Califfato: la rete bosniaca recluta in Italia

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di Paolo Giovannelli da Redattore Sociale del 10 novembre 2014

Era il 1992 quando l’Europa abbandonò la Bosnia al suo destino, schiacciata nella guerra fra il nazionalismo serbo e quello croato. Quell’indifferenza consentì all’Islam – anche quello integralista – di rientrare (non accadeva dai tempi degli Ottomani) nel cuore dell’Europa sulla scia di organizzazioni umanitarie islamiche, predicatori e reparti di paramilitari arabi e asiatici inviati in soccorso dei “fratelli musulmani” di Bosnia. Oggi le polizie europee danno la caccia ai presunti reclutatori bosniaci che – selezionandoli in Europa – inviano combattenti in Siria a supporto della Jihad dello Stato islamico (Is), alcuni dei quali attivi anche in Italia.

I reclutatori in Italia
Il più sospettato fra quelli passati per l’Italia, è sicuramente l’imam radicale Bilal Hussein Bosnic, 42 anni, conosciuto dai suoi come Cheb Bilal: “Ogni musulmano deve sostenere la Jihad insegnando, lottando o finanziando.

Noi musulmani crediamo che un giorno il mondo intero sarà uno Stato islamico e anche il Vaticano sarà musulmano”. Parole sue. Nel settembre scorso è stato catturato dalla Sipa, la polizia speciale del ministero per la Sicurezza di Sarajevo, che lo ha accusato di finanziare il terrorismo di matrice islamica e reclutare combattenti da inviare in Siria; per riaverlo in Italia e interrogarlo, cosa che il pm Walter Ignazitto dovrà fare, serve adesso l’apertura di una rogatoria internazionale
Un altro indagato, insieme a Veapi, sarebbe Arslan Osmanoski, sospettato di aver favorito la predicazione di Bosnic al centro islamico di Pordenone.

Tuttavia l’imam di Pordenone, Ahmed Erraji, che tira fuori dal cassetto le foto con Bilal Bosnic scattate nel maggio-giugno 2013, è certo dell’estraneità ai fatti di

Veapi e Osmanoski e ribadisce la sua condanna contro gli integralisti islamici: «Non abbiamo nulla da nascondere e vogliamo vivere in pace», afferma. Proprio in questi giorni i Ros di Padova hanno effettuato nuove perquisizioni a Longarone, a Chies d’Alpago e ad Azzano Decimo, sia a casa di Munifer Karamaleski (operaio macedone che ha lasciato Palughetto e che attualmente dovrebbe combattere in Siria) e di un italiano bellunese convertitosi all’Islam, Pierangelo Abdessalam Pierobon,

sequestrando computer, telefonini e documenti. Nei telefonini sequestrati, i Ros avrebbero trovato alcuni “selfie” fatti in compagnia dello stesso imam radicale Bilal Bosnic.  Bilal Bosnic è considerato uno dei capi del movimento dei wahabiti bosniaci (diffusosi in Bosnia-Erzegovina con la brigata El Mudžahid, nel 1992 e poi nel 1994: paramilitari ben addestrati, di origine araba o asiatica). Bosnic, che avrebbe iniziato a combattere nella guerra dei Balcani non ancora ventenne contro i serbi, ha dichiarato che ci sarebbero anche cittadini italiani (una cinquantina) tra i combattenti dello Stato islamico (Is).

In Italia ha tenuto vari incontri “di preghiera”, come nelle città di Bergamo, Pordenone e Cremona. In un video del 2012 intitolato Con chi stai insieme?, lo si può vedere al centro culturale “Restelica” di Monteroni di Siena, insieme ad un altro predicatore radicale islamico, Idriz Bilibani, quest’ultimo già arrestato dalla polizia kosovara nel 2010, probabilmente su richiesta americana. In Bosnia, dalla metà degli anni ’90, si sono consolidate roccaforti di stampo salafita-jihadista. Da tali insediamenti si sono sviluppate le reti su cui viaggiano i messaggi degli imam radicali: un pericolo non soltanto per l’area balcanica ma anche per il resto d’Europa e per l’Italia.

Nell’agosto scorso, l’imam Bosnic aveva anche giustificato il rapimento delle due cooperanti italiane, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, definendo la loro azione come “interferenza” e aveva descritto come spia James Foley, il giornalista americano ucciso dall’Is, giustificando il suo assassinio come atto di guerra.

Gli operai italiani del Jihad
In Italia, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stato proprio l’incitamento di Bosnic alla “guerra santa” ad aver convinto sia l’imbianchino bosniaco Ismar Mesinovic (partito dall’Italia per la Siria fra il novembre e il dicembre 2013), sia l’operaio macedone Munifer Karamaleski , frequentatore dei centri islamici di Trento e di Pordenone.

Mesinovic, nato a Doboj (Bosnia) il 22 agosto 1977, si recava a pregare al centro Assalam-Pace di Ponte nelle Alpi: è morto in Siria, a 37 anni, nei primi giorni del gennaio scorso (sembra tra il 4 e il 6 gennaio) in circostanze non chiarite. Ancora non si capisce se sia davvero caduto in combattimento; sua moglie (una cittadina cubana convertitasi all’Islam) ha dichiarato di aver saputo che il marito era stato gravemente ferito ad Aleppo, dove infuriava la battaglia fra jihadisti e le truppe del presidente siriano Assad.

La morte di Mesinovic è stata comunque provata da fotografie pubblicate in internet, sia dall’estremo saluto che i suoi confratelli hanno postato su profilo Facebook Scienza del Corano il 13 gennaio scorso. Il messaggio recita: “Io Anass Abu Jaffar (adesso indicato come indagato dalla procura di Venezia,ndr) e il Fratello Usama e il Fratello Piero con il mio carissimo fratello che è morto Rahimahu Allah che Allah gli doni il firdaws (il livello più alto del paradiso islamico, ndr). Così, sorridente voglio ricordare questo fratello morto in Siria… Morto perché il suo sogno era quello di riportare giustizia in quella terra. Morto per quelle migliaia e migliaia di donne e bambini uccisi ingiustamente.

Allah ne sa di più. Che Allah abbia misericordia della tua anima e che ti accolga nel firdaws tra i martiri). Nella foto allegata al messaggio, c’è quindi il volto di Ismar Mesinovic, imbianchino benvoluto nel bellunese, che da Longarone si era trasferito insieme alla compagna e al figlioletto in una casa di Ponte nelle Alpi.

Il 25 aprile scorso, ancora sulla Scienza del Corano, profilo prevalentemente gestito dallo stesso Annas Abu Jaffar (attualmente non più in Italia: dovrebbe essersi trasferito a Casablanca, in Marocco) è stata pubblicata anche una foto di un combattente islamico con la bandiera nera dell’Is: il commento a fianco punta sul concetto di “nazione vittoriosa”.

Parlando ancora di siti web di matrice islamico-integralista gestiti in Italia, va notato che – in concomitanza con l’arresto di Bosnic da parte della polizia di Sarajevo – a Bergamo chiudeva il sito internet “Islamsko Dzemat Bergamo” (Studio Islam) e la corrispettiva pagina Facebook, che aveva pubblicato diversi video che ritraevano lo stesso predicatore bosniaco. Sempre nello stesso periodo della partenza di Mesinovic, anche il macedone di 26 anni, Munifer Karameleski , operaio in un’industria ottica, perfettamente inserito in Italia, ha lasciato genitori e fratelli in quel di Palughetto, piccola frazione di Chies d’Alpago: destinazione Siria. Lui, almeno, sarebbe ancora vivo. Il padre, intanto, l’ha ripudiato come figlio.

Le indagini in corso. Le reazioni dei vicini, dei datori di lavoro e delle famiglie

In queste ore gli investigatori continuano a lavorare nelle province di Belluno, Treviso e Pordenone. Il loro scopo è quello di ricostruire i contatti di Mesinovic e Karameleski e le fasi del loro reclutamento, per individuare la rete di “passatori” che li hanno fatti viaggiare dal Veneto fino ai campi di battaglia siriani.

I vicini dei due, i loro datori di lavoro sono sbigottiti. Ancora non credono che quei due “bravi ragazzi”, quei due lavoratori con donne e figli possano aver fatto una fine del genere: il primo morto, forse in battaglia contro i regolari di Assad e l’altro disperso da qualche parte in Siria. C’è poi la reazione dei familiari, che non si capacitano.

Da Ponte nelle Alpi e Palughetto alla Bosnia, alla Macedonia, nessun genitore, magari formatosi culturalmente sotto il socialismo di Tito o emigrato dai Balcani in Italia per migliorare la condizione economica della propria famiglia, può accettare un figlio morto in Siria sotto la bandiera nera dell’Is.

Ma i reclutatori non si fermano: sfruttano l’ignoranza, l’impossibilità di una vita decente: sono circa 150 i cittadini bosniaci impegnati nelle guerre “di religione”, partiti dai dintorni di Sarajevo, Srebrenica, Bihac, Vogosce, Vitez. Si tratta, in gran parte, di giovani che non hanno avuto l’opportunità di studiare, che provengono da paesini montani isolati, che hanno avuto come unico riferimento “importante” un uomo che sembra loro più colto, migliore e che promette il riscatto dalla miseria, dalla loro e da quella di tutto il mondo che crede nel vero Dio e che li fa sembrare improvvisamente vincenti e in tanti: il predicatore radicale, l’uomo che li spinge al Jihad. Fino alla morte.

Foto: Redattore Sociale e Stato Islamico

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