ISIS: propaganda tra modernità e tradizione

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AdnKronos – Lo Stato islamico “ha speso e spende molte energie in un’attività di propaganda di portata globale. Tale attività costituisce un aspetto fondamentale del conflitto in cui è impegnato.  Questa campagna di promozione serve diversi scopi: legittimare la propria autorità; reclutare militanti e fiancheggiatori e motivare i simpatizzanti; intimidire e condizionare i nemici”.

L’Isis “non è il  primo gruppo armato, anche di matrice jihadista, che si serve massicciamente di vari mezzi di comunicazione moderni, compresi i social media, ma lo fa con un livello di sofisticatezza e professionalità senza precedenti”. E’ quanto sottolinea Francesco Marone, autore di numerose pubblicazioni sul fenomeno della violenza politica e su altre tematiche relative alla sicurezza, in un approfondimento pubblicato sul portale dell’intelligence italiana .

L’Isis, noto anche con il nome arabo Da’ish, “non è il primo gruppo  armato che si serve massicciamente dei nuovi mezzi di comunicazione. Ciò che colpisce è il livello di sofisticazitezza e professionalità con cui li gestisce per raggiungere i propri obiettivi di propaganda, terrore e proselitismo. Lo Stato Islamico ha creato una complessa e sofisticata campagna di propaganda di portata globale, che si rivolge a pubblici differenti, utilizzando al meglio diversi canali e piattaforme”. Un’attività “che è diventata elemento fondamentale del conflitto l’organizzazione impegnata e che la aiuta a legittimare la propria autorità reclutare militanti e fiancheggiatori, motivare i simpatizzanti, intimidire e condizionare i nemici”.

L’attività di propaganda mediatica dello Stato islamico “si rivolge a pubblici differenti, tanto ai ‘nemici’ quanto agli ‘amici’, modulando opportunamente la prospettiva, il registro e il linguaggio utilizzati. Tra i molti ‘nemici’ figurano gli odiati sciiti, gli yazidi, i curdi e i cristiani del Levante, gli ‘apostati’ (murtaddin) del mondo sunnita e gli ‘infedeli’ (kuffar) occidentali. Gli ‘amici’ comprendono militanti (inclusi i cosiddetti foreign fighters, provenienti anche dall’Europa), fiancheggiatori, potenziali reclute e simpatizzanti”.

“Gli esponenti di Da’ish -prosegue Marone- hanno realizzato e pubblicizzato video che rappresentano atti di violenza efferati, come le decapitazioni di ostaggi inermi, ma si sono premurati anche di diffondere messaggi che propagandano presunte attività sociali a favore delle comunità sotto il controllo del sedicente Califfato e persino immagini, per così dire, rassicuranti che mostrano combattenti dell’organizzazione intenti a mangiare in compagnia o persino a nutrire e accarezzare teneri cuccioli di gatto; in questo secondo caso, la comunicazione di Da’ish risponde evidentemente a una logica di ‘conquista dei cuori e delle menti'”. Quello del cosiddetto Stato islamico “si è ormai imposto come il brand più influente nel movimento jihadista globale, sopravanzando anche al-Qaida”.

I numerosi video propagandistici che mostrano le decapitazioni degli ostaggi “non sono dovuti a gesti impulsivi, dettati soltanto dalla ferocia, ma rappresentano il frutto  di un disegno metodico di propaganda. D’altronde, la presa e la gestione degli ostaggi sono pratiche ricorrenti nella storia del terrorismo, anche in virtù della loro capacità di attirare l’attenzione e di ‘fare notizia’”.

“I video di decapitazioni del cosiddetto Stato islamico presentano solitamente alcuni elementi distintivi. Gli ostaggi sono inginocchiati e indossano una tuta arancione, come già Nick Berg: un chiaro riferimento alle uniformi dei prigionieri di Guantánamo. Al contrario,gli assassini sono in piedi, mascherati e vestiti di nero. Le decapitazioni -rileva lo studio- avvengono di solito all’aperto, in zone desertiche, probabilmente a dimostrare che l’organizzazione è in grado di controllare il territorio e non è costretta a nascondersi”. L’arma utilizzata “è un semplice coltello; questo oggetto può essere associato all’uccisione di un animale e può quindi avere la funzione di de-umanizzare la vittima; inoltre, ricorda la spada, arma ancestrale che conserva una profonda valenza simbolica nelmondo islamico, specialmente in Medio Oriente.

La scena della rappresentazione è dominata da pochi colori e presenta un numero limitato di elementi scenici, allo scopo di concentrare l’attenzione dello ‘spettatore’ sul rapporto tra vittima e carnefice”. Sotto il profilo tecnico, “la qualità dei prodotti è spesso molto elevata. Alcuni video impiegano con abilità tecniche tipiche del cinema occidentale ed, in particolare, del cinema hollywoodiano, come effetti speciali, effetti sonori ed effetti slow-motion e fast-motion (per rallentare o accelerare la velocità di un movimento). Inoltre, sipossono rintracciare riferimenti alla cultura pop occidentale, come elementi stilistici tipici dei film horror o dei video musicali hip hop.

Chiaramente l’obiettivo di tutti questi accorgimenti è quello di rendere il prodotto finale più coinvolgente, se così si può dire. In questo modo, com’è stato notato, anche un gesto vile, come lo sgozzamento a sangue freddo di un ostaggio inerme, viene costruito e presentato come un atto eroico”  Oltre all’uso massiccio dei social network, l’Isis “ha  fatto ricorso ad altri mezzi di comunicazione per scopi di propaganda e proselitismo.

Per esempio, il sedicente «califfato» ha pubblicato delle ‘brochure’ che incoraggiano l’immigrazione nei territori sotto il suo controllo. Inoltre, ha confezionato brevi pubblicazioni in inglese, come il periodico Islamic State News (ISN) che illustrava i presunti successi militari e politici dell’organizzazione attraverso numerose fotografie, spesso cruente”.

Un altro strumento di propaganda degno di nota “è costituito dalla musica e, in particolare, dagli anashid, canti e inni a tema religioso cantati a cappella o, al più, accompagnati con strumenti a  percussione. Questo genere musicale tradizionale, popolare in molte società a maggioranza musulmana, viene impiegato -si legge sul portale dell’intelligence- per i propri scopi anche da gruppi ispirazione jihadista.

Da’ish si affida a un’apposita unità, la Ajnad Media  Foundation, specializzata proprio nella produzione e pubblicazione di canti e inni. Uno di questi anashid in lingua araba (‘Mia Umma, l’Alba è apparsa’) è diventato quasi l’inno ufficioso dell’organizzazione”.  I messaggi lanciati dal cosiddetto Stato islamico “hanno la possibilità di ottenere grande risonanza nell’odierna ‘società dell’informazione’.

Molte delle iniziative del gruppo armato sono riprese e amplificate dai media tradizionali così come dai nuovi media. Si tratta di un’ulteriore conferma dello stretto rapporto che può intercorrere tra terrorismo e media, quasi una relazione di carattere simbiotico: da un lato, i gruppi che ricorrono alla violenza terroristica hanno generalmente bisogno dei media e, dall’altro, i media hanno solitamente interesse a seguire i fatti di terrorismo, specie quelli di natura spettacolare, per la loro capacità di attirare l’attenzione del pubblico”.

Per questa ragione, conclude l’approfondimento, “giornalisti e operatori del mondo della comunicazione sono evidentemente chiamati a riflettere sulle modalità, gli effetti e, non ultimo, le responsabilità del loro lavoro. In conclusione, si può notare che Da’ish sia spesso riuscito a prendere l’iniziativa nella ‘guerra dell’informazione’ che lo oppone ai suoi tanti nemici, anche grazie a operazioni di comunicazione ardite ed estreme.

Appare quindi opportuno intensificare ulteriormente gli sforzi volti a contrastare la propaganda di questa organizzazione sofisticata, anche in termini di costruzione e potenziamento di «contro-narrazioni» (counter-narratives) di segno positivo, creative e coinvolgenti che contrastino la ‘storia’ raccontata dal cosiddetto Stato islamico”.

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