse il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahmane. “I jihadisti hanno conquistato la sede degli Assayech (forza di sicurezza curde) nel nord-est della città. Durante i combattimenti, un comandante degli Assayech, Sido Jammo, e molti dei suoi uomini sono stati uccisi”, ha aggiunto.

Secondo l’organizzazione non governativa, l’Isis si trova nelle vicinanze di quello che è conosciuto come “il quadrante di sicurezza”, dove si trovano gli edifici pubblici e il comando delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg).

“L’avanzata procede lentamente grazie alla resistenza opposta dai curdi e ai raid della coalizione, condotti dagli Stati Uniti. Uno dei raid ha colpito la sede degli Assayech, dopo che era stata conquistata dall’Isis”, ha precisato Abdel Rahmane, aggiungendo che i combattimenti della scorsa notte hanno causato almeno 30 morti su entrambi i fronti. Un giornalista della France Presse ha riferito giovedì mattina di due attacchi aerei contro uno stesso obiettivo. Altri 9 attacchi aerei statunitensi sono stati registrati nelle prime ore di oggi, sei contro un reparto  a sud di Kobane e altri tre contro due edificio, occupati dai miliziani, a nord della città.

Impedire che Kobane cada nelle mani dei miliziani islamici non sembra costituire una priorità per Washington, ha lasciato intendere il segretario di Stato, John Kerry. “Le immagini che ci giungono da Kobane sono orribili, ma dovete fare un passo indietro e capire qual’é l’obiettivo strategico” degli Usa, ha spiegato Kerry rispondendo alle domande dei giornalisti sul perché Gli Stati Uniti finora abbia fatto poco per aiutare i curdi siriani asserragliati nella città.

“Malgrado la crisi in corso a Kobane, gli obiettivi originali del nostro impegno sono i centri di comando e controllo e le infrastrutture” dello Stato Islamico  “e noi stiamo cercando di privarlo della capacità globale per ostacolarli non solo a Kobane, ma in tutta la Siria e l’Iraq”. Iraq dove gli jihadisti preparano un’altra offensiva contro le forze curde a Jalawla e Khanaqin, lungo la frontiera con l’Iran. L’Isis assedia Kobane da tre settimane e lunedì notte è riuscita a irrompere nella città da est e da sud. I morti ormai si contano a centinaia: almeno 400, secondo al-Arabiya, nei soli scontri di martedì tra le milizie islamiche e i peshmerga.

Mustafa Ebdi, giornalista curdo e attivista di Kobane, ha scritto sul suo account Facebook che le strade del quartiere di Maqtala, nella zona sud-orientale della città, sono “piene di cadaveri”, ha aggiunto che rimangono ancora centinaia di civili intrappolati e che “la situazione umanitaria è difficile, la gente ha bisogno di cibo e acqua”.

il portavoce del Pentagono John Kirby ha dichiarato che “stiamo facendo tutto ciò possiamo” per fermare l’IS, ma ha dovuto ammettere che i raid aerei degli Usa e degli alleati da soli non riusciranno “a salvare” Kobane dove l’avanzata dell’IS è stata definita “una tragedia” dal Segretario di Stato, John Kerry, che ha però cercato di sminuire l’importanza strategica precisando che “malgrado la crisi in corso a Kobane gli obiettivi originali del nostro impegno sono i centri di comando e controllo e le infrastrutture dell’IS” .

Attacchi della Coalizione anche in Iraq,  di cui cinque intorno a Falluja, 60 chilometri a ovest di Baghdad. Fonti locali irachene hanno detto che sette miliziani dell’Isis sono stati uccisi nei raid, tra cui un cittadino britannico identificato come Abu Mohammed al Britani. Un elicottero dell’esercito iracheno, invece, è stato abbattuto dall’Isis nei pressi della raffineria di Baiji, 200 chilometri a nord di Baghdad. I due piloti che erano a bordo sono morti. E’ il secondo episodio di questo genere nell’arco di soli dieci giorni.

L’escalation del conflitto ha indotto il New York Times a chiedersi se Siria e Iraq saranno “il Vietnam di Obama”. Cinquant’anni fa il presidente Lyndon B. Johnson autorizzò una campagna di bombardamenti strategici nel Vietnam del nord, una intensificazione del conflitto nel Sudest asiatico che fu seguito dal dispiegamento dell’esercito sul territorio del Paese “Obama ripeterà la storia e dispiegherà le truppe di terra? Molti analisti credono di sì e diversi funzionari di alto livello spingono per questo”. È la domanda che Fredrik Logevall, professore di storia alla Cornell University, e Gordon M. Goldstein, scrittore, si pongono in un editoriale.Il presidente per ora non ha alcuna intenzione di impegnarsi in una nuova campagna militare.

“Ha imparato la lezione dalla storia” e sa che “l’intervento americano può avere un risultato molto limitato se i conflitti sono di natura politica e ideologica”. I due autori portano l’esempio di Johnson, che all’inizio condivideva lo stesso pessimismo di Obama su un possibile intervento. “Un uomo può combattere se può vedere l’alba da qualche parte in fondo alla via. Ma non c’è alba in Vietnam”, ha detto il presidente nel 1965.

Oltre a questo “dai documenti interni del 1964-65 emerge un presidente scettico su la possibilità di vincere la guerra”, si legge sul Times. Poi seguendo i suoi consiglieri militari Johnson decise di attaccare inviando 180.000 soldati. Obama può fare la stessa cosa? “Le circostanze sul campo sono molto diverse e il mondo e il ruolo degli Stati Uniti sono molto diversi da quel periodo.

Obama è meno inclinato a personalizzare la politica estera e meno minacciato da visioni diverse all’interno del cerchio dei suoi consiglieri”, continua il quotidiano di New York. “La sua sensibilità è molto più vicina a quella di John F. Kennedy  che ha espanso in modo consistente il coinvolgimento americano in Vietnam, complicando le possibilità ai suoi successori” scrivono Logevall e Goldstein. Oggi non è chiaro se Obama riuscirà a mantenere la sua linea o se la questione peggiorerà.

E non è chiara neppure l’eredità che lascerà al suo successore alla Casa Bianca. Il NYT conclude citando le parole del consigliere sulla sicurezza nazionale di Johnson che ha detto: “Non credo valga la pena combattere e non credo riusciremo a venirne fuori”. Una frase che induce gli autori dell’articolo a concludere scrivendo “possiamo solo sperare che lo stesso sentimento non sia espresso oggi all’interno dell’ufficio ovale”.

(con fonti Reuters,Ansa, Afp, AGI, TMNews)

Foto: AFP, veooz, Iraqi Army, Reuters, US DoD

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