Quanti tunisini nel Califfato

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Dalla Tunisia è partito il maggior numero di miliziani entrati a far parte dello Stato islamico (Is) in Iraq e in Siria. Lo scrive il New York Times, sottolineando come almeno 2.400 tunisini, in gran parte diplomati e disoccupati, siano andati in Iraq e in Siria per entrare a far parte del gruppo, mentre migliaia sono stati fermati dalle autorità. Il giornale mette quindi in evidenza il contrasto tra il dilagare dell’animo jihadista in Tunisia e i passi avanti compiuti in ambito politico l’approvazione di una nuova Costituzione e le elezioni legislative previste per domenica, le seconde dalla deposizione del regime di Ben Ali nel 2011.

Un Paese, la Tunisia, che è tra quelli arabi maggiormente istruiti con una popolazione di 11 milioni di persone, dove la disoccupazione resta alta. Ma le nuove libertà ed elezioni, lamentano i giovani, hanno di poco migliorato la vita quotidiana.

Molti si sentono anche poco liberi di esprimere il dissenso e si ritrovano scettici, tanto da cercare nell’ideologia retorica ed estremista dello Stato islamico una alternativa. ”Lo Stato islamico è un vero califfato, un sistema equo e giusto, dove non bisogna seguire gli ordini di qualcuno perché è ricco e potente”, dice Ahmed al New York Times, evitando di fornire il suo cognome.
Sebbene solo una minoranza dei tunisini abbia espresso pubblicamente il suo sostegno all’IS, tutti coloro che hanno meno di trent’anni conoscono qualcuno che è partito per la Siria o l’Iraq per unirsi all’IS, o qualcuno che è morto combattendo.

In una serie di interviste condotte dal New York Times in alcuni bar di Ettadhamen-Mnhila (sobborgo di Tunisi), decine di giovani disoccupati e non hanno manifestato il loro sostegno all’IS o valutato di aderirvi come opzione per elevare il proprio standard di vita o eliminare i confini arbitrari che per un secolo hanno diviso il mondo arabo.

”Vogliamo uno Stato islamico, inizierà dalla Siria”, racconta Bilal, impiegato in un ufficio, secondo il quale l’IS è un mezzo divino per mettere fine ai confini posti da Francia e Gran Bretagna alla fine della Prima Guerra Mondiale. Per Mourad, disoccupato di 28 anni con un master in tecnologia, l’IS l’unica speranza di “giustizia sociale” e “l’unico modo per ridare al popolo diritti veri” e sostenerlo “è un dovere per ogni musulmano”.

Molti raccontano di amici che, entrati nell’IS, “vivono meglio di noi” con stipendio, casa e moglie, racconta Walid, 24 anni. Intanto i leader di Ennahda, principale partito islamico della Tunisia, dicono di aver sovrastimato il potere della democrazia nella lotta all’estremismo violento. Uno dei leader del partito, Said Ferjani, sottolinea ora l’importanza dello sviluppo economico per combattere il radicalismo.

“Senza sviluppo sociale, non penso che la democrazia possa sopravvivere”, ha detto. Fonti ufficiali stimano che almeno 400 tunisini sono rientrati in patria dalla Siria e dall’Iraq e molti di questi sono stati arrestati.

L’avvocato Imen Triki, che fa parte di una organizzazione no profit e rappresenta circa 70 tunisini rientrati in patria, stima che almeno il 60 per cento contesta la guerra interna tra l’Is e il Fronte al-Nusra dicendo che “non ci dovrebbero essere guerre interne tra musulmani”. Chi aderisce all’IS descrive poi i governi arabi come corrotti e dittatoriali.

(con fonte Adnkronos)
Foto: Stato Islamico

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