L’Iraq riabilita i disertori per arruolarli di nuovo

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L’Iraq riabilita i disertori nel disperato tentativo di riscostruire in tempi brevi un esercito sbaragliato dall’offensiva del Califfato. Dopo aver minacciato fucilazioni, impiccagioni e carcere per le migliaia di soldati che di fronte alle truppe dello stato Islamico se la sono data a gambe il governo di Baghdad gioca la carta dell’amnistia per tutti i militari che hanno abbandonato la divisa promettendo che chi tornerà a vestire l’uniforme non verrà perseguito in alcun modo. Una mossa disperata per un governo che vede i suoi migliori soldati (sunniti) combattere con lo Stato Islamico mentre il grosso dell’esercito paga l’assenza di addestramento e l’incapacità dei propri vertici militari che dopo il ritiro statunitense nel 2011 hanno pensato più ad arricchirsi con la corruzione e l’appropriazione dei fondi militari che a costituire una forza combattente credibile. Nei mesi scorsi la rotta delle forze armate irachene ha assunto dimensioni disastrose.

Secondo quanto riporta il New York Times, sono migliaia i soldati e gli ufficiali già reclutati tra coloro che erano fuggiti e quelli che erano stati a vario titolo rispediti a casa. I numeri parlano di oltre 6.000 registratisi in Kurdistan e oltre 5.000 a Baghdad. Numeri importanti, ma che non sono paragonabili alle perdite subite dall’Iraq in questi mesi di battaglia con i jihadisti. Quando i militanti dell’Isis lanciarono l’offensiva in Iraq dalla Siria ben quattro divisioni dell’esercito di Baghdad, per un totale di circa 30.000 uomini, furono letteralmente disintegrate.

Non è chiaro quanti siano stati i morti e quanti i soldati fuggiti o che hanno ubbidito a un ordine di ritirata. Quello che è certo è che i jihadisti si sono impossessati di gran parte delle armi e degli equipaggiamenti militari delle truppe irachene travolte.

Il recupero dei disertori deve però fare i conti con una realtà drammatica. A nessuno viene chiesto il perché della sua fuga e del suo tradimento verso la divisa che ora vestirà di nuovo anche se molte testimonianze raccolte dai media internazionali dipingono un quadro drammatico di interi reparti abbandonati dagli ufficiali, lasciati in prima linea senza cibo, acqua e munizioni.

La gran parte di coloro che hanno deciso di presentarsi lo fa esclusivamente per soldi. Il Nyt ne ha intervistati alcuni e tutti  si sono riarruolati per mangiare. Demotivati, sfiduciati e privi di addestramento i militari iracheni (quasi tutti sciti) difficilmente potranno costituire una reale forza combattente in grado di respingere le milizie dello Stato Islamico. Tornano nell’esercito per sfamare le famiglie, non certo per combattere. Secondo i report dei consiglieri militari statunitensi delle 50 brigate che attualmente compongono l’esercito iracheno solo 26 possono essere ritenute affidabili.

Per migliorare le cose e disporre di maggiori forze da combattimento Baghdad valuta di incorporare le milizie sciite e quelle filo governative di alcune tribù sunnite nell’esercito regolare anche se le forze irregolari sono più adatte alle rappresaglie che alle battaglie. Altre opzioni comprendono di assegnare un ruolo bellico maggiore ai peshmerga curdi,  forse gli unici veri combattenti su cui possa contare oggi l’Iraq, e la costituzione di una guardia nazionale che raggruppi le diverse milizie di stampo politico (i partiti sciti) e tribale.

Foto: Pakistantoday, Iraqi army, US DoD, AP

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