PIU' INTELLIGENCE CONTRO IL CALIFFATO

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di Luciano Piacentini e Claudio Masci

L’elaborato si propone di fornire un contributo di pensiero per l’analisi della problematica ISIL – data la sua rilevante complessità – sotto molteplici punti di vista,. Esso è da considerare una sezione di un più ampio ed approfondito lavoro di ricerca in corso di definizione in seno alla Fondazione ICSA, che sarà oggetto di un apposito convegno.

Origini ed evoluzione dell’ISIL

ISIL/ISIS, ora sedicente califfato dello Stato Islamico, governato dal califfo Abu Bakr al-Baghdadi (alias di Ibrahim ibn ?Awwad ibn Ibrahim al-Badri al-?usayni al-Qurashi al-Samarrai) non è un fiore sbocciato in aree desertiche in seguito alle prime piogge primaverili ma un virus ideologico e distruttivo che ha affondato le sue radici nelle aree medio-orientali e dopo un lungo periodo di incubazione è esploso con tutta la sua virulenza.

L’organizzazione non è stata costituita nel recente passato ma la sua storia risale al 1999. Secondo una cronologia ricostruita da vari siti Abu Musab al-Zarqawi (nella foto a sinistra), alias di Ahmed Fadeel al-Khalayleh – nato il 20 ottobre 1966 a Zarqa, in Giordania, di origine palestinese, salafita, delinquente abituale – nel 1988 iniziò a frequentare una moschea orientata verso idee radicali islamiche. Seguendo le prediche jihadiste lasciò la famiglia e andò in Afghanistan per unirsi ai combattenti islamici (mujaheddin) partecipando a varie operazioni. Qui incontrò Sheikh Abu Muhammad al Maqdisi, alim (singolare della parola araba ulema che designa i sapienti nelle scienze religiose, soprattutto i teologi e i giureconsulti) radicale sunnita, ritenuto un leader della jihad nato in Kuwait, il quale si era posto come obiettivo la lotta contro i governi arabi secolarizzati. L’islamismo estremista di Zarqawi fu influenzato da al-Maqdisi, con il quale presto condivise l’odio che questi nutriva nei confronti dei musulmani sciiti.

Il soggiorno nell’area afghana fu breve ma intenso e sufficiente a radicare nei due teorie rivoluzionarie, sicché tornati in Giordania nel 1993 cercarono di organizzare un gruppo sovversivo per istituire, in quel paese, un vero stato islamico rigidamente basato sulla sharia.
A tal fine, dopo aver reclutato estremisti islamici giordani ed altri elementi stranieri, ispirati dal medesimo credo, Zarqawi costituì il gruppo Jama’at al- Tawhid Wal – Jihad (Gruppo per l’Unità di Dio e il Jihad -JTJ) che si rese responsabile di vari attentati in Giordania culminati con il tentativo di far saltare un cinema. L’attentato fu sventato ed entrambi i succitati estremisti furono catturati dalla polizia e furono condannati a 15 anni di carcere.

Il modus operandi del gruppo era scandito da attentati e sabotaggi continui a centri economici e siti turistici, con lo scopo di creare una serie di “aree della violenza” dalle quali le forze statali si ritirassero sfinite dagli attacchi e in cui la popolazione locale si sottomettesse alle forze islamiste occupanti, da far confluire poi nella costituzione dello stato islamico.

In carcere Zarqawi, che sapeva a malapena leggere e scrivere, con l’aiuto di al Maqdisi iniziò a scrivere pamphlet sull’estremismo militante islamico che sono stati contrabbandati da simpatizzanti e pubblicati su Internet.

Nell’aprile 1999, quando il re di Giordania concesse un’amnistia, Zarqawi fu rilasciato, ma la polizia giordana lo sospettò di nuovo di preparativi per compiere una serie di attentati ad alberghi e luoghi cristiani. Il piano fu sventato e Zarqawi lasciò di nuovo il paese, con l’intento di unire JTJ ai ribelli islamici separatisti nella provincia russa della Cecenia. Il suo progetto non si realizzò perché fu arrestato in Pakistan in quanto aveva il visto scaduto, quindi lasciò il paese, entrò in Afghanistan munito di una lettera di presentazione di un alim giordano e si fece condurre nella città di Kandahar per incontrare Osama bin Laden.

L’incontro tra i due uomini fu alquanto teso: bin Laden (sua madre era di confessione sciita) si sentì disturbato dal settarismo anti sciita violento del giovane Zarqawi. Questi, da parte sua, si rifiutò di giurare fedeltà ad al-Qaeda, tuttavia alla fine gli venne dato del denaro affinché creasse un campo di addestramento per i combattenti nei pressi di Herat. Il giordano aderì all’invito e dimostrò naturali attitudini di leader, sicché la banda di estremisti che aveva al seguito all’inizio del 2000 crebbe da poche decine a circa 3.000 uomini alla fine del 2001.

Dopo l’11 settembre 2001, JTJ si unì ai talebani per la lotta contro le truppe statunitensi ma, nel dicembre del 2001, Zarqawi fu ferito al torace in seguito ad un bombardamento degli Statunitensi che distrusse il campo che aveva allestito ad Herat, per cui fu costretto ad uscire dall’Afghanistan insieme ad un gruppo di circa 300 seguaci ed attraverso l’Iran raggiunse il nord dell’Iraq.

Nei mesi successivi, Zarqawi fece la spola tra l’Iran, la Siria, il Libano, la Giordania, la regione autonoma dell’Iraq settentrionale e l’area sunnita a sud dell’Iraq, per raccogliere denaro ed arruolare combattenti con l’intento di costituire una forza islamica necessaria per rovesciare il governo moderato della Giordania, tant’è che nel 2002  rapì  ed assassinò in Giordania il diplomatico Usa Laurence Foley.
Nel 2003, con l’operazione Iraqi Freedom, condotta da Britannici e Statunitensi, si sviluppa la resistenza irachena sobillata anche dalla Guardia repubblicana e dai servizi iracheni, inizialmente schierati a difesa da Saddam Hussein.

L’evento favorì il rafforzamento di JTJ in Iraq, dove al Zarqawi allacciò rapporti molto stretti con:
•    Ansar al-Islam (“partigiani dell’Islam”), un gruppo militante islamico curdo con sede nell’estremo nord-est del paese, che avrebbe avuto legami con i servizi segreti iracheni. Secondo alcune fonti Saddam Hussein intendeva utilizzare Ansar come strumento di repressione contro i curdi che lottavano per l’indipendenza del Kurdistan (Peshmerga);
•    Muntada al Ansar, gruppo di cui non si conosce quasi nulla, tranne l’aver rivendicato il sequestro e l’uccisione dell’uomo d’affari statunitense Nicholas Berg.
Dopo aver sviluppato estesi legami con le citate organizzazioni, al Zarqawi ed il suo gruppo svolsero un ruolo chiave arruolando anche militanti stranieri andati in Iraq a combattere contro gli USA.

Gli obiettivi dichiarati di JTJ in Iraq erano:
•    contribuire al ritiro delle forze della coalizione dall’Iraq;
•    rovesciare il governo iracheno ad interim;
•    assassinare i collaboratori del regime di occupazione;
•    rimuovere la componente sciita della popolazione e le sue milizie che operavano con gli squadroni della morte;
•    stabilirvi uno stato islamico, in pratica un califfato esclusivamente sunnita.
Le tattiche del JTJ differivano notevolmente da quelle di altri gruppi di insorti iracheni in quanto facevano affidamento su:
•    operazioni di guerriglia urbana,  colpendo una estesa varietà di obiettivi. In particolare: forze di sicurezza e collaboratori delle truppe di occupazione, funzionari e personaggi politici del governo provvisorio iracheno, civili e religiosi iracheni sciiti e curdi, appaltatori civili stranieri, rappresentanti delle Nazioni Unite ed operatori umanitari come la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa;
•    attentati suicidi, autobombe e attacchi suicidi audaci all’interno della Green Zone, area di massima sicurezza perimetrale di Baghdad;
•    posa di ordigni esplosivi improvvisati, rapimenti mirati e sgozzamento di ostaggi iracheni e stranieri.

Nel 2004 al Zarqawi offrì il suo impegno di fedeltà ad Osama bin Laden compiendo una serie di attentati a Baghdad e Kerbala, fra cui quello attuato nel giorno dell’Ashura sacro agli sciiti (mese di marzo) in cui morirono 178 persone, precursori di una più capillare campagna di violenza settaria contro gli sciiti.
Il 17 ottobre del 2004 costituì il gruppo Al-Qaeda in Iraq che comprendeva i resti di JTJ, di Ansar al-Islam, Muntada al Ansar e un buon numero di combattenti stranieri che, giunti in Iraq, erano stati reclutati dai contatti locali di al-Zarqawi.

Il 7 giugno del 2006, durante un attacco aereo congiunto compiuto da forze statunitensi e giordane in una casa vicino a Baquba, al-Zarqawi sarebbe rimasto gravemente ferito ma, secondo fonti statunitensi, sarebbe morto poco dopo in seguito alle gravi ferite riportate. Nella circostanza, il numero due di al-Qaeda, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, preannunciò che il posto di al-Zarqawi sarebbe stato presto occupato da altri “eroici combattenti”.
Dopo una serie di cambi di nome e fusioni con altri gruppi, l’organizzazione al Qaeda in Iraq è ora conosciuta come ISIL (o ISIS) Stato Islamico dell’Iraq e del Levante o di Stato Islamico (IS).

Scenario attuale
La dirompente e preoccupante situazione di criticità prodotta dalla costituzione del califfato a ridosso del vicino Medio Oriente, destabilizza una vasta area in cui insistono rilevanti interessi nazionali ed europei con pesanti ripercussioni sull’economia e sugli investimenti, specie nel settore energetico.

La crescente instabilità areale non è stata generata da logiche terroristiche vere e proprie ma da logiche rivoluzionaria che fanno leva su due avversioni: sentimenti di rivalsa contro gli USA ed il governo di al Maliki da parte dei satrapi di Saddam Hussein e dei militanti del partito Baath iracheno nonché  atavici rancori di una contrapposizione millenaria fra le due principali confessioni religiose dell’area: i sunniti e gli sciiti.

Il collante ideologico di questi livori – repressi entrambi dagli USA in prima battuta con l’operazione Iraqi Freedom ed in secondo tempo con l’appoggio al governo “settario” di al Maliki che ha consentito rivalse sciite – si rinviene nell’eredità dottrinale che Zarqawi ha trasmesso ai suoi seguaci, ora raccolta ed impersonata dal califfo al Baghdadi, che è stato in carcere dal 2004 al 2009 e poi inopinatamente liberato.

Lo scenario di contrasto del fenomeno non sembra tenere in considerazione che per la prima volta una forza jihadista è in grado di intrecciare il più brutale governo autoritario di un territorio, con una evidente capacità di aggregazione del consenso. Infatti l’ISIL ha:
•    ricomposto, fin da settembre 2014, una moderna struttura di governo mantenendo ai loro posti i precedenti funzionari, purchè giurassero  fedeltà allo Stato Islamico. Le istituzioni, così restaurate e ricostruite, sono in grado di fornire servizi di acqua e di energia elettrica e di occuparsi  anche della manutenzione delle strade e della rete elettrica, aiutate da esperti stranieri;
•    impostato un programma di welfare imponendo tasse ai più ricchi ed organizzando, con soft power, servizi sociali, prediche religiose e proselitismo;
•    organizzato il governo del territorio con due vice califfi e 12 governatori in entrambi i territori siriano ed iracheno alle cui dipendenze operano consigli locali gestendo politica, Intelligence, finanza, questioni militari, assistenza ai combattenti stranieri, sicurezza ed una serie di fondazioni che diffondono CD, DVD, poster, pamphlet e propaganda sul web;
•    istituito un consiglio della shura che ha il compito di assicurarsi che tutte le decisioni dei governatori e dei consigli corrispondano all’interpretazione della shari’a imposta dallo Stato Islamico.

A dispetto della sua brutalità, lo Stato Islamico si è ben radicato tra la popolazione, rimpiazzando un governo ritenuto  corrotto con efficienti autorità controllate localmente.
E’ possibile che tale traguardo sia stato raggiunto dall’ISIL solo con le esperienze di gestione dei vecchi satrapi della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein, che formano i quadri dirigenti dell’organizzazione, e con l’appoggio della popolazione sunnita del nord ovest dell’Irak?  Appare poco probabile.

Anche la  militanza di occidentali nelle fila dell’ISIL non pare possa giustificare una simile efficienza, ma sembra riflettere le tappe già percorse nel decennio 1979-89 dai jihadisti sia arabi sia occidentali convertiti, che attratti dai richiami propagandistici della jihad e dal miraggio di costituire uno stato teocratico sunnita, in parallelo con quello sciita iraniano, si concentravano a Peshawar per poi essere decentrati altrove.

Anche oggi il richiamo ai giovani occidentali, diffuso utilizzando le tecniche sofisticate del web, è finalizzato a reclutare manovalanza, ancorché d’elite perché dispone di conoscenze d’avanguardia, da impiegare secondo il copione del regista.
Rebus sic stantibus occorre inserire l’ISIS o ISIL, quand’anche lo si consideri una formazione di tipo statuale con il controllo di un territorio, il governo di una popolazione e la disponibilità di formazioni militarmente organizzate, non in uno scenario di guerra convenzionale ma sempre e comunque in quello di guerriglia o di conflittualità asimmetrica a causa del sotteso consenso che riscuote nelle popolazioni di credo sunnita.

Occorre inoltre considerare che a fronte della poderosa ed articolata organizzazione amministrativa dei territori occupati ed alla distribuzione di welfare sopra descritti, si ritrovano come leader carismatici di siffatta progettualità due soggetti che pur non disponendo di conoscenze politiche, ideologiche e strategiche sono riusciti a strutturare e gestire l’apparato organizzativo e propagandistico di cui l’ISIL ora dispone.

Il primo, al Zarqawi, manifestava soltanto una ferocia bestiale e disumana, pervasa dall’assenza di un credo ideologico che avrebbe potuto mitigarne gli effetti o, se si preferisce, di un individualismo egocentrico il cui impianto è la risultante dell’amalgama fra:
•    le “bravate” della delinquenza comune o di strada – quella organizzata ha le sue regole ordinatrici – alle quali si è abbeverato quando era diciottenne, definito dalla polizia giordana delinquente abituale, stupratore, lenone e dedito ad ogni sorta di traffici;
•    l’odio contro gli sciiti inculcatogli quando era ventenne da ulema estremisti fra cui Abu Muhammad al-Maqdisi, un alim radicale sunnita incontrato nel suo primo soggiorno in Afghanistan;
•    l’attivismo jihadista con cui ha sistematizzato il concetto operativo nel corso delle azioni terroristiche/guerriglia, condotte in Iraq, mediante il quale ha cercato di fare pulizia etnica nelle aree in cui ha operato.

Il secondo, al Baghdadi, ha ricevuto in eredità questa miscela ideologica esplosiva e l’ha resa credibile agli occhi dei sunniti vessati dal governo di al Maliki. Baghdadi entrò nei ranghi di al-Qaeda in Iraq quando era diretta da Zarqawi e, ben presto, divenne noto come l'”Emiro di Rawa” che presiedeva tribunali religiosi per giudicare cittadini accusati di aiutare il governo iracheno e le forze della coalizione. Nel contesto di questa attività organizzava rapimenti di singoli o di intere famiglie, formulava l’accusa, pronunciava le sentenza e li faceva giustiziare pubblicamente, specie se sostenitori del regime iracheno di Nuri al-Maliki. E’ stato detenuto a Camp Bucca come “internato civile” dalle forze iracheno-statunitensi dai primi del febbraio 2004 fino al 2009, ma è stato inopinatamente rimesso in libertà.

Ruolo dell’Intelligence
Le biografie dei personaggi in questione non evidenziano una levatura strategica di novelli Alessandro Magno ma la completa assenza di linee guida ideologiche che rendono l’organizzazione oltremodo manipolabile da regie interessate, peraltro non espressamente manifeste, che continuano a navigare in un mare di ambiguità.

Appare, infatti, impossibile attribuire a soggetti – che non dispongono di conoscenze sia di base sia universitarie – profondità di pensiero politico, strategico e sociale capace di:
•    organizzare e governare i territori occupati, nonché di predisporre servizi sociali a sostegno della popolazione per conquistarne oltre alla pancia anche i cuori;
•    gestire fondazioni, centri mediatici e siti web;
•    diffondere, anche in lingue veicolari, periodici che spiegano sia ai musulmani sia agli occidentali le ambizioni del califfato. L’ISIL è dunque espressione di un primigenio pensiero totalitario in cui prevale l’eliminazione dell’eterogeneo, del dissimile, dell’infedele, archetipo ideologico-politico totalmente condiviso con al-Qaeda nei cui confronti il dissidio è unicamente di facciata, per cui non può essere ridotto a semplice espressione terroristica.

Per contrastare la sua avanzata occorre impostare una diversa strategia che tenga conto soprattutto dell’intervento della HUMINT, in analogia a quanto praticato circa cento anni fa, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, quando la Gran Bretagna – influente membro della Triplice Alleanza – costituì in Egitto  l’Arab Bureau con il compito di monitorare l’area dell’Impero Ottomano. La mission del Bureau prevedeva:
•    la ricerca e la selezione delle fonti umane e dei collaboratori, utili per raccogliere informazioni;
•    l’adozione di iniziative efficaci per la contro propaganda in direzione tedesca e turca, inviando propri funzionari nelle aree di lingua araba;
•    il reclutamento fondato su indiscussa professionalità – caratterizzata da essenziali e peculiari cognizioni sulla guerriglia – contestuale efficacia operativa, conoscenza della lingua araba parlata fluentemente ed approfondita padronanza della religione musulmana.

L’articolazione organizzativa del Bureau può essere considerata antesignana del “comprehensive approach”, tenuto conto che gli “arruolati” avevano un minimo comune denominatore, rappresentato dalla conoscenza delle aree, della popolazione, degli usi, dei costumi, delle tradizioni e della lingua, nonché da profonda motivazione e costante dedizione al proprio ruolo.
Tali qualità hanno agevolato i loro approcci con le varie etnie e favorito le rispettive capacità di interazione e mediazione.
Oggi, fatti i dovuti aggiustamenti, per incidere sulla dirompente realtà dell’ISIL e risolvere le “arcana” ambiguità che lasciano presupporre la presenza di una o più regie non espressamente manifeste, l’Intelligence non può che essere sviluppata mediante la costituzione di fusion center (centro di fusione) a livello politico-strategico ove confluiscano rappresentanti politici degli Stati membri della coalizione anti ISIL, con poteri decisionali al fine di:

•    ricercare possibili intese fra le varie parti in causa della coalizione e costituire un’unica entità politica che assuma le responsabilità decisionali conseguenti alle informazioni che l’apparato Intelligence della stessa potrà ricercare e fornire;
•    basare l’attività di Intelligence soprattutto su operazioni di diplomazia parallela finalizzate a ricercare e sviluppare opera di mediazione anche fra paesi interessati/coinvolti alla stabilità dell’area ed in particolare Pakistan, Iran, Arabia Saudita e Turchia;
•    impostare l’attività di Intelligence, incentrata e mirata al recupero del consenso della popolazione, che ha la sua centralità nella HUMINT, articolata su:.
•    impiego di linguaggio culturale, comprensibile dalle diverse etnie e confessioni religiose in divergenza fra loro, per individuare elementi a fattor comune da porre a base di un processo di appropriata mediazione Proprio per tale scopo, rispettando le norme e le tradizioni locali, non va trascurata la componente femminile che già in passato ha dato dimostrazione di non accettare l’estremismo jihadista e che attualmente la vede impegnata a combattere a fianco dei mussulmani moderati contro la ferocia delle formazioni dell’ISIL;

•    individuazione dei bisogni prioritari delle popolazioni locali, da soddisfare non con l’esborso in denaro, che finirebbe per alimentare ulteriormente le conflittualità o ingrossare i depositi dei signori della guerra, ma con forniture di materiali ed invio di tecnici specialistici per colmare carenze di bisogni primari (piramide di Maslow) e nel contempo creare occupazione;
•    approcciare i responsabili di aree o leader riconosciuti, anche se non legittimati, per convincerli a sostenere gli sforzi della coalizione, facendo comprendere che l’insieme degli aiuti è mirato ad elevare le condizioni di vita della popolazione e non a colonizzarla, al fine di contrastare il welfare che il Califfato sta attuando sulle popolazioni delle zone occupate;
•    raccogliere tutti i contributi informativi sia provenienti dalla ricerca intelligence della coalizione sia, qualora possibile, da tutti i paesi cointeressati alla pacificazione dell’area, anche se non rientranti nella coalizione, che possano essere utili per immediati interventi di forze speciali o della componente militare (sia aerea che terrestre);
•    sottoporre le informazioni acquisite ad esperti analisti intelligence della coalizione affinché forniscano obiettivi da conseguire alla componente militare;
•    definire in ordine prioritario e di importanza gli obiettivi da neutralizzare comunicandoli al comandante militare delle forze della coalizione, per la successiva acquisizione.

Sono questi fattori indispensabili per riconquistare i cuori e le menti della popolazione che, a fronte di soprusi ed angherie, si sono rivolti verso i proclami estremisti dell’ISIL.

Foto: Stato Islamico, Reuters, AP, AFP

Luciano PiacentiniVedi tutti gli articoli

Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell'Esercito, ha in seguito comandato il 9. Battaglione d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" e successivamente ricoperto l'incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti "Folgore". Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

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