Putin tira in ballo anche i missili balistici

di Fabio Ragno
19 giugno 2015, pubblicato in Analisi Mondo
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Nel suo discorso inaugurale tenuto lo scorso 16 giugno all’International Military-Technical Forum Army 2015 di Kubinka (Mosca), Vladimir Putin ha annunciato che la Russia ha intenzione di realizzare un massiccio piano di riarmo e di modernizzazione dell’industria della difesa. Ma non solo. -“Quest’anno”- ha dichiarato Putin “le nostre forze nucleari riceveranno più di 40 missili intercontinentali balistici in grado di penetrare tutti i sistemi di difesa missilistici esistenti, anche i più avanzati”.

Il Vice-ministro della Difesa Anatoly Antonov, parlando dopo di lui, forse per indirizzare il senso di queste parole, ha precisato che questo dipende dal ventilato dispiegamento di armamenti americani nell’Europa dell’Est e nei Paesi Baltici e quindi, secondo Antonov -“sono gli Stati membri della NATO che ci spingono a una corsa agli armamenti”.

In effetti gli Stati Uniti, proprio in questi giorni, stanno considerando il possibile dispiegamento di nuove truppe in Europa per contrastare quella che viene definita “l’aggressione russa” anche se, come ha precisato al New York Times il portavoce del Pentagono, colonnello. Steven Warren -“allo stato attuale non è stata presa nessuna decisione del se, come e quando”.

Ma di cosa si tratta esattamente? Per la componente aeronautica l’Air Force Secretary Deborah James, (foto a fianco)  nel definire la Russia -“la più grave minaccia che ho in mente”- ha parlato del possibile schieramento di uno squadrone di caccia di quinta generazione F-22 “Raptor”.

Per la componente terrestre, il comandante di US Army Europe (USAREUR) generale Ben Hodges (foto sotto) ha accennato ad assetti a livello di brigata corazzata anche se, ha tenuto a precisare, non si tratterebbe di un nuovo dispiegamento di truppe bensì del permanere dell’unità che annualmente viene inviata in addestramento in Europa per alcuni mesi.
Questo dispiegamento, se e quando verrà deciso, potrebbe però anche limitarsi ad un pre-posizionamento di mezzi, armi ed equipaggiamenti, come già avviene per esempio nel caso della Norvegia (vedi articolo di Analisi Difesa del 6 maggio 2015), e presumibilmente consistere in una forza (European Activity Set) tra 3.000 e 5.000 uomini ed un migliaio di veicoli, inclusi circa 250 corazzati tra carri M1-A2 “Abrams”, veicoli da combattimento “Bradley” e semoventi M109A6 da 155 millimetri “Paladin”, oltre a principali equipaggiamenti e predefiniti quantitativi di munizionamento.

La dislocazione, ha continuato Hodges, potrebbe aver luogo in Germania o in Polonia, oppure venire divisa in aliquote minori distribuite in più Paesi. La decisione finale spetta al Segretario alla Difesa Ashton Carter (foto sotto) e verrà probabilmente comunicata al prossimo vertice dei Ministri della Difesa NATO in agenda a Bruxelles il prossimo 24-25 giugno.

L’annunciato schieramento di missili da parte di Putin sembrerebbe quindi una reazione spropositata e ingiustificata, destinata a innalzare ancora di più il livello del confronto tra Russia e Occidente. In realtà la questione non si limita soltanto all’ipotetico invio da parte degli USA di una brigata corazzata e di uno squadrone di F-22. Dall’inizio della crisi ucraina nel 2014 ad oggi si è infatti assistito in Europa ad una progressiva escalation che ha portato ad un intensificarsi senza precedenti delle attività militari aventi il loro fulcro rispettivamente nell’Operazione “Atlantic Resolve” e nell’ampliamento della NATO Response Force (NRF), che raggiungerà il suo apice in settembre con l’imponente esercitazione “Trident Juncture 2015”.

Inoltre, sempre più spesso le attività NATO hanno luogo anche al di fuori del territorio dell’Alleanza com’è nel caso della Svezia, paese tradizionalmente neutrale (non è membro NATO ma firmatario di un partenariato definito “Partnership for Peace”) in cui si svolgono periodicamente esercitazioni congiunte come “Arctic Challenge” e “Baltops”, quest’ultima con la partecipazione di 2 bombardieri strategici B-52 che arrivano direttamente in volo dagli Stati Uniti.

Per quanto si tratti di attività ricorrenti nondimeno, in questo particolare momento, queste esercitazioni assumono una connotazione di inasprimento della situazione o, perlomeno, lo sono nella prospettiva russa, che coglie nell’insieme di queste iniziative e attività militari un segnale di minaccia indirizzato, se non ai propri confini nazionali, all’establishment putiniano.
V’è poi da considerare lo scenario politico nella principale area di crisi, le regioni del Donbass e della Crimea, cui potrebbero rapidamente aggiungersi altri due focolai, rappresentati dalla Macedonia (o FYROM) e dalla Transnistria (o Prednestrovia).

Nel primo caso, dopo gli scontri a fuoco avvenuti lo scorso mese di maggio nei pressi di Kumanovo in cui forze di sicurezza macedoni hanno intercettato un’infiltrazione di guerriglieri albanesi dell’UCK con un bilancio di 22 morti (14 guerriglieri e 8 poliziotti), ha subito una decisa accelerazione quella che si potrebbe definire la “rivoluzione colorata macedone”, per certi versi molto simile a quella ucraina di Julija Tymošenko, e che potrebbe condurre ad una nuova e imprevedibile destabilizzazione nei Balcani.

Nel caso della Transnistria invece, la questione presenta aspetti ancora più spinosi. Si tratta di un minuscolo territorio con circa mezzo milione di abitanti racchiuso tra Moldavia e Ucraina che nel 1990 ha dichiarato l’indipendenza, peraltro non riconosciuta a livello internazionale.

A seguito di una “guerra di indipendenza”, nel 1992 la Russia ha inviato un contingente di interposizione sotto egida ONU composto da circa 1.500 soldati, che si trovano tuttora laggiù e che vengono ruotati ogni 6 mesi.

Lo scorso 8 giugno il presidente ucraino Poroshenko ha deciso unilateralmente di annullare gli accordi a suo tempo sottoscritti con la Russia e la Moldavia e che consentivano a queste truppe il passaggio obbligato attraverso l’Ucraina.

Ma non solo. In contemporanea, ha anche autorizzato il dispiegamento di batterie di missili anti-aerei S-300 nella regione di Odessa, con l’evidente scopo di interdire alla Russia ogni possibilità di collegamento aereo. Infine, ha nominato Governatore di Odessa il georgiano Mikhail Saakashvili (foto a fianco) che, come qualcuno ricorderà, era il presidente della Georgia quando questa nel 2008 invase il territorio dell’Ossezia del Sud provocando l’intervento militare di Mosca.

La mossa del presidente ucraino potrebbe utilmente diventare una cosiddetta “moneta di scambio” nei confronti della Russia per ottenere determinati vantaggi, ma potrebbe anche tramutarsi in un pericoloso allargamento dell’area di crisi che, peraltro, nonostante gli accordi di Minsk II, rimane una zona di combattimento o, volendola definire in altro modo, una polveriera pronta ad esplodere in ogni momento come testimonia l’OSCE che, scrupolosamente, annota giornalmente le continue violazioni del cessate-il-fuoco.

Foto: Novosti, US DoD, AP

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