LA PERIZIA BALISTICA INDIANA CHE ASSOLVE I MARO'

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Marò punto e a capo. K. Sasikala, professore di medicina legale a Thiruvananthapuram, nello stato indiano del Kerala, nell’autopsia sul corpo senza vita del pescatore Valentine Jelestine descrive un proiettile molto più grosso delle pallottole calibro 5,56 in dotazione al capo di prima classe Massimiliano Latorre e al secondo capo Salvatore Girone.

Ad Amburgo l’atto è stato depositato dall’India alla cancelleria del Tribunale internazionale per il diritto marittimo al quale l’Italia si è rivolta dopo tre anni e sette mesi di inutili trattative e di procedure giudiziarie che non hanno prodotto neppure uno straccio di capo d’imputazione.

Alla pagina due del “post mortem certificate”  di Jelestine si legge che nella testa del defunto dallo spazio subdurale è stato estratto un proiettile “lungo 3,1 centimetri, con una circonferenza di 2 centimetri a un’estremità (ndr. la base) e di 2,4 centimetri sopra la base”.

Le ogive calibro 5, 56 dei marò sono lunghe 2,3 centimetri.

L’autopsia fatta il 16 febbraio sembrava rimasta sepolta nei cassetti della polizia del Kerala. Una pallottola di quelle dimensioni, secondo Luigi Di Stefano che fu consulente dell’Itavia nel lungo processo per l’abbattimento del Dc nel cielo di Ustica, potrebbe essere “una cartuccia di calibro 7 e 62 X 54 R che nell’area è molto diffusa.

La usano i pirati somali e anche la guardia costiera dello Sri Lanka a bordo delle motovedette tipo Arrow con cui lo Sri Lanka da anni contrasta gli sconfinamenti nelle sue acque territoriali dei pescatori indiani che partono dai porti del Tamil Nadu.

Un sito dello Stato indiano ha tenuto il conto dei morti, più di 400. Il comandante del peschereccio Saint Antony Freddy Bosco e diversi membri del suo equipaggio abitano, vedi caso, nel Tamil Nadu.

All’autore dell’esame balistico N.G. Nisha, vicedirettore del Laboratorio di medicina legale a Thiruvananthapuram, è toccato un arduo compito.

Doveva ridurre le dimensioni delle pallottole dal calibro 7,62 al 5, 56. Forse per questa ragione la sua perizia si conclude con un condizionale sibillino: “I proiettili di questo caso potrebbero essere pallottole ad alta velocità sparate da fucili calibro 5,56 (ndr. quello delle armi in dotazione ai marò) esplose da lontano.

La traiettoria è dall’alto verso il basso”. La sua perizia è del 19 aprile 2012. I sequestri a bordo della petroliera Enrica Lexie si sono conclusi il 25 febbraio, si legge nelle carte depositate dall’India. C’è stato tutto il tempo per sparare con i fucili dei marò e per recuperare proiettili.

Nella ricostruzione della balistica a posteriori le ogive furono distribuite con precisione, una nel corpo di ognuno dei due deceduti e due sul peschereccio Saint Antony.

I detective non sapevano però che ogni fuciliere di marina ha un’arma individuale e non di reparto. Sulla base dei numeri di matricola indicati dalla perizia balistica fatta nel Kerala l’ammiraglio Alessandro Piroli, vittima a sua volta delle manipolazioni indiane, nel maggio del 2012 ha collegato i colpi fatali con le armi del sottocapo di II classe Massimo Andronico e del sergente Renato Voglino e non con quelle di Latorre e di Girone.

Una circostanza smentita dalle dichiarazioni dello stesso Latorre e dalle testimonianze concordi del comandante della Lexie Umberto Vitelli e del secondo ufficiale Sahil Gupta. Tutti hanno dichiarato che il giorno dell’incidente sul ponte di dritta della petroliera c’erano Latorre e Girone.

I maggiori dei carabinieri Luca Flebus e Paolo Fratini, i due esperti italiani ai quali è stato  consentito di partecipare agli accertamenti come osservatori, ossia senza poter intervenire, hanno assistito solo alle prove di sparo con i fucili sequestrati a bordo della Enrica Lexie e all’apertura dei plichi che contenevano i proiettili e le armi, sei Beretta Ar 70/90 e due Herstal Minimi.

I due ufficiali non sono stati messi in condizione di avere la certezza che i proiettili al centro dell’accertamento balistico fossero stati davvero estratti dai cadaveri delle due vittime e non parteciparono ad alcun esame con il microscopio comparatore, l’unico che può stabilire quale arma ha sparato studiando le rigature.

Gli atti depositati dall’India contengono altre chicche. Sembrano fatti con il copia e incolla due affidavit dei sopravvissuti, le testimonianze scritte raccolte il 30 luglio del 2015, poco più di un mese dopo che l’Italia aveva attivato la procedura dell’arbitrato internazionale obbligatorio ovvero non concordato.

I testimoni indicano senza la più pallida ombra di dubbio e senza storpiarli i nomi e i cognomi dei due militari italiani che avrebbero ucciso i loro compagni di lavoro. Li definiscono i ‘sailors’, i marinai.

Le testimonianze sono l’allegato numero 46. Il comandante del peschereccio Freddy Bosco, 34 anni, residente nello stato meridionale del Tamil Nadu, e il marinaio Kinserian, 47 anni, dichiarano «onestamente e con la massima integrità» che alle 16,30 del 15 febbraio 2012 il natante «finì sotto il fuoco non provocato e improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi».

Appena arrivato in porto, la sera del 12 febbraio, Bosco aveva però detto alla televisione che l’attacco era avvenuto alle 21 della sera prima.

Entrambi i marinai aggiungono nella testimonianza che i «tiri malvagi» hanno provocato la «tragica morte dei cari amici e colleghi Valentine, alias Jelastin, e Ajesh Binke».

La loro vita dopo la presunta sparatoria è descritta nello stesso modo: «Indicibile miseria e una agonia della mente, una perdita di introiti». «La nostra ordalia – concludono – non è finita».

La certezza sulle responsabilità dei fucilieri di marina italiani di Bosco e Kinserian è condivisa dal terzo pescatore Michael Adimai, sentito il 4 agosto 2015. Anche lui parla di spari «senza preavviso e provocazione».

Denuncia «un’incommensurabile agonia mentale e un fardello finanziario che continua tuttora». Come gli altri due testimoni denuncia la sua incapacità di portare avanti «le attività quotidiane». Dalle carte depositate emerge anche l’ennesimo particolare incongruo.

Il Gps del Saint Antony non fu consegnato da Bosco alla polizia appena arrivò in porto, ma otto giorni dopo, il 23 febbraio, assieme a un computer malridotto. Insomma, volendo, ci fu tutto il tempo per manomettere i dati registrati dall’apparecchio.

Foto: Ansa, Difesa.it, Lapresse

 

 

 

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Lorenzo BianchiVedi tutti gli articoli

Inviato del Quotidiano Nazionale, è stato corrispondente di guerra su tutti i fronti bellici degli ultimi decenni: dai Balcani all'Africa, dall'Iraq (dove è stato prigioniero del regime di Saddam Hussein in due occasioni, nel 1991 e nel 2003) alla Libia e alla Siria. Ha seguito fin dall'inizio la vicenda dei marò recandosi in India e realizzando diversi "scoop".

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