Forze irachene al contrattacco a Ramadi e Fallujah

2014_11_27_Iraqi_army

Agenzia Nova – L’esercito iracheno ha ripreso l’iniziativa nella lotta contro lo Stato islamico (Is) dell’autoproclamato califfo Abu Bakr al Baghadi. Al momento le forze di Baghdad – spalleggiate dalle milizie sciite, i combattenti tribali sunniti e soprattutto dai raid aerei delle forze aree della coalizione internazionale – sono impegnate su tre principali fronti: Ramadi, Fallujah e Baiji.

Le prime due città sorgono sulle sponde del fiume Eufrate nella provincia occidentale a maggioranza sunnita di al Anbar, a poche decine di chilometri dalla capitale Baghdad. La clamorosa caduta di Ramadi nelle mani dell’Is avvenuta a metà maggio aveva destato scalpore e critiche per la scarsissima resistenza opposta dal pur numeroso esercito iracheno.

Baiji si trova invece nella provincia centro-settentrionale di Salah al Din, lungo il corso dell’altro grande corso d’acqua iracheno, il Tigri, ed ospita la più importante raffineria di petrolio del paese. Mentre le forze irachene controllano già alcuni quartieri di Baiji, inclusa buona parte della strategica raffineria petrolifera, a Fallujah e Ramadi optano piuttosto per una manovra di accerchiamento, almeno per il momento.

Da settimane, infatti, le forze irachene cercano di tagliare le rotte di approvvigionamenti dei jihadisti asserragliati a Ramadi e Fallujah provenienti dalle altre provincie irachene, a cominciare proprio da Salah al Din. In questa fase l’esercito sta liberando le aree intorno alle città assediate, cercando al tempo stesso di aprire dei corridoi per consentire alla popolazione civile di fuggire, in vista di un possibile ingresso nelle città.

A Fallujah, a metà strada tra Ramadi e Baghdad, le forze di sicurezza hanno annunciato di aver liberato completamente una vasta area a sud della città dopo pesanti bombardamenti dell’artiglieria e degli aerei della coalizione internazionale. Il comandante delle operazioni militari delle aree di al Jazirah e al Badiyah, generale Ali Ibrahim Daboun, ha annunciato che fino a ieri un totale di 158 combattenti dell’Is sono morti durante l’offensiva nella provincia di al Anbar.

Durante gli scontri, ha precisato il generale, sono stati distrutti 27 pezzi d’artiglieria, 17 trappole esplosive e 15 ordigni esplosivi improvvisati. Secondo quanto ha annunciato il ministro della Difesa iracheno, Khaled al Obeidi, le unità dell’esercito hanno occupato la zona di Tash, a sud di Ramadi, uccidendo 34 jihadisti e catturandone 24.

Prima del loro arrivo la zona era stata pesantemente bombardata dall’artiglieria di Baghdad che ha preso di mira anche la periferia del capoluogo della provincia di al Anbar.

Il primo ministro iracheno, Haider al Abadi, da parte sua, ha annunciato che la vittoria contro lo Stato islamico “è vicina”. Secondo un comunicato del governo, “al Abadi, comandante in capo delle forze armate, ha espresso soddisfazione per la prontezza dell’esercito e delle forze di sicurezza, dopo l’inizio delle operazioni militari contro i jihadisti nella provincia di al Anbar.

Al-Abadi, secondo il comunicato, ha detto che “gli eroi delle nostre forze armate dell’esercito, della polizia, di al Hashd Ashaabi (milizie sciite) e i figli delle tribù avranno presto la vittoria con la liberazione di al-Anbar, se Dio vuole”. Baghdad aveva lanciato un’operazione analoga lo scorso maggio, dopo la conquista di Ramadi da parte dello Stato islamico, ma l’offensiva si era subito incagliata. Questa volta l’offensiva è stata anticipata da numerosi attacchi aerei statunitensi, concentrati perlopiù proprio nei dintorni di Ramadi. L’aviazione Usa ha lanciato nella sola giornata di domenica 29 sortite contro 67 obiettivi dell’Is nella roccaforte jihadista e nelle immediate vicinanze.

Tuttavia, il rischio più volte evidenziato anche dal ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, è che queste operazioni si trasformino in un bagno di sangue per i civili. Secondo le ultime rilevazioni statistiche, Ramadi e Fallujah hanno una popolazione di rispettivamente 450 mila e 320 mila abitanti. Secondo l’Alta Commissione irachena per i diritti umani, lo Stato islamico starebbe già usando i civili di Fallujah come scudi umani.

“Per più di tre mesi il Daesh (acronimo arabo di Stato islamico in Iraq e Siria) ha usato i civili come scudi umani a Fallujah, impedendo loro di lasciare la città e confiscando le proprietà di chi disobbedisce”, ha detto Fadel al Gharawi, membro della commissione. I jihadisti hanno disseminato ordigni esplosivi lungo “le moschee, gli edifici residenziali e le strade che portano a Falluja”, ha aggiunto al Gharawi.

Eid Amash, portavoce del consiglio provinciale di al-Anbar, ha confermato che i miliziani dell’Is hanno aperto il fuoco contro le famiglie che hanno tentato di fuggire dalla città approfittando delle tenebre notturne.

Lunedi sera, le milizie sciite al Hashd al Shaabi – alleate dell’esercito iracheno – hanno annunciato di aver messo in sicurezza una strada di Fallujah permettendo a circa mille famiglie di lasciare la città. Bisogna considerare inoltre che l’offensiva rischia di aumentare lo scontro settario in corso in Iraq e alla base dell’attuale situazione di caos.

L’impiego di milizie sciite nella regione a maggioranza sunnita di al Anbar in appoggio all’esercito iracheno ha suscitato numerose critiche, in particolare rispetto alla reale natura di molte sigle e gruppi che in altri frangenti della storia irachena sarebbero stati considerati a tutti gli effetti come movimenti terroristi.

Al rischio di enormi massacri fra la popolazione civile si aggiunge anche quello di efferati crimini contro gli stessi nemici. Un esempio di tale situazione è ben esemplificato da un video pubblicato su internet nel quale combattenti sciiti mutilano e incendiano un cadavere legato e incappucciato, probabilmente un militante jihadista. Durante l’offensiva di aprile per riprendere la città di Tikrit, nella provincia di Salah al Din, sono stati segnalati diversi casi di rappresaglie contro la popolazione civile sunnita sospettata di aver appoggiato lo Stato islamico.

Non va dimenticato che l’ingresso di truppe di terra a Ramadi e Fallujah fu un vero e proprio inferno per i militari statunitensi. La disfatta dell’esercito a Mosul nel giugno 2014 e quella di Ramadi avvenuta a metà dello scorso mese, peraltro, hanno aperto molte domande sulla reale preparazione dell’esercito iracheno e sulla loro reale volontà di combattere. ali critiche sono state espresse anche dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Ashton Carter, che lo scorso 24 maggio in un’intervista alla Cnn ha accusato l’esercito iracheno di “non voler combattere contro lo Stato islamico”.

Nonostante il coro di rimostranze nei confronti delle dichiarazioni del funzionario Usa, per molti analisti la debolezza delle forze militari irachene dipende soprattutto dagli errori del governo di Baghdad che a partire dal 2006 ha favorito anche all’interno dell’esercito una divisione settaria basata su sunniti e sciiti, in particolare per quanto riguarda la nomina di ufficiali e comandanti. Il risultato è stato l’impiego sempre il ricorso sempre più frequente a guerriglieri ideologicamente impostati, divenuti nel tempo sempre più indispensabili per combattere l’offensiva contro l’Is.

Fino al 2005 l’esercito iracheno ha mantenuto un suo equilibrio per quanta riguarda l’appartenenza confessionale con un 55 per cento di militari sciiti e un 45 per cento sunnita. Tale divisione è stata smantellata dal governo del primo ministro Nouri al Maliki, che temendo infiltrazioni jihadiste nell’esercito ha dato il via ad una campagna di confessionalizzazione delle forze armate, escludendo dalle cariche di comando tutti gli elementi non sciiti. La mossa si al Maliki ha facilitato la costruzione di una forza politicizzata sciita, che nel tempo ha escluso ufficiali e comandanti della fazione sunnita e curda.

Prima della nascita dello Stato islamico, nel 2007 gli Stati Uniti hanno cercato di creare la formazione dei Figli dell’Iraq, forza militare composta di 90 mila sunniti incaricati di proteggere i loro quartieri nelle aree sunnite di Baghdad, Diyala e Salah el Din, non solo da al Qaeda, ma anche dagli attacchi del terrorismo a matrice sciita. Tale tentativo è fallito a causa delle continue pressioni del governo per subordinare il pagamento di tali forze ad una schedatura completa di ciascun al fine di controllare eventuali simpatie qaediste.

Nell’estate del 2014 il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha completato la formazione di settemila membri delle forze di sicurezza irachene al fine di creare una futura forza nazionale in grado di combattere in tutte le aree del paese senza sottostare a dinamiche confessionali e tribali. Tuttavia, da quasi un anno le autorità irachene portano avanti una discussione basata sull’appartenenza confessionale dei membri.

Secondo diversi analisti la visione confessionale all’interno dello scenario iracheno potrebbe contribuire ancora di più ad una futura disgregazione del paese. Infatti, per molti esperti le milizie sciite, e con esse i reparti dell’esercito della medesima confessione, aderiscono alle varie campagne in base a ragioni religiose e non strategiche.

L’offensiva di Tikrit lanciata lo scorso 20 aprile ha attirato oltre ventimila combattenti, perché è stata l’occasione per vendicare il massacro da parte dello Stato Islamico di 1.700 cadetti sciiti a Camp Speicher nel mese di giugno 2014, oltre all’importanza simbolica incarnata dalla città natale di Saddam Hussein. L’offensiva in corso a Ramadi rischia di basarsi sulle medesime ragioni ideologiche.

Foto: Esercoito iracheno, Stato Islamico, Getty Images, Reuters, AFP, US DoD

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