Rapporto CIA: difficile vincere puntando sui ribelli

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TMNews – Barack Obama è solo l’ultimo presidente degli Stati Uniti a voler usare la Cia per armare e addestrare gruppi ribelli, come sta facendo ora per favorire l’opposizione moderata siriana contro il presidente Bashar al-Assad, ma uno studio dell’agenzia d’intelligence dimostra che la strategia raramente ha funzionato nei 67 anni di attività, come dimostrano le operazioni in Angola, Nicaragua o Cuba. Il rapporto interno, ancora classificato ma su cui è stato informato il New York Times, conclude che molti tentativi passati della Cia di armare forze straniere hanno avuto un impatto minimo, nel lungo termine, sull’andamento dei conflitti. Lo studio, uno dei tanti commissionati alla Cia nel 2012 e 2013 durante il dibattito sulla necessità di intervenire o restare spettatori della guerra civile in Siria, è arrivato alla conclusione che questi tentativi sono stati ancor meno efficaci quando le milizie hanno combattuto senza un diretto sostegno delle forze americane sul terreno, come previsto in Siria.

Un’eccezione è stata quella del programma di addestramento dei mujaheddin che hanno combattuto in Afghanistan negli anni ’80 contro le truppe sovietiche, che si ritirarono nel 1989. Nemmeno quella, però, è stata esclusivamente una storia di successo, visto che alcuni combattenti afgani hanno poi formato il nucleo di al-Qaeda, usando l’Afghanistan come base per pianificare gli attacchi dell’11 settembre 2001.

Il pericolo in Siria è che le armi date ai ribelli moderati possano finire in mano a gruppi legati ad al-Qaeda, come il Fronte al-Nusra. Il risultato del rapporto, presentato recentemente nella Situation Room della Casa Bianca, ha scatenato lo scetticismo e le critiche di alcuni alti funzionari dell’amministrazione Obama per la scelta del presidente di intervenire ora a sostegno di un’opposizione siriana disunita.

Nonostante le perplessità anche passate, nell’aprile 2013 il presidente ha autorizzato la Cia a dare inizio a un programma per armare i ribelli in una base in Giordania, una missione recentemente espansa dal Pentagono in Arabia Saudita, con un programma parallelo nato per addestrare i ribelli che combattono contro l’Isis, gli estremisti sunniti che hanno conquistato un’ampia parte del territorio di Iraq e Siria; l’obiettivo del Dipartimento di Stato è quello di addestrare circa 5.000 ribelli all’anno.

A Washington, poi, ci s’interroga se il presidente Obama non abbia deciso troppo tardi di intervenire in aiuto dell’opposizione siriana; il dibattito è stato alimentato dalle recenti accuse formulate dall’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, e dall’ex segretario alla Difesa, Leon Panetta, favorevoli a un piano presentato nell’estate 2012 da David Petraeus, allora direttore della Cia, per addestrare e armare un piccolo gruppo di ribelli in Giordania, respinto da Obama.

Il presidente ha poi autorizzato una missione segreta di addestramento dopo che le agenzie d’intelligence hanno concluso che Assad aveva usato armi chimiche contro i civili. Anche se l’obiettivo di Obama era inizialmente quello di aiutare i ribelli contro i militari siriani, ora l’attenzione si è spostata sulla lotta contro l’Isis, nemico anche di Assad. L’intervento in Siria, alla fine, potrebbe favorire proprio il presidente che gli Stati Uniti e gran parte della comunità internazionale volevano deporre.

Inoltre i cosiddetti  ribelli “moderati” della Coalizione nazionale hanno eletto ieri come loro capo Ahmad Tohmé, vicino ai Fratelli musulmani e sostenuto dal Qatar.

Un’elezione giunta dopo 5 giorni di litigi tra Qatar e sauditi intenzionati entrambi e porre un proprio uomo alla resta di un organismo che sul piano politico è una marionetta nelle mani delle petromonarchie del Golfo e non ha ormai più nulla di “siriano” mentre sul piano militare il CNS  è debole, diviso e messa in ombra  dall’ISIS e dai qaedisti  al-Nusra.
.La nomina di Tohmè è arrivata dopo un incontro tra il re saudita e l’emiro di Doha e dopo che il Qatar  aveva chiaramente fatto sapere all’assemblea generale che “se Ahmad Tohmé non fosse stato eletto, il suo sostegno finanziario alla coalizione sarebbe cessato” ha detto un partecipante alla riunione.

Foto AFP

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