Bombe italiane contro l'ISIS? Per ora solo ipotesi

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L’ipotesi che i bombardieri Tornado italiani basati in Kuwait colpiscano le postazioni dell’ISIS in Iraq non è da escludere ma la cosa va valutata “assieme agli alleati” e un’eventuale decisione “dovrà passare dal Parlamento”.

E’ scontato – ha detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti davanti alle commissioni esteri e difesa di Camera e Senato – che il governo riferirà al Parlamento qualora l’ipotesi diventasse realtà. “Stiamo valutando possibili, ulteriori ruoli per l’utilizzo dei velivoli in teatro – prosegue il titolare della Difesa – ma non c’è nulla di deciso”.

Concetto ribadito ieri, dopo le indiscrezioni diffuse dal Corriere della Sera sull’imminente via libera ai raid dei Tornado in Iraq, anche dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, mentre il  presidente della commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre, (PD) intervistato dal Gr3,ha ammesso che “ci è stata fatta una richiesta in tal senso e naturalmente  il Governo dovrà valutare questi aspetti e soprattutto preventivamente informare il Parlamento. Allo stato non c’è nessuna decisione  di questo tipo. Le regole d’ingaggio non sono cambiate”.

Da tempo Washington preme sugli alleati per ottenere un maggiore impegno operativo nella coalizione che sta contrastando senza concreti risultati il Califfato in Siria ed i Iraq. Naturakle che pressioni più forti siano sull’Italia, unico partner della Coalizione a non aver colpito neppure con uno spillo i miliziani dell’ISIS. Non è forse un caso che le rivelazioni del Corriere siano emerse nel giorno in cui è arrivato in Italia per una visita alla base di Sigonella e poi a Roma, il segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter.

Finora i 4 Tornado IDS del 6° Stormo di Ghedi schierati in Kuwait (con 2 droni Reaper e un’aerocisterna KC-767A) sono stati impiegati esclusivamente per missioni di ricognizione senza  svolgere nessun compito di combattimento, né l’ingaggio di bersagli né l’illuminazione degli stessi coi puntatori laser per consentire ad altri velivoli alleati di colpirli.

Si rinnova quindi la tradizione che vuole che sull’impiego bellico dei velivoli da combattimento i governi italiani si trovino sempre in difficoltà.

Nel 1991 i Tornado dell’Operazione Locusta contro l’Iraq sollevarono imbarazzi accentuati dall’abbattimento del velivolo di Bellini e Cocciolone, per mesi prigionieri di Saddam Hussein. Otto anni più tardi il governo D’Alema negò per mesi che i jet italiani bombardassero la Serbia come facevano i velivoli degli altri alleati della Nato.

Alla fine del 2008 il governo Berlusconi inviò a Herat 4 bombardieri Tornado con compiti limitati alla ricognizione, unici aerei alleati non autorizzati a bombardare i talebani insieme a quelli tedeschi.

Solo nel 2012 il ministro Giampaolo Di Paola del governo Monti rimosse quella limitazione e autorizzò l’uso delle armi che si prolungò  fino al giugno 2014 con gli AMX che effettuarono quasi 10 mila ore di volo e 3.100 missioni sganciando un numero mai precisato di ordigni.

In termini politici Roma potrebbe oggi avere interesse ad autorizzare l’impiego bellico dei Tornado (e forse anche aumentane il numero schierando in Kuwait una o due coppie di nuovi velivoli dalla base di Ghedi del 6° Stormo) barattandolo con il supporto degli Stati Uniti nel sostenere la leadership italiana in un’ipotetica missione dell’Onu in Libia.

Obiettivo che sembra essere una priorità per il governo Renzi benché quella missione abbia attualmente poche speranze di vedere la luce anche perché nessuna fazione libica è disposta ad accettare la presenza militare straniera sul terreno ma solo in termini di supporto awereo (come accadde nella guerra del 2011 contro Muammar Gheddafi).

L’Aeronautica Militare vedrebbe di buon grado un impegno bellico che ottimizzerebbe i costi di schieramento del contingente aereo e la toglierebbe dall’imbarazzo nei confronti delle altre forze aeree alleate già da tempo in azione contro i jihadisti.

Certo sul piano politico è difficile trovare coerenza tra l’impiego bellico dei Tornado in Iraq e le critiche espresse da Matteo Renzi per i raid francesi contro l’ISIS in Siria.

Certo il governo di Baghdad ha invitato i jet della Coalizione a intervenire, a differenza di quello siriano bche ha chiesto l’aiuto solo dei russi, ma in termini militari se davvero il nemico è il Califfato sarebbe meglio colpirlo ovunque.

Considerato il numero limitato di velivoli impiegat dall Coalizionei, come nel caso dei raid francesi in Siria, anche il contributo bellico dei Tornado italiani avrebbe un significato politico e simbolico che non muterebbe però la situazione militare in Iraq.

Diverso sarebbe invece poter impiegare i bombardieri per combattere l’ISIS in Libia, dove la roccaforte jihadista di Sirte minaccia sia le forze di Tobruk sia quelle rivali di Tripoli.

In questo settore dove l’Italia ha già il comando dell’operazione Eunavfor Med  (da cui ci si attende nei prossimi giorni l’avvio delle operazioni offensive contro i trafficanti di esseri umani) i raid dei Tornado potrebbero fare la differenza creando le premesse militari per la messa a punto di forze libiche congiunte con cui combattere l’ISIS ricacciando i jihadisti del Califfo dalle postazioni conquistate a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane.

Si tratterebbe, almeno per una volta, di un intervento bellico davvero all’insegna dei nostri interessi nazionali.

Foto: AP/TM News, Aeronautica Militare, Stato Islamico

@GianandreaGaian

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Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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