Se il corpo di Aylan spegne la ragione

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di Stefano Magni da Nuova Bussola Quotidiana del 4 settembre 2015

Aylan al Kurdi, tre anni, di Kobane, è annegato assieme al fratello Galip, cinque anni, assieme ad altri 11 profughi siriani, mentre cercavano di raggiungere la Grecia. Il suo corpo, ritrovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum (Turchia) è stato fotografato dal reporter turco Nilufer Demir. La foto ha fatto il giro del mondo e negli ultimi due giorni ha scatenato un dibattito senza precedenti sulla guerra siriana e sulla tragedia dei profughi nel Mediterraneo.

Al di là della foto, però, Aylan al Kurdi è stato un bambino, con una sua storia, una sua famiglia. Il padre, Abdullah, sopravvissuto al naufragio, racconta a una radio dell’opposizione siriana il momento della tragedia. Volevano andarsene dalla Turchia, emigrare in Canada dove vive la zia di Aylan, Teema al Kurdi. Il paese nord-americano aveva rifiutato loro il visto. Imbarcati su una bagnarola comandata da un trafficante turco, che aveva chiesto loro 4mila euro per la traversata, sono stati sorpresi dal mare grosso.

Le onde hanno letteralmente strappato di mano ad Abdullah i suoi due figli. Ora il Canada fa sapere al mondo che accoglierebbe i sopravvissuti, ma è lo stesso Abdullah a rifiutare: “Dopo quanto è accaduto, non voglio andare. Porterò i corpi prima a Suruc, poi a Kobane.

Passerò lì il resto della mia vita – ha detto l’uomo – Voglio che il mondo intero ci ascolti dalla Turchia, dove siamo arrivati fuggendo dalla guerra. Sto soffrendo tantissimo, faccio questa dichiarazione per evitare che la stessa cosa succeda ad altri”. Si tratta di una storia come migliaia di altre. I profughi annegati nel Mediterraneo, solo quest’anno, sono stimati in 2500. I morti della Guerra Civile Siriana sono stimati in 215.000.

Non è della famiglia al Kurdi, un piccolo tassello in una tragedia colossale, che il mondo intero si sta interessando. Ma della foto che ritrae il corpo esanime del più piccolo di loro.

Per tutta la giornata di ieri, direttori di testata e semplici blogger si sono interrogati sull’eticità della sua diffusione, scrivendo editoriali per spiegare la loro scelta. C’è chi ne ha già fatto un’icona. C’è chi, come il premier britannico David Cameron, ha cambiato la propria linea politica dopo averla vista, ammorbidendo la posizione sull’immigrazione.

E chi, come attrici, uomini e donne di spettacolo, fashion blogger, l’ha semplicemente pubblicata, con frasi ad effetto, o con lettere improvvisate a un bambino che non c’è più, in alcuni casi sentendo parlare per la prima volta del conflitto in Siria.

I social media, a partire da Twitter, Facebook e Instagram, non hanno fatto altro che parlare di quella foto. Perché, dopo tanti orrori che abbiamo visto in Siria, tramite foto e video raccapriccianti, perché dopo tante immagini ignorate sulle vittime del Mediterraneo, anche bambini, proprio solo Aylan ha provocato una reazione mondiale? Che cosa fa dire ai giornalisti turchi che, con la morte di questo piccolo bambino curdo “è morto un pezzo di umanità” e a fior di editorialisti italiani che, con lui “è morta l’Europa”? La mente umana è strana.

Può rimanere totalmente insensibile di fronte a tonnellate di immagini di massacri, decapitazioni, morti per fame e sterminii, ma infiammarsi per un singolo piccolo corpo vestito su una spiaggia. E’ ancor più difficile capire i meccanismi dell’emotività, quando le sensazioni sono amplificate da media e social media. Ci sono sempre state immagini che hanno “bucato lo schermo” e sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo. La foto del corpo di Aylan, evidentemente, è una di queste.

E’ piuttosto lecito interrogarsi sugli effetti che può provocare la diffusione virale della foto del corpo di Aylan. Perché possono essere sia molto negativi, che molto positivi. Partiamo da quelli positivi. L’improvvisa sensibilizzazione del mondo, può portare alla consapevolezza che in Siria c’è una guerra civile in corso. Si combatte dal marzo del 2011, più di quattro anni ormai. Ma il mondo pare essersene dimenticato.

Si parla degli epifenomeni della guerra (la nascita e crescita dell’Isis, l’ondata di profughi che sta investendo l’Europa), ma non della guerra stessa, relegata a sempre più rade cronache di esteri. La foto di Aylan può far riscoprire la questione siriana, riportarla all’attenzione delle cancellerie occidentali, può indurre a rimettere in agenda i colloqui di pace ormai sepolti da due anni.

Se Cameron ha avuto letteralmente una “conversione” sulla sua politica dell’immigrazione, potrebbe averla anche sulla sua causa. O no? Aylan al Kurdi, come suggerisce il cognome, era un bambino curdo. Non solo: era di Kobane, la città martire, simbolo della resistenza contro l’Isis (la “Stalingrado del Kurdistan”) e dell’ignavia dei turchi, che l’hanno lasciata assediare senza muovere un dito.

La battaglia di Kobane è tutt’altro che finita: quest’estate ha registrato una forte recrudescenza. L’attenzione che si è accesa sui social network, potrebbe anche indurre molti a interessarsi di Kobane e rimettere in agenda gli aiuti (militari prima ancora che umanitari) ai resistenti curdi che lottano contro l’Isis?

La domanda è lecita, perché in base agli ultimi accordi fra Usa e Turchia, il governo di Ankara ha di fatto ottenuto carta bianca per combattere i curdi, considerandoli suoi nemici più ancora che gli jihadisti dell’Isis. Infine, ma non da ultimo, va ricordato che la famiglia al Kurdi non stava fuggendo direttamente da Kobane, ma dalla Turchia, dove era rifugiata. Stava fuggendo da un paese in pace, teoricamente accogliente, ma sempre più ostile, come abbiamo fatto presente proprio ieri.

Non sarebbe male riaccendere i riflettori sulla politica dei rifugiati seguita dalla Turchia, che ne sta mandando in Europa, attraverso la rotta balcanica, una quantità sempre maggiore. Indipendentemente dalla regione mediterranea in cui è avvenuta la tragedia, la vicenda della famiglia al Kurdi dovrebbe di nuovo sensibilizzare opinione pubblica e governo sulla piaga degli scafisti, bande criminali che succhiano soldi ai loro “passeggeri” e non si pongono troppe domande prima di abbandonarli a morte sicura.

Il problema di queste considerazioni, purtroppo, è che riguardano questioni lontane (emotivamente, oltre che fisicamente) dalle nostre opinioni pubbliche. E’ difficile che la guerra siriana torni in primo piano, così come è difficile che si cambi rotta sul Kurdistan o sulle ambiguità della Turchia. E gli scafisti sono e restano figure evanescenti. La foto di Aylan potrebbe anche provocare l’effetto più deteriore: un’ondata di sensazionalismo ad uso e consumo della polemica politica interna.

“Niente asilo” titolava il Manifesto, con amara ironia, sulla foto del corpicino senza vita del bambino curdo. “Niente asilo” politico, si intende, polemizzando con chi si oppone alla politica dell’accoglienza. La stessa rissa sta avvenendo anche in altri paesi, come dimostra il dietrofront ipocrita del Canada sull’asilo politico alla famiglia curda ormai dimezzata.

E come dimostra anche il dietrofront di Cameron sull’immigrazione, oltre alla cinica risposta di un candidato dell’Ukip (il partito euroscettico) che di fatto ha dato la colpa alla “avidità” delle famiglie che vogliono emigrare in Europa per vivere meglio. La morte di Aylan viene trattata in Italia come se fosse avvenuta a Lampedusa e in Gran Bretagna come se fosse stata a Calais o a Dover.

Ognuno la fa propria, non solo per umana compassione, ma per usarla come grimaldello emotivo per far saltare gli “egoisti anti-immigrazione”. E si dimentica la voce della ragione, la realtà dei numeri: si dimentica che il problema dei rifugiati di guerra è soprattutto una questione turca e balcanica. E che si risolve andando alla radice: trovando una soluzione alla guerra in Siria.

Si dimentica che, alle nostre porte, sta bussando chi viene da tutt’altre realtà in Africa e quasi sempre per ragioni economiche. Si dimentica che il flusso di immigrati dall’Africa non è legato ad alcuna emergenza in particolare, ma è continuo e destinato ad aumentare e che dunque è impossibile accogliere un intero continente in movimento. Si dimentica, poi, che missioni navali di soccorso, come Mare Nostrum, aumentano e non riducono il traffico degli scafisti, così come i loro profitti sulla pelle degli emigranti.

La foto di Aylan, dunque, è degna di essere pubblicata e diffusa se permette di aprire gli occhi su un problema reale quanto dimenticato. Ma potrebbe essere addirittura controproducente, nel caso in cui induca a spegnere la ragione.

Foto: Ansa, Reuters, Marina Militare, AP, TM News,

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