Se l'Egitto mette fuorilegge Hamas

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 di Fiamma Nirenstein  da Il Giornale  del 2 febbraio 2015

Ci vuole una grande lite nella famiglia araba perché si gridino delle verità impronunciabili: nessuno, nel mondo musulmano aveva mai osato legare il nome di Hamas, insieme a quello della Fratellanza musulmana, a quello dell’Isis e di Al Qaeda.

Ma Abdel Fattah al Sisi, dopo l’ennesimo attentato ha svelato come vede le cose: l’Egitto, ha detto accigliato alla tv, è l’oggetto delle mire di tutto il terrorismo internazionale capitanato dalla Fratellanza musulmana, e del disegno di dominarlo fanno parte anche Al Qaeda, l’Isis con la sue dependance egiziana, Ansar Bayt al Maqdis e, novità, Hamas.

Si, anche Hamas è stata messa dopo i terribili attentati che da mesi riempiono l’Egitto di sangue nella lista delle organizzazioni terroriste che al Sisi condanna: «Abbiamo una sola scelta» ha detto ai suoi militari, parlando da generale, «o il Sinai o la morte».

Una frase forte che rimanda ai tempi della guerra contro Israele, una toccata delle corde patriottiche più profonde. Hamas è stato inserito dalla Corte suprema, per la sua componente militare, le Brigate Izz ad Din al Qassam, nella lista delle organizzazioni terroristiche.

E la ferita sanguina, dato che Gaza ha un confine vitale con il Sinai, ed ha adesso sul confine una lunga fossa di serpenti difficile da saltare. L’esercito egiziano sa essere molto duro, in Sinai dietro ogni duna c’è una jeep bene armata e molto severa.

I capi di Hamas hanno reagito, protestando che da ora in poi all’Egitto verrà tolto l’incarico di gestire il rapporto con Israele, giocando sulla fiducia internazionale che crea a Sisi essere l’honest broker.

Ismail Haniye ha anche detto che «le Brigate sono una fonte di orgoglio rispetto e coraggio», e che l’Egitto fa il gioco di Israele. Qualcuno ha anche ricordato che Hamas è stato appena sfilato dall’Europa dalla lista delle organizzazioni terroristiche.

Ci facciamo al solito una bella figura. Dopo l’uccisione di 31 soldati giovedì scorso, l’uso delle armi di Hamas che passano sotto le sabbie del confine hanno sfinito l’Egitto. Sisi non è disposto a perdere tempo in salamelecchi e vuole combattere per il Sinai ora percorso da terroristi e beduini loro complici, perché sa che l’Egitto è il maggiore se non l’unico argine musulmano contro l’Isis.

Già quando in ottobre l’Egitto ebbe 30 morti a opera di Ansar Bayt al Maqdis, che ancora non si chiamava «Provincia del Sinai» (del Califfato, cioè), l’Egitto si affrettò a chiudere quante più gallerie sotterranee possibile, fu creato lungo il confine una zona cuscinetto di mille metri, le case furono distrutte, i beduini e i gazani che abitavano là sloggiati (viene da chiedersi: come mai tutte le anime belle antisraeliane stavolta non dissero una parola).

Ma nonostante le misure radicali e lo scontro mortale all’interno della famiglia sunnita, l’ultimo attacco è giunto giovedì, con quattro incursioni contro le forze di sicurezza del Nord Sinai che hanno ucciso 31 fra ufficiali e soldati. Intanto nel week end 25 persone sono state uccise dalle forze di polizia che hanno colpito folle di dimostranti.

La guerra è anche per le strade del Cairo. Il potere del generale è assediato e si batte con dura determinazione.

Sisi ha spiegato che la Fratellanza musulmana è la più potente fra tutte le organizzazioni islamiste alla conquista del mondo.

Ma è noto che è proprio questo che divide l’Egitto da Obama, che dall’estromissione di Morsi ha diminuito gli aiuti anche se il pane manca. Solo una settimana fa, ha scritto l’ambasciatore israeliano Zvi Marzel, una delegazione della Fratellanza è stata ricevuta dal dipartimento di Stato, e poi ha postato le foto per ogni dove. È mai possibile che l’amministrazione Obama riesca sempre a danneggiare i suoi amici?

Foto: Hamas

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