L’ultimo bluff di Obama

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da Nuova Bussola Quotidiana

Barack Obama ha licenziato il numero uno del Pentagono, l’ex repubblicano veterano della guerra del Vietnam Chuck  Hagel, capro espiatorio perfetto per scaricare le responsabilità della fallimentare guerra contro lo Stato Islamico (IS). Negli ultimi giorni sono emerse da più parti considerazioni circa l’incapacità di Hagel di conseguire risultati soddisfacenti in Iraq e Siria e critiche al suo mutevole atteggiamento nei confronti della Russia per la crisi ucraina: inizialmente cauto nel confronto con Mosca poi proteso a chiedere al presidente maggiore incisività contro Vladinir Putin.

Che Hagel fosse un Segretario alla Difesa debole era del resto noto a tutti, soprattutto rispetto ai suoi predecessori Leon Panetta e Robert Gates, accomunati da duri scontri con Barack Obama per la gestione delle operazioni militari e delle crisi internazionali.

L’impressione, che trova ulteriori conferme dal licenziamento di Hagel, è che Obama continui a portare avanti il suo “bluff” che consiste nel mascherare con offensive tanto annunciate quanto  così blandamente combattute una strategia tesa in realtà a rafforzare l’estremismo islamico jihadista e non certo a distruggerlo.

Gli elementi a conforto di questa valutazione abbondano. Nel 2010 Obama annunciò il rafforzamento delle truppe in Afghanistan aggiungendo però che dall’anno successivo sarebbe iniziato il ritiro totale delle forze USA e alleate.

Un annuncio che ha regalato la vittoria ai talebani. Nel 2011 scatenò la guerra a Muammar Gheddafi lasciando che a combatterla provvedesse poi  la NATO gettando così la Libia  in un caos che ha favorito il consolidamento di qaedisti, salafiti e Fratelli Musulmani.

Alla fine di quello stesso anno, quando si completò il ritiro dall’Iraq, i generali statunitensi e iracheni ammonirono che l’errore compiuto avrebbe favorito i jihadisti sunniti che oggi, puntualmente, puntano sui Baghdad.

Dal 2012 Obama sostiene i ribelli “moderati” siriani che combattono il regime laico di Bashar Assad. O per meglio dire combattevano poiché oggi quasi tutti i gruppi di opposizione armata a Damasco sono di ispirazione islamista (qaedisti, salafiti, Fratelli Musulmani e Stato Islamico)  e combattono tutti con armi fornite da Stati Uniti, Turchia e monarchie sunnite del Golfo.

La conferma che le reali intenzioni di Washington nella guerra al Califfato sono la caduta del regime siriano e il caos prolungato in tutta la regione petrolifera sono evidenziate  dallo sforzo militare limitato e ampiamente insufficiente messo in campo contro l’IS e del resto la stessa Amministrazione statunitense non ha esitato nelle scorse settimane a far trapelare l’ardita tesi che “per sconfiggere l’IS occorre eliminare il regime di Assad”.

Non è un caso che nonostante quasi quattro mesi di raid della Coalizione le milizie di Abu Bakr al-Baghdadi sono ancora all’offensiva su molti fronti, da Ramadi, capoluogo della strategica provincia di al-Anbar, a Kobane ai confini tra Siria e Turchia. Il numero d incursioni aeree effettuate finora sono appena un migliaio, pari a quelle che vennero realizzate in pochi giorni durante le operazioni militari in Kosovo (1999) e contro il regime di Saddam Hussein (2003).

Del resto gli alleati arabi della Coalizione ufficialmente anti Califfato sono quegli emirati che hanno sostenuto, armato e finanziato l’IS perché combattesse gli sciiti in Iraq e Siria. Anche in Afghanistan Obama finge di mostrare i muscoli spacciando nei giorni scorsi per una “revisione della strategia” in chiave interventista il via libera all’impiego in combattimento dei 9.800 militari americani che resteranno nel Paese l’anno prossimo.

In realtà la partecipazione delle truppe e degli aerei americani alle operazioni di combattimento  contro i talebani anche nel 2015 era già prevista dall’accordo USA-Kabul noto come Bilateral Security Agreement.

Le forze statunitensi potranno continuare a colpire i qaedisti ed interverranno contro i talebani solo su richiesta dei comandi afghani e in appoggio alle truppe di Kabul. Nulla di nuovo quindi se non il tentativo della Casa Bianca di mostrare muscoli che non intende realmente impiegare. Con soli 9.800 militari sul terreno sarà poi di fatto impossibile sostenere operazioni belliche di ampio respiro in un Paese così vasto ma si potranno solo effettuare incursioni sporadiche.

Togliendo i reparti logistici, le forze di sicurezza delle basi e i consiglieri militari destinati ad aiutare le truppe afghane,  le forze da combattimento dispiegabili sul terreno saranno limitate a un po’ di aerei ed elicotteri e un migliaio di fanti, incluse le forze speciali.

Gli sforzi di Obama hanno lo scopo di nascondere dietro cortine fumogene il vero disegno della nuova strategia a lungo termine degli Stati Uniti divenuti i più importanti produttori di petrolio e tra pochi anni anche i maggiori esportatori. Washington non ha più interesse a combattere lunghe guerre per stabilizzare le regioni energetiche.

Al contrario, il suo obiettivo è ormai destabilizzare quelle aree il cui gas e petrolio non è più necessario per l’economia statunitense ma resta indispensabile per i suoi concorrenti economici e rivali strategici:  Europa, Cina, India, Giappone e “tigri asiatiche”.

Impossibile non notare gli effetti della politica estera e militare di Obama degli ultimi tre anni. il caos libico ha destabilizzato Nord Africa e Sahel comportando gravi problemi soprattutto all’Italia ma in prospettiva a tutta l’Europa.

Il Vecchio Continente rischia di venire messo in ginocchio sul piano energetico anche dalla nuova Guerra Fredda con Mosca per la crisi ucraina al cui scoppio non sono certo estranei gli Stati Uniti, protesi  a scavare un ampio fossato tra russi ed europei anche con l’obiettivo di obbligarci ad acquistare il loro gas.

Il conflitto prolungato tra sciiti e sunniti e il dilagare delle rivolte jihadiste infiammerà presumibilmente a lungo tutto il Medio Oriente mentre il ritiro dall’Afghanistan consentirà  a jihadisti di dilagare verso nord, in Russia e nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche ricche di gas e petrolio.

Un disegno del quale noi europei dovremmo preoccuparci smascherando il bluff di un “alleato” che ci sta portando alla rovina.

Foto: US Dod, AP, Stato Islamico, Isaf

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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