Il rischio dello Stato Islamico "a sud di Roma"

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L’ISIS dice che è a sud di Roma, i nostri Servizi Segreti dicono che l’Italia non è mai stata così in pericolo, tutti dicono tutto e l’allarme sale, tutti si preoccupano e nessuno, specie il Governo, sembra saper che fare. Proviamo a fare un po’ d’ordine e forse lo capiremo.
Che i guerriglieri dell’ISIS siano in Libia è un dato di fatto, che siano in grado di fare danni, pure; ma quali esattamente e in che ordine di tempo?

In primo luogo, nell’attuale situazione, dire d’essere a sud di Roma è pura propaganda. A sud di Roma c’è parecchio spazio, che va dal comune di Ciampino fino al Polo Sud geografico, passando per due mari e tutta l’Africa. Dire – essendo in Libia – che si è a sud di Roma è geograficamente corretto, militarmente sbagliato e non implica una minaccia militare diretta e tantomeno immediata all’Italia. Questo però non vuol dire che non ci sia nessuna minaccia.

Andiamo con ordine: i guerriglieri dell’ISIS sono in Libia, ma dopo l’intervento egiziano non è che le cose stiano loro andando per il meglio, anzi. Per questo motivo, dire d’essere a sud di Roma può aiutare la propaganda interna e incoraggiare i combattenti, specie se non hanno molte notizie dal resto del mondo su come vanno le cose e specie se hanno la sensazione di non star vincendo.

Militarmente parlando, l’ISIS non è in grado di minacciare l’Italia, né avrebbe convenienza a farlo prima d’aver consolidato il possesso almeno della fascia costiera della Libia. Se a questa si aggiungesse l’entroterra, sarebbe anche meglio. Per l’entroterra, con assoluto sprezzo delle difficoltà  geografiche, si ipotizza un’unione o cooperazione con Boko Aram, nonostante ci sia di mezzo l’intero Sahara; per la costa il discorso è diverso e se l’Egitto continua così non è credibile che l’ISIS riesca a impadronirsene.
Allora è tutto tranquillo? Tutta scena? Neanche per sogno.

In primo luogo i combattimenti sulla costa porteranno inevitabilmente a una riduzione e probabilmente a un’interruzione dei rifornimenti di gas e petrolio libici verso l’Italia. Questo creerà dei problemi e un aumento dei costi di approvvigionamento, ma non un’interruzione, visto che esistono pur sempre i contratti take or pay con Russia e Algeria, cioè quelli per cui paghiamo comunque una certa – esorbitante – quantità di gas, indipendentemente dal fatto che poi la usiamo o no, quantità che di solito negli anni non abbiamo mai usato per intero.

Però tra il divieto di commercio con la Russia e tutto il resto, la bolletta energetica di sicuro non se ne avvantaggerà,

Un altro problema è quello dell’immigrazione clandestina e qui il discorso si fa più articolato. Che ci sia un buon mezzo milione di disperati in attesa di arrivare in Italia, non è un mistero, ma un numero che circola da tempo, perché da almeno tre anni si parla di centinaia di migliaia di migranti pronti a tentare la traversata.

I dati preoccupanti sono due: uno noto, l’altro meno. Quello noto è che nessuna marina che si rispetti può consentire che degli scafisti sparino addosso alle proprie navi senza che queste reagiscano; il che significa però non che abbia sbagliato la Marina, ma che siano sbagliate le regole d’impegno impostele dal Governo.

Non reagire implica rendere più sicuro il nemico e più permeabile lo schermo difensivo, ammesso che ce ne sia uno. La conseguenza è che se qualcuno vuole infiltrare guerriglieri in Europa, questo atteggiamento è un vero invito a farsi avanti. Prendiamo questo fatto, mettiamolo da parte per il momento e passiamo al dato meno noto.

Il dato meno noto abbisogna d’un numero e d’un ricordo personale. Il numero è quello di 7.000 guerriglieri mussulmani che, secondo la stampa, l’ISIS vorrebbe infiltrare in Europa attraverso l’Italia, mescolandoli ai clandestini portati dagli scafisti.

E’ attendibile? E’ inattendibile? Per ora teniamolo presente e passiamo al ricordo personale. Più di venticinque anni fa, quando ero un giovane subalterno di fanteria, mi capitò varie volte di far servizio nella sala operativa del Comando dell’allora esistente Regione Militare Centrale di Roma per delle esercitazioni, sia coi quadri che sul terreno.

Non ricordo se fosse l’87 o l’88 quando ne facemmo una, il cui tema tattico consisteva nel fronteggiamento di incursioni di paracadutisti arancioni – cioè nemici – da parte del partito blu, noi, i buoni. La Regione Militare Centrale d’allora comprendeva Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria ed aveva due brigate operative e una terza composta dal personale delle Scuole di Fanteria e d’Artiglieria. Diciamo che, tutto incluso, poteva contare su 10-15.000 uomini operativi, a cui sommare gli alpini dell’Aquila e molti altri militari di Genio, Aviazione Leggera, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Non entro nei particolari. Mi limiterò a dire che, siccome ero l’ufficiale di servizio durante la notte, seguii attentamente l’evolversi della situazione. Alle 8 riferii dettagliatamente al colonnello direttore della sala operativa e, di fatto, dell’esercitazione, il quale commentò amaramente: “Ecco, bastano due compagnie di paracadutisti nemici per mettere in crisi l’intera Regione Centrale.”

Sia chiaro: non si trattava di scarso addestramento, né di mancanza di mezzi o munizioni. Si trattava del fatto che le segnalazioni del “nemico” avevano fatto correre di qua e di là tutti gli uomini disponibili ed eravamo già restati senza riserve: 200 uomini ne avevano impegnati 15.000 e ne sarebbero serviti ancora, che non avevamo.

La domanda che viene spontanea allora è: se 15.000 uomini non bastavano a eliminarne 200, perché quei 200 si erano sparsi sul territorio, sabotando linee di comunicazione e di trasporto di energia, inquinando acquedotti e creando pericoli di ogni genere, per 7.000 quanti ce ne vorrebbero? La risposta aritmetica è che, fatte le dovute proporzioni, se 15.000 diviso 200 fa 75 e non bastavano, adesso per 7.000 non ne basterebbero 525.000. E quanti militari abbiamo adesso? Ecco, poniamoci il problema e poniamolo al Governo.
Il dato numerico è però fuorviante: la guerriglia non si combatte coi numeri, ma col metodo. La prima cosa da fare sarebbe impedire che questi guerriglieri arrivassero, il che vorrebbe dire impedire gli sbarchi e, per impedire gli sbarchi, la misura più sicura – non prendendo in considerazione per motivi umanitari l’idea d’affondare i barconi in alto mare con tutti i loro passeggeri – è impedire gli imbarchi. Ma, per impedire gli imbarchi, bisogna controllare la costa in cui avvengono, cioè la costa libica; come?

La risposta più immediata sarebbe quella d’un controllo diretto, fatto sbarcando e occupando; ma è lento, costoso e non funzionerebbe. L’Irak e l’Afganistan l’hanno dimostrato: arrivare è facile, occupare lo è meno, controllare il territorio non lo è affatto, quantomeno non nella maniera in cui lo si è fatto in Irak e lo si fa in Afganistan. in Libia sarebbe lo stesso: facile lo sbarco, meno facile e costosissimo in denaro e uomini, sia impegnati che persi, il controllo su tutta la fascia litoranea; e allora?

E allora l’unica soluzione praticabile è quella di armare di gran carriera e poi appoggiare seriamente delle milizie locali in funzione anti-ISIS, senza stare ad aspettare l’ONU o l’Unione Europea, che tanto non si muovono. Perché milizie locali? Perché la controguerriglia funziona solo se è attuata con le stesse modalità della guerriglia e se non dipende da basi situate nell’area dove si combatte.

Se si organizzano delle basi sul territorio, come in Irak e in Afganistan, o come in molti altri luoghi in passato, si creano altrettanti obbiettivi per il nemico, i quali oltretutto assorbono enormi risorse per essere difesi. Se invece le forze di controguerriglia manovrano come quelle di guerriglia, il discorso cambia e la controguerriglia ha meno perdite e molto più successo.

Certo, è ovvio che, se una base è difesa da forze enormi per numero e armamenti, attaccarla sarà più difficile, ma, a parte il costo di una tale sorveglianza in uomini e mezzi, non esiste postazione fissa che non possa essere assalita e danneggiata anche da poche forze, a meno che non sia tanto lontana dalla zona dei combattimenti da essere irraggiungibile. Dei mortai si piazzano in fretta e colpiscono lontano; delle mine impiegano poco ad essere seminate e fanno un sacco di danni, ma se la controguerriglia abita in grotte o è disseminata in tante casette sul territorio e non c’è una grossa base per i rifornimenti e gli accantonamenti, il danno fatto dai mortai è minimo; se la controguerriglia si muove molto e non da una grossa base da cui escono grandi convogli, le mine le fanno poco danno.

Infine, se la guerriglia non ha – ancora – mezzi aerei, vale la pena di sfruttare il vantaggio e colpirla dall’alto più che si può, con droni per localizzarla e vettori aerei che la colpiscano tenendosi fuori portata, specie se opera su un terreno aperto.

Concludendo: per rimettere pace in Libia, occorrerebbe scegliere una fazione contraria all’ISIS e che poi non rischi di diventarne un clone, armarla, addestrarla e appoggiarla, ma tenendone le basi logistiche fuori portata – cioè, lontane dalla Libia – in modo da ridurre al minimo il rischio che siano attaccate. Egitto, Algeria, Sicilia, Sardegna, Italia continentale…va bene tutto, purché non siano in Libia.

Va bene tutto purché non si perda altro tempo, va bene tutto purché non ci si gingilli coi soliti paraventi dell’iniziativa internazionale condivisa e accettata; se no poi potremmo doverla fare noi sul nostro territorio la contro-guerriglia.

Foto: Stato Islamico, AP , Marina Militare Italiana

 

Classe 1962, laureato in Scienze Politiche e per tre anni ufficiale di fanteria, è autore di 21 libri, due editi anche negli USA e in Francia, e oltre 300 tra saggi, recensioni, articoli, comunicazioni a congressi in Italia e all'estero sui temi di storia militare. E' membro ordinario di tre istituti e società in Italia e due all'estero e collabora con gli Uffici Storici degli Stati Maggiori dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica.

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