L’operazione contro il Califfo ha un nome che non convince

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Dopo oltre due mesi di vita, l’operazione militare americana contro lo Stato Islamico (IS) ha finalmente un nome, “Inherent Resolve Operation”, che si può tradurre in “determinazione innata”. Il nome della lunga guerra contro il Califfo è stato annunciato ad alcuni giornalisti al Pentagono il colonnello Edward Thomas, portavoce del generale Martin Dempsey, capo degli Stati maggiori riuniti, senza specificare nulla sulla genesi che ha portato a questo nome né tanto meno spiegate perché è stato necessario così tanto tempo per sceglierlo. In effetti, il 3 ottobre scorso il Wall Street Journal aveva scritto che il nome era stato proposto ai vertici del Pentagono che l’avevano però bocciato senza mezzi termini, perché “faceva schifo”.

Il fatto che l’operazione lanciata l’8 agosto scorso, con i raid in Iraq poi allargati anche al territorio siriano, fosse ancora dopo tante settimane senza nome era diventato un motivo di ilarità a Washington e negli ambienti militari. Il Washington Post aveva lanciato su un suo blog anche un concorso per il migliore nome: la proposta più votata più Twitter era stata “Operation Dude, where’s my humvee” (Operazione, ehi tipo dove è il mio humvee), con il riferimento al fatto che i missili americani spesso colpiscono mezzi che l’esercito americano aveva lasciato agli iracheni ed ora sono nelle mani dei militanti dell’IS. Oltre alla battute umoristiche il Pentagono ora deve fare i conti con le critiche ad un nome che non sembra convincere veramente neanche gli stessi vertici del Pentagono.

Evidentemente le cose sono cambiate, ed ora “dopo questo strano ritardo”, ha scritto il WSJ, si è deciso che questo nome possa descrivere questa operazione “dalla natura amorfa”.

“Questo nome evoca la sua solitudine, la lunghezza ed anche la tristezza, non ispira neanche fiducia, anzi in un certo senso scoraggia”, commenta ancora il giornale conservatore che fa il paragone con i “più ottimistici nomi scelti per le guerre americane nella regione”: Operation Desert Storm lanciata dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1991, Operation Enduring Freedom lanciata dopo gli attacchi dell’11 settembre e Operation Iraqi Freedom per l’invasione dell’Iraq del 2003.

A difendere la scelta del nome è arrivato un comunicato del Central Command (Centcom), il comando delle operazione militari americane in Medio Oriente e Iraq, in cui si sottolinea come si voglia indicare “l’inflessibile determinazione ed il profondo impegno degli Stati Uniti e dei partner nella regione ed in tutto il mondo di eliminare il gruppo terroristico IS”.

Ma questo non ha impedito che, subito dopo l’annuncio del nome, su Twitter cominciassero a fioccare critiche e prese in giro: “parlare di innata determinazione è una strana scelta per l’operazione anti-IS, vacillante andrebbe meglio, ed a pensarci bene neanche determinazione funziona” recita un tweet, mentre in un altro si contesta anche il fatto che “la determinazione può essere molte cose ma non credo che possa essere innata”.

Insomma, non piace questo nome poco incisivo e comunicativo che alla fine è stato scelto, quasi a conferma del modo cerebrale, e sempre vacillante, con cui il comandante in capo Barack Obama, non a caso soprannominato il guerriero riluttante, affronta gli impegni bellici.

Scorrendo la lista dei nomi scelti in questi 35 anni dal Pentagono per le operazioni militari americane nel mondo si può leggere come sia cambiato, con il cambiare delle amministrazioni, il modo di intendere e gestire, anche dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione, le guerre americane. Non è la prima volta che un nome scelto dai vertici militari dell’amministrazione Obama suscita perplessità e polemiche: nel marzo 2011 non era sembrata la cosa migliore scegliere Odyssey Dwan (l’alba dell’Odissea) per un intervento che intendeva essere lampo in Libia.

Allora il Pentagono fu costretto a precisare, affermando che non c’era nessun simbolismo nella scelta delle peripezie dell’eroe omerico, ma che era solo il frutto dell’applicazione delle regole ben precise per attribuzione dei nomi in codice alla missione. Africom, comando delle forze americane in Africa, spiegò che doveva per forza usare un termine che iniziava con la “O”.

Considerate le regole che vietano di usare “termini che esprimono ostilità”, che “sono offensivi verso particolari gruppi”, parole doppie, parole trite o usate per slogan commerciali, alla fine si era arrivati a scegliere il nome del poema omerico che, considerando la vera odissea che sta vivendo la Libia nel cammino verso la stabilità politica, sembra essere stato effettivamente di cattivo auspicio. Assolutamente evidente invece il simbolismo nella scelta dei nomi delle altre tre operazioni lanciate dagli Stati Uniti in Iraq e nella regione, sotto amministrazioni repubblicane guidate da sempre da un Bush. Nel 1991 la guerra lanciata da George H. Bush  contro l’Iraq dopo l’invasione del Kuwait portava ancora un nome decisamente militaresco e aggressivo, e di grande efficacia comunicativa, “Desert Storm” (tempesta nel deserto).

Ideologicamente improntata alla “freedom”, la libertà messa sotto attacco dai terroristi che nel 2001 hanno colpito al cuore l’America, l’operazione “Enduring Freedom”, lanciata da George Bush jr contro al Qaeda ed Talebani in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre. Ed il concetto viene ribadito per ‘Iraqi freedom’, come venne chiamata l’invasione dell’Iraq nel 2003, per comunicare, l’idea tutta neocon, dell’esportazione militare della libertà e della democrazia.

Se si va indietro negli anni, la Washington capitale occidentale della Guerra Fredda, che con Ronald Reagan alla Casa Bianca si accingeva a vincere, non aveva timori a scegliere nomi esplicitamente marziali per le proprie guerre, come appunto ‘Urgent Fury’ (pressante furore) per l’azione condotta nel 1983 contro Grenada e il suo ”uomo forte”, il marxista leninista Maurice Bishop . Ma anche l’ora super pacifista Jimmy Carter nel 1980 non esitò a far chiamare ”Eagle Claw” (artiglio di aquila), l’operazione da lui ordinata per cercare di liberare i 52 diplomatici tenuti in ostaggio nell’ambasciata di Teheran.

La missione fallì e l’umiliante dibattito pubblico sul suo fallimento fu una delle ragioni della sconfitta del democratico alle elezioni di quell’anno. Alla fine del 1992 – il Muro di Berlino è caduto e a Washington è stato appena eletto a novembre di nuovo un democratico, Bill Clinton – gli Stati Uniti lanciano insieme agli alleati, una missione internazionale nella Somalia devastata della guerra civile. Si sceglie il nome ottimista “Restore Hope”, ma l’intervento, condotta sotto l’egida dell’Onu come missione umanitaria, fallisce e gli Stati Uniti l’anno dopo lasciano il paese.

E’ con il conflitto nell’ex Jugoslavia che, nella seconda metà degli anni novanta, che si impone il concetto il ‘intervento umanitario’ da parte dell’amministrazione Clinton, sotto l’ombrello della Nato. Così anche i nomi delle guerre si fanno meno aggressivi, come l'”Operation Deliberate Force”, lanciata nell’agosto del 1995 per colpire le forze serbo bosniache. Una campagna che durò fino alla fine di settembre, aprendo poi le porte alla conferenza di Dayton. Le caccia americani e della Nato tornarono in azione nel 1999, bombardando questa volta la Serbia di Slobodan Milosevic per fermare i massacri in Kosovo. Anche in questo caso si scelse di puntare sulla forza, chiamando l’operazione “Operation Determined Force’.

(Con fonte Adnkronos) – Foto US DoD

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