Il nuovo documento statunitense di strategia marittima

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Dopo otto anni di discussioni nell’ambito dei più prestigiosi istituti di strategia marittima il noto documento di base del pensiero navale nordamericano, conosciuto come A Cooperative Strategy for 21th Century Seapower, ha visto nell’appena trascorso mese di Marzo una sua riedizione piuttosto significativa. Ancora una volta il documento di base sulla “maritime strategy” è firmato dai tre massimi esponenti dei cosiddetti Servizi Marittimi, il Capo delle Operazioni Navali della US Navy, il Comandante del Marine Corps e il Comandante della US Coast Guard,  ma ha anche una prefazione con la firma di Ray Mabus, Segretario della marina.

Questa prefazione contiene, a mio parere, una frase chiave che lega in modo indissolubile il comparto marittimo americano alla storia del Paese. Il Secnav infatti dice che “i nostri fondatori identificarono gli Stati Uniti come una nazione marittima e l’importanza delle forze marittime includendo nella nostra Costituzione la richiesta che il Congresso mantenesse una Marina da Guerra”.

Pur mantenendo il titolo del 2007 il nuovo documento viene oggi caratterizzato da tre sostantivi che ne aggiornano in modo chiaro l’ampiezza. Forward,  engaged, ready.
Schierare e basare “in avanti” le forze navali vuol dire usare il mare come ambiente di manovra assicurandosi il libero accesso a tutte le regioni del mondo, difendere gli interessi americani in tutte queste regioni, proteggere i propri cittadini ed impedire agli eventuali avversari di utilizzare gli oceani a loro favore.

Si sottolinea subito che la regione “Indo-Asia-Pacific” sta aumentando d’importanza e che le accresciute possibilità avversarie nel campo A2/AD (anti-access/area denial) sono la maggiore sfida da affrontare assieme alle minacce portate dalle reti terroristiche e criminali.

Le forze navali intese nel loro insieme debbono quindi garantire la sicurezza globale in un mondo sempre più instabile e complesso tenendo conto che l’economia americana è oggi inestricabilmente legata all’immenso volume di traffico marittimo che attraversa gli Oceani Indiano e Pacifico.

Si sottolinea quindi l’importanza della cooperazione non solo con i tradizionali alleati dell’area (Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Filippine, Sud Corea e Thailandia), ma anche con il Bangladesh, Brunei, l’India, la Malaysia, il Pakistan, Singapore ed il Vietnam.

Per ciò che riguarda la Cina è interessante vedere come il documento voglia sottolineare i lati positivi della eccezionale crescita navale di Pechino, indicando le operazioni cinesi di lotta alla pirateria, gli interventi di assistenza umanitaria e la partecipazione ad alcune grandi esercitazioni multinazionali quali elementi di grande opportunità per tutti.

“Siamo più forti quando operiamo insieme” è poi la frase chiave per confermare l’interesse americano nelle alleanze, prima fra tutte la NATO, con cui si vuole continuare a collaborare anche nelle Standing Forces.

La dislocazione di consistenti forze navali “in avanti” è dimostrata dal numero di unità che si vuole mantenere in tale posizione nel 2020, almeno 120 navi su circa 300 in servizio, a fronte della media di 97 operanti oltremare nel 2014.

Le basi scelte per questa dislocazione permanente in aree non nazionali sono indicate in Guam, Giappone, Spagna e Singapore con lo schieramento di pacchetti di forze adattabili alle varie condizioni operative che si potranno presentare migliorando anche l’integrazione con gli alleati.

Per il teatro “indo-Asia-Pacific” si indica che il 60% delle forze navali vi sarà nel 2020 schierato con i consueti Carrier Strike Goup(CSG), Amphibious Ready Group (ARG), e Carrier Airwing basati in Giappone, ma anche con almeno quattro Littoral Conat Ship (LCS) stazionanti a Singapore e forza consistente di marines in Australia.

In Medio Oriente si prevede di aumentare la forza attualmente schierata di 30 unità a circa 40 navi con un gruppo navale incentrato su un CSG e ARG permanentemente presenti nella regione. Per quanto riguarda l’Europa il documento conferma la visione americana dell’importanza delle installazioni USA in questo continente per assicurare l’impiego di forza adeguate anche nelle aree contigue quali l’Africa, il Levante e l’Asia del Sud Ovest in una visione geopolitica integrata pur se non del tutto innovativa.

Il documento non trascura neppure gli impegni marittimi americani nell’area Caraibica e del Golfo del Messico, come indica un aumento d’interesse per l’Artico e l’Antartico. Per quanto riguarda l’impiego delle forze e le missioni assegnabili si confermano i quattro temi classici della strategia navale: deterrenza, sea Control, power Projection, sicurezza marittima. E’ interessante vedere come nel quadro della deterrenza, oltre alla confermata importanza di quella nucleare sempre basata sui sottomarini (SSBN), definiti come l’elemento più sicuro della triade nucleare, si parli di deterrenza “convenzionale” basata sia sulle portaerei che sulle forze anfibie, mentre alla Guardia Costiera viene affidata una capacità importante nella difesa da minacce nelle acque costiere ed interne.

Il capitolo finale del nuovo documento è tutto dedicato alla “strategia dei mezzi” e si basa sulla convinzione, già espressa più volte negli ultimi tempi dai massimi responsabili della Navy, di mantenere una forza navale di almeno 300 unità, comprendendo 11 portaerei, 14 sommergibili lanciamissili balistici e 33 navi anfibie, mentre la Guardia Costiera dovrà mantenere una sua flotta di 91 unità.

“A smaller force, driven by additional budget cuts or sequestration, would require us to make hard choices” è la frase, a mio giudizio, chiave di questo paragrafo contenente tutta la preoccupazione dei vertici navali per un futuro non troppo limpido.

Lo sviluppo di forze opportunamente bilanciate per avere un Servizio Navale flessibile, agile e pronto appare quindi il messaggio forte che questo nuovo documento invia ai politici della massima potenza navale del pianeta.

Foto US Navy

Pier Paolo RamoinoVedi tutti gli articoli

L'ammiraglio Ramoino è Vice Presidente del Centro Universitario di Studi Strategici e Internazionali dell'Università di Firenze, Docente di Studi Strategici presso l'Accademia Navale di Livorno e cultore della materia presso la Cattedra di Storia delle Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del S. Cuore a Milano. Dal 1982 a tutto il 1996 ha ricoperto le cattedre di Strategia e di Storia Militare dell'Istituto di Guerra Marittima di Livorno, di cui è stato per dieci anni anche Direttore dei Corsi di Stato Maggiore. Nella sua carriera in Marina ha comandato diverse unità incluso il caccia Ardito e l'Istituto di Guerra Marittima.

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