L'inverno russo

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Per Alexander Dubcek “La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni”.

E’ sulla base di questi principi che nel gennaio 1968 Dubcek avviò un “nuovo corso” in Cecoslovacchia volto a promuovere un “socialismo dal volto umano” che avrebbe ispirato la Primavera di Praga.

Una stagione che verrà drammaticamente interrotta dall’intervento dei carri armati del Patto di Varsavia che, come oggi in Crimea, saranno inviati da Mosca per “normalizzare” la situazione politica del paese. Dubcek fu arrestato ed emarginato mentre la protesta porterà, il 16 gennaio 1969, Ian Palach ad immolarsi a Praga in piazza San Venceslao.

Occorreranno vent’anni e una “rivoluzione di velluto” affinché, nel 1989, la Cecoslovacchia possa avere le sue prime elezioni democratiche e, successivamente, decidere liberamente la sua scissione in Cechia e Slovacchia che aderiranno entrambe alla NATO ed all’Unione Europea.

La “nuova” Guerra Fredda
Sebbene siano trascorsi diversi decenni da quei tragici avvenimenti, la crisi ucraina ha evidenziato come il termometro delle relazioni tra Mosca e l’Occidente sia minacciosamente tornato alle temperature della Guerra Fredda. Un clima i cui effetti appaiono essere stati sottovalutati e che rischia di aggravarsi pericolosamente nel corso di un inverno che si annuncia particolarmente critico.

Il 25 dicembre 2014 il Presidente Vladimir Putin ha rivelato all’Occidente la nuova dottrina militare che guiderà la Federazione Russa fino al 2020. Questa estende il novero delle minacce interne ed esterne alla Federazione Russa, all’apice delle quali figurano l’allargamento della NATO e il suo programma di difesa missilistico.

In tale quadro, il Presidente Putin ha dichiarato nel corso della conferenza stampa di fine anno che nel 2015 le forze nucleari strategiche russe riceveranno 50 moderni missili balistici intercontinentali (ICBM) e ha confermato che le forze nucleari strategiche terrestri verranno completamente ammodernate entro il 2021.

Il processo di modernizzazione interesserà anche le altre componenti della triade nucleare, dalla flotta dei bombardieri strategici ai sommergibili nucleari.

In particolare, si prevede che le forze nucleari strategiche russe (SMF) saranno equipaggiate con oltre 170 missili Topol M, sia mobili che basati in silos; 30 missili SS 19 “Stiletto”; e 108 missili RS-24 “Yars” di quinta generazione, con testate multiple indipendenti, progettati per eludere i sistemi di difesa missilistica e colpire bersagli ad una distanza massima di dodici mila chilometri con un errore di 50 metri.

Attualmente, Mosca dispone di 326 missili balistici intercontinentali con circa 1.050 testate pronte al lancio (Mirv-Marv). Entro il 2016, l’80 per cento delle forze missilistiche strategiche russe sarà composto da moderni sistemi ‘Yars’ e ‘Topol-M’.

Sebbene nel periodo 2004 2014 la Federazione Russa avesse già raddoppiato le spese per la difesa, il Presidente Putin ha disposto un incremento degli investimenti sulle armi nucleari di oltre il 50 per cento, per un costo complessivo di 1,4 miliardi di dollari entro il 2016. Nel corso di quell’anno il bilancio difesa della Federazione Russa supererà la somma di quelli di Francia e Regno Unito e conterà per oltre il 20 per cento del prodotto interno lordo.

L’inverno russo e il collasso del rublo
Nell’attuale congiuntura geostrategica ed economica, la riaffermazione di un ruolo egemone del Cremlino nello scacchiere ex sovietico attraverso una aggressiva politica estera e militare, rischia di produrre delle gravi ripercussioni non solo sul piano internazionale ma soprattutto sulla tenuta della fragile economia russa.

Il crollo del rublo e del prezzo del greggio, le sanzioni internazionali derivate dall’annessione della Crimea, gli stessi costi per il sostegno di questa Repubblica popolata per un quarto da pensionati, la guerra nell’Ucraina dell’Est, sono tutti fattori che nel 2015 renderanno insostenibile il clima recessivo nel quale la Federazione Russa si dibatte.

Per tali motivi, i crescenti investimenti per la difesa voluti da Putin non sono stati condivisi dal più prudente ministro delle Finanze, Alexei Kudrin, che ha ritenuto di dimettersi nel 2011, dopo aver guidato per undici anni il dicastero.

Secondo The Economist la diminuzione di un solo dollaro del costo di un barile di petrolio si riverbera nel bilancio russo con una perdita pari a 2,3 miliardi di dollari.

Quando nel settembre 2014 il Governo russo ha presentato le previsioni di bilancio 2015, il costo del greggio era pari a 90 dollari per barile.

Attualmente, il valore del greggio si è dimezzato, provocando la perdita di 91 miliardi di dollari di entrate nel bilancio della Federazione Russa che, secondo l’Institute of International Finance, subirà nel 2015 una contrazione del PIL pari al 5 per cento.

Le previsioni 2015 del Governo si fondavano, inoltre, su un tasso d’inflazione contenuto al 6 per cento e su prospettive di crescita del PIL dell’1,3 per cento. Dati successivamente smentiti dalla Banca Mondiale che prevede nel 2015 come unica crescita un tasso d’inflazione prossimo al 15 per cento.

Il fallimento dell’Unione Euroasiatica
In tale quadro, l’avvio il 1 gennaio 2015 di un’Unione Euroasiatica nella quale la Federazione Russa assumesse un ruolo guida sta rivelando tutti i limiti, nonostante le straordinarie potenzialità di uno spazio economico animato da 180 milioni di persone e con un PIL aggregato di 1.700 miliardi di dollari, che la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo stima possa incrementarsi di ulteriori 900 miliardi di dollari nei prossimi quindici anni.

Tutti i componenti della neonata Unione Euroasiatica si sono rivelati riluttanti a stabilire relazioni troppo vincolanti con la Federazione Russa. Il crollo del rublo russo e del prezzo del greggio hanno costretto il Kazakistan a svalutare il tenge di oltre il 20 per cento e a rafforzare accordi di partenariato e cooperazione nel settore dell’energia con l’Unione Europea e con la Cina, piuttosto che con Mosca.

La preoccupazione di un’egemonia russa troppo condizionante è, altresì, avvertita dall’Armenia e del Kirghizistan, che entrerà a far parte dell’Unione Euroasiatica da maggio.

In Bielorussia, lo stesso Presidente Alexander Lukashenko, ha pubblicamente valutato l’annessione della Crimea come un “cattivo precedente”. Nel 2014, inoltre, anche il rublo bielorusso ha subito un significativo deprezzamento, perdendo il 13 per cento del suo valore rispetto al dollaro statunitense.

Il crollo del rublo, le sanzioni internazionali e le crescenti difficoltà ad accedere al mercato del credito internazionale hanno, infine, costretto il Cremlino a bloccare la realizzazione del gasdotto South Stream, destinato a traportare il gas russo sui mercati europei aggirando il transito in territorio ucraino. Gasdotto per la cui realizzazione l’Italia con l’ENI aveva già stanziato 600 milioni di euro.

Mutua dipendenza Unione Europea-Russia
L’interdipendenza, ovvero la mutua dipendenza non solo energetica tra la Federazione Russa e l’Unione Europea, i costi soprattutto politici oltre che economici della guerra delle sanzioni e il concreto rischio di un collasso dell’economia russa dalle conseguenze imprevedibili, costituiscono fattori tali da rendono urgente e ineludibile la ricerca di una soluzione alla crisi.

Peraltro, l’attuale difficile congiuntura offre all’Unione Europea e alla Federazione Russa diverse opportunità in grado di favorire una convergenza d’interessi per un’iniziativa politica e diplomatica. Questi appaiono irripetibili e, tuttavia, non sufficientemente esplorati.

I costi derivanti dalla politica estera e militare di Putin e l’effetto combinato delle sanzioni e del ridotto costo del petrolio, stanno portando l’economia russa al collasso: il venir meno delle entrate derivanti dalla vendita degli idrocarburi presto non consentirà al Cremlino di pagare salari e pensioni; il settore privato rimarrà anemico di investimenti, irreperibili sia a livello nazionale che dall’estero; la svalutazione del rublo sta rendendo proibitivo l’acquisto dei necessari generi alimentari dall’estero, da pagarsi in dollari o euro.

Inoltre, sebbene a Mosca la leadership  di Putin non sia in discussione e il suo indice di popolarità superi l’85 per cento, il capo del Cremlino non può non tenere in considerazione le ingenti perdite finanziarie che anche i maggiori oligarchi prossimi al potere stanno subendo a causa delle sanzioni.

Tali elementi dovrebbero oggettivamente indurre una maggiore propensione al negoziato da parte del Cremlino, il cui atteggiamento costruttivo permetterebbe di considerare un alleggerimento delle sanzioni.

In questo prospettiva, la stessa Amministrazione Obama sarebbe propensa a lasciare da parte la questione dell’annessione della Crimea e ad allievare le sanzioni qualora la Federazione Russa ottemperasse strettamente agli accordi siglati a Minsk nel settembre 2014 e relativi al cessate al fuoco in Ucraina orientale e al mantenimento di una zona demilitarizzata di sicurezza.

Un approccio più ragionevole al negoziato da parte russa e dei passi concreti per una soluzione pacifica della crisi in Ucraina, consentirebbe a diversi paesi dell’Unione Europea di non votare l’inasprimento o il rinnovo delle sanzioni già dal summit di Astana del prossimo 15 gennaio che, qualora venga confermato, dovrebbe condurre nella capitale kazaka il Presidente Vladimir Putin, il collega ucraino Petro Poroshenko, il Capo dello Stato francese Francois Hollande e la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Un vertice in formato “normanno”, poiché ripete la configurazione di quello avvenuto tra Merkel, Hollande, Putin e Poroshenko nel giugno 2014, in occasione delle celebrazioni del settantesimo anniversario dello sbarco alleato.

Un tracollo dell’economia russa sarebbe catastrofico anche per la stessa l’Unione Europea. Solo recentemente e con approcci diversi, i paesi dell’Unione hanno cominciato ad avvertire l’entità del costo economico e politico dell’attuale politica di sanzioni, meramente punitiva e priva di una coerente visione e strategia sul futuro delle relazioni con Mosca.

Il peso derivante dalle sanzioni sta rivelandosi insostenibile non solo per i diversi paesi baltici e dell’Est europeo, le cui economie sono strettamente legate da un interscambio commerciale con la Russia, ma anche dalle stesse Germania, Francia ed Italia.

Nel 2014, il volume delle esportazioni italiane in Russia ha subito una contrazione di oltre il 10 per cento, con mancati introiti nelle casse delle aziende italiane dei settori autoveicoli (-45%), articoli in pelle ( 22%), abbigliamento (-12,3%), mobili (-7,5%), e calzature (-25%), pari a un miliardo di euro.

Nel 2015, si stima che la riduzione delle esportazioni italiane in Russia diminuisca drasticamente del 50 per cento.
Sotto il profilo politico, le sfide del nuovo scenario internazionale di sicurezza, rendono la Federazione Russa, oggi ancor più di ieri, un partner fondamentale per l’Occidente nei principali teatri di crisi: dalla Siria, all’Iran, al Medio Oriente, o nella guerra contro il Califfato islamico. In tutte queste aree di crisi piuttosto che nella lotta al terrorismo e nella difesa delle comunità cristiane in Medio Oriente, la cooperazione con la Federazione Russa rappresenterebbe per l’Occidente uno straordinario valore aggiunto.

Una nuova primavera
Sebbene la strategia del Cremlino sull’Ucraina sia sempre stata improntata al tatticismo, il sensibile calo del numero e del tono delle notizie apparse sui media controllati da Mosca relativamente alla crisi ucraina – dal 90 per cento dell’agosto 2014 al 20 per cento delle notizie pubblicate a fine anno – sembrerebbero indicare un cambiamento di approccio atto a favorire un dialogo più strutturato.

E’ compito soprattutto dell’Unione Europea saper definire, dapprima con sé stessa e quindi con la Federazione Russa, un orizzonte di riferimento comune, da raggiungersi salvaguardando alcune condizioni e valori irrinunciabili. Fra questi, figura certamente il diritto dei cittadini ucraini di decidere del proprio futuro e della collocazione strategica del proprio paese.

Se a Mosca non può essere permesso di influire sul livello di ambizione e sulla qualità della partecipazione dell’Ucraina nelle istituzioni euro-atlantiche, a Bruxelles, tuttavia, andrebbero valutate con maggiore ponderazione e lungimiranza l’efficacia delle “porte” e dei programmi che la NATO e l’Unione Europea intenderebbero aprire all’Ucraina.

Se il processo di avvicinamento all’Unione Europea appare più agevolmente perseguibile, l’impegno assunto dal Parlamento ucraino il 24 dicembre 2014 per l’adesione alla NATO è stato considerato dal Vice Ministro della Difesa, Anatoly Antonov una provocazione e un tentativo dell’Alleanza Atlantica di “rendere l’Ucraina una prima linea di confronto”.

In realtà, il vero quesito che i paesi NATO dovrebbero porsi è quali interessi sarebbero oggi disposti a sacrificare in difesa dell’Ucraina e a quale livello di solidarietà sarebbero pronti ad applicare l’art.5 del Trattato di Washington. Al di là delle precoci dichiarazioni espresse nel 2008 in occasione del vertice di Bucarest e relative a una futura adesione della Georgia e dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica, la NATO avrebbe oggi l’opportunità di rafforzare progressivamente la cooperazione con l’Ucraina per mezzo di programmi meno velleitari ma più facilmente percorribili.

Un solido rapporto di cooperazione con la Federazione Russa non potrà in nessun caso ostacolare la rapida integrazione dei Balcani occidentali nelle istituzioni euro-atlantiche. Mosca dovrebbe, pertanto, cessare di alimentare campagne “ibride” di disinformazione piuttosto che di condizionamento economico, in alcuni dei paesi candidati all’adesione.

Allo stesso modo, il Cremlino dovrebbe evitare il ritorno di alcune consuetudini della Guerra Fredda e interrompere il flusso dei finanziamenti recentemente erogati in Europa ai movimenti più populisti, nazionalisti e antieuropeisti.

La crisi ucraina, con il suo potenziale destabilizzante, offre paradossalmente all’Unione Europea un’opportunità irripetibile per dare concreta espressione alla politica estera e di sicurezza comune. Nel nuovo scenario di sicurezza l’Europa è, difatti, chiamata ad assumere nuove e più ampie responsabilità e con ciò a contribuire al rinnovamento del rapporto transatlantico.

Una coerente Politica Estera e di Sicurezza Comune ed un nuovo e più equilibrato rapporto transatlantico sono le chiavi per rilanciare il dialogo e la cooperazione con Mosca, il cui ruolo ai fini della stabilità dello scenario internazionale appare oggi ancor più essenziale.

Per favorire il disgelo e un rilancio della cooperazione con la Federazione Russa, la comunità transatlantica può far tesoro degli insegnamenti del Rapporto Harmel rilasciato dalla NATO nel 1967 e che seppe coniugare efficacemente il dialogo e la distensione con la fermezza degli strumenti di dissuasione.

Pertanto, anche in una rigida stagione come quella che caratterizza le attuali relazioni tra l’Occidente e la Russia è possibile intercettare correnti favorevoli ad un cambiamento climatico. Affinché tale cambiamento porti un duraturo clima di stabilità nel panorama di sicurezza sarà necessario, tuttavia, che l’Occidente e la Federazione Russa definiscano un ambizioso orizzonte comune e perseguano con convinzione gli impegni necessari per raggiungerlo

 

Foto: Cremlino, Eliseo Bertolasi, RIA Novosti, East Journal, AP, Russian Helicopters,

Fabrizio W. LuciolliVedi tutti gli articoli

Presidente del Comitato Atlantico Italiano e Presidente dell’Atlantic Treaty Association, è Docente di Organizzazioni Internazionali per la Sicurezza presso il Centro Alti Studi per la Difesa. Svolge attività di formazione in varie istituzioni nazionali ed internazionali, militari ed accademiche. Già coordinatore di Corsi di alta formazione per ufficiali e diplomatici dei Balcani occidentali e del Medio Oriente, è Direttore e promotore di progetti di cooperazione NATO ed UE in Europa centrale ed orientale.

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