La sceneggiata della guerra all’ISIS

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Cerchiamo di ragionare senza pregiudizi e senza paraocchi. Ma perché devono intervenire francesi e russi per colpire l’ISIS? L’USAF e l’US Naval Aviation – con il consueto concorso della sempiterna vassalla  RAF, di fatto la terza forza aerea del Commonwealth dei Popoli di Lingua Inglese which rule the waves and the skies –  non ne sono capaci o non ne hanno le risorse, operative, logistiche, di intelligence? Ma vogliamo scherzare? Basta guardare un qualsiasi frettoloso annuario di difesa per togliersi ogni dubbio.

E allora, che necessità c’è che due medie potenze di seconda schiera, in eterna lievitazione di ambizioni – e quindi particolarmente disponibili a darsi da fare ogni volta sia possibile –  siano cooptate a fare un “lavoro” che uno squadrone di vecchi B-52 potrebbe fare in una settimana? L’ISIS non dispone di una contraerea valida al di sopra dei pochi spallabili in dotazione, ovvero qualsiasi velivolo che operi al di sopra dei 4-5000 metri può percorrere a piacimento lo spazio sovrastante il suo “territorio” sganciando ogni manufatto ritenga necessario, dai volantini, agli aiuti umanitari, a mine antiuomo alle armi a penetrazione da dieci tonnellate.

Non è il caso di sottolineare che per gli aerei non valgono le cautele  e le impedimenta che frenano il ripetersi di avventure boot on the ground da parte di ogni amministrazione americana  che voglia durare almeno per otto anni, cautele  e impedimenta  che sembrano essere diventate l’unica stella polare e ràison d’etre di questa declinante presidenza Obama.

E allora, ripetiamo, perché questa sceneggiata? Si comprendono le ragioni di Parigi e Mosca, legate entrambe alla necessità di mostra bandiera e flettere l’ attempata muscolatura in un’area di influenza – soprattutto storica nel primo caso, essenzialmente geopolitica (ma anche storica, nel senso della storia recente) nel secondo.

I russi, in particolare, hanno raggiunto, con questo via libera del “ruler” anglosassone ad operare oltremare con mezzi strategici – il primo della loro storia dai tempi della circumnavigazione della flotta dell’ammiraglio   Rožestvenskij nel 1904-5 (l’Afghanistan del 1979 era un paese confinante e l’Ungheria e la Cecoslovacchia del 1956 e 1968 facevano parte della loro cortile, sanzionato a Yalta) – un importante  risultato strategico, che potrà fornire un precedente per future avventure di power projection oversea.

Per inciso, tale precedente finisce per valere in parte anche per l’Impero Cinese, che forse non aveva bisogno di qualsivoglia autorizzazione per intraprese autonome, ma così trova un’ulteriore giustificazione alla sua assertività, magari nel Mar del Giappone, nel Mar Cinese Meridionale o, chissà, in Africa.

In entrambi i casi, si tratta di una mossa, non si sa quanto meditata, che ha e avrà una importanza fondamentale per l’equilibrio strategico del mondo. O la situazione è sfuggita di mano alla dirigenza statunitense per ragioni che non sono chiare – legate forse ad una crescente labilità della compagine interna della Repubblica Stellata, non percepita abbastanza all’esterno – oppure Washington si sta rassegnando all’ipotesi di una autentica partnership nella gestione degli affari strategici “duri” del Pianeta.

Una partnership condivisa  con coloro che hanno lo stomaco necessario per usare il knut quando e quanto serve (il termine non è stato scelto casualmente). Ovvero, con più eleganza,  non rinunciano all’utilizzo istituzionale della violenza che è uno dei principali attributi e motivi d’essere degli Stati. Come dire “Quando il gioco si fa duro, etc.”

Naturalmente, se questo è il sottinteso motivazionale della faccenda,  l’Unione Europea, che per gli Stati Uniti dovrebbe essere la candidata naturale per un tale ruolo, è fuori del gioco, non avendo il predetto stomaco o anche più in basso. E forse lo è anche la Nato perché ormai troppo “infestata” di europei.

Un’ultima considerazione.  Non è che gli americani, presi anche dai tourbillon di cui sopra,  hanno chiesto a Francia e Russia di picchiare l’ISIS perché essi stessi non sono in grado, essendo anche i protettori e maggiori alleati di Israele? Ovvero della serie “non posso certo massacrare di botte il figlioccio del mio migliore amico, anche se comincia a dare di matto?”

I più pericolosi nemici storici di Israele sono stati, in passato l’Egitto (sterilizzato da Camp David e dalla delega permanente ai militari locali, visceralmente filoamericani, a gestire il paese), la Siria, che è stata frantumata nel modo che sappiamo, l’Iraq di Saddam e di qualsiasi altro ruler autocratico (idem) e, più recentemente  l’Iran.

Eliminati i primi tre, in modo soft e hard (l’ISIS contribuisce grandemente a quest’ultima modalità, non si sa se per caso o per deliberata propensione) rimane l’Iran, che infatti  è motivo di grande preoccupazione per Gerusalemme e di autentico contrasto fra la attuale dirigenza americana e qualsiasi omologa israeliana.  Un motivo di più per non approfondire ancor di più il fossato,  il che aumenta la plausibilità di quanto ipotizzato in precedenza.

Ufficiale di Marina in spirito ma in congedo, ha fatto il funzionario Nato e il dirigente presso aziende attive nel settore difesa. Scrive da quasi un quarantennio su argomenti navali, militari, strategici e geopolitici per pubblicazioni specializzate e non. Vive a Roma.

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