Caso Leon: l’Onu perde la faccia in Libia

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L’addio di Bernardino leon, inviato Onu in Libia, era atteso da tempo. Meno noto è che durante l’estate -mentre era nel pieno del suo ruolo di mediatore – ha negoziato un compenso di 50.000 euro al mese per un incarico creato solo lo scorso anno da uno dei Paesi accusati di sostenere da dietro le quinte una delle parti nella guerra civile che Leon, per conto dell’Onu, doveva far concludere: gli Emirati Arabi Uniti.

E’ quanto rivela il britannico Guardian che pubblica una serie di mail che mettono in dubbio l’imparzialità del diplomatico spagnolo e ricorda come gli Emirati e l’Egitto siano accusati di sostenere il governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk – per il quale nella sua corrispondenza Leon scrive esplicitamente di parteggiare (al punto che i cacciabombardieri  Mirage 2000 e F-16 dei due Paesi arabi sono sospettati di aver bombardato in più occasioni Tripoli) – mentre Qatar e Turchia quello islamista di Tripoli.

Il diplomatico spagnolo, che chiude oggi con l’ultimo rapporto al Consiglio di Sicurezza Onu il suo lavoro lasciando la patata bollente ed irrisolta della riconciliazione libica al tedesco Martin Kobler, assumerà l’incarico di direttore generale della Accademia Diplomatica degli Emirati Arabi Uniti. Si tratta, scrive il Guardian, di una sorta di think-tank finanziato dallo Stato per promuovere la politica estera degli emirati ed addestrare i suoi diplomatici.

Il Guardian sostiene che “il nuovo lavoro di Leon negli Emirati pone in dubbio la sua imparzialità come mediatore Onu per la pacificazione” della Libia. In una mail al Guardia Leon ha negato qualsiasi conflitto di interesse, ricordando che era sua intenzione lasciare l’incarico Onu entro il primo settembre.

Ma da altre mail viste dal quotidiano britannico dimostrano che a Leon l’incarico è stato offerto a giugno, seguite a luglio da richieste di aumento del compenso per coprire le spese di alloggio.

Ad agosto l’annuncio che si sarebbe trasferito con la famiglia a Abu Dhabi, il più ricco dei 7 emirati che formano lo stato del Golfo. Non solo. In una mail inviata il 31 dicembre 2014, 5 mesi dopo aver ottenuto l’incarico Onu, Leon scriveva dal suo account personale al ministro degli Esteri emiratino, Abullah bin Zayed. Nel testo Leon, tra l’altro, affermava: “Non intendo lavorare ad un piano politico che includa tutti”, aggiungendo di avere una strategia “per delegittimare completamente” il General National Congress, il ‘Parlamento’ di Tripoli.

Sempre nella mail Leon ammette: “Tutte le mie mosse e proposte sono state confrontate con (ed in molti casi messe a punte dal) Parlamento di Torbuk e con l’ambasciatore libico negli Emirati. Aref Nayed e l’ex premier libico (ora residente negli Emirati) Mahmud Jibril”.

Nella chiusa Leon scrive: “Io posso aiutare a controllare il processo mentre sono qui. Tuttavia, come lei sa, non penso di restare qui a lungo. Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk. Ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e l’Ue di lavorare con voi”.

Il diplomatico spagnolo (già militante del Partito Socialista Operaio- PSOE) ha sostenuto con il Guardian che questo testo non significa nulla e di averne scritti di simili alle altri parti perché “il mio obiettivo era conquistare la fiducia” di tutti gli attori in gioco.

Il Guardian ricostruisce però di aver contattato Leon lunedì e questi ha prima smentito di aver concluso l’intesa per il lavoro.

Ha poi inviato una mail solo ieri mattina sostenendo di “non aver firmato ancora il contratto”, chiedendo al Guardian di non pubblicare l’articolo sulla trattativa con Abu Dhabi, offrendosi in cambio di dare un’intervista. Sempre ieri, però, ha ufficializzato il suo nuovo incarico ad Abu Dhabi. Leon da parte sua sostiene ora che le sue mail sono state manipolate per rappresentare un punto di vista voluto del suo lavoro.

Ha aggiunto che aveva pensando di dimettersi dal suo incarico in Libia già ai primi di gennaio, poco più di 5 mesi dopo aver iniziato, – nella migliore delle ipotesi a conferma del suo scarso convincimento – e di assumere “un incarico accademico in America.

Solo molti mesi più tardi, quando il mio contratto con l’Onu stava per concludersi, ho ripreso i colloqui sul mio futuro lavoro”.
Molti gli aspetti deprimenti e al tempo stesso ironici della vicenda.

Deprimente constatare a che punto si sono ridotte le Nazioni Unite tenuto conto delle decine di dichiarazioni di sostegno al processo negoziale libico guidato da Leon espresse dai leader europei (con gli italiani in prima fila) e occidentali.

Basti pensare che Roma e la Ue chiedono invano all’Onu il permesso di difendersi dai trafficanti di immigrati clandestini colpendoli sul suolo libico.

Deprimente anche constatare come l’Occidente abbia ormai ceduto alle monarchie sunnite del Golfo la leadership politica in Medio Oriente come in Nord Africa. Al tempo stesso fa sorridere (amaramente) registrare che la cosiddetta comunità internazionale si è affidata con cieca convinzione a un “venduto” pronto a barattare la credibilità (a dire il vero già scarsa) delle Nazioni Unite e il destino della Libia e della stabilità del Mediterraneo per 600 mila euro all’anno.

E l’ha fatto senza neppure attendere che il suo nome venisse dimenticato, senza il ritegno che un tempo era lecito attendersi da un diplomatico di carriera che avrebbe potuto attendere almeno qualche anno prima di sputtanare, oltre a sé stesso, anche l’organizzazione internazionale (non proprio marginale) per cui ha lavorato.

Infine è impossibile non chiedersi quanti alti funzionari, se non addirittura leader, dell’Occidente possano essersi venduti agli emiri del petrolio per cifre simili o superiori a quelle promesse a Leon.

Meglio infatti non dimenticare alcuni illustri precedenti come il premier britannico Tony Blair, divenuto consulente di Muammar Gheddafi dopo aver lasciato Downing Street, o il Cancelliere socialdemocratico tedesco Gerhard Schröder che nel 2005, dopo essere stati sconfitto alle elezioni da Angela Merkel, accettò da Mosca l’incarico di guidare il Consiglio di sorveglianza della neonata «Nordeuropäische Gas Pipeline Gesellschaft», il consorzio creato da Gazprom insieme alle tedesche Basf e E.On, per la costruzione del gasdotto Nord Stream, il gasdotto che porta in Germania il gas russo attraverso il fondo del Mar Baltico evitando i territori di Polonia e Ucraina.

Come va di moda affermare oggi, “è il mercato”, termine che sembra aver sostituito anche quello che fino a non molto tempo fa si sarebbe chiamato semplicemente “tradimento”.

@GianandreaGaian

(con fonte AGI)

Foto: AP, Reuters, AFP, PRNewsFoto/Emirates Diplomatic Academy

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Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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