Mosca amplia il ruolo dei contractors

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Il revanchismo russo degli ultimi anni ha riproiettato Mosca in una dimensione decisamente più planetaria, ben al di fuori dei confini nazionali e/o del consueto “Estero Vicino”. Interessi globali e truppe in movimento necessitano di un sistema logistico e di sicurezza non indifferente; un sistema che, come per le controparti occidentali, sembra essere sempre più prerogativa di entità private: PMC (Private Military Companies) o in russo ChVK.

Nonostante il settore sia già una realtà, in Russia esiste ufficialmente solo quello delle Private Security Companies (circa 60.000 società con 700.000 dipendenti); almeno per ora! Da un anno a questa parte infatti, la richiesta di creare e regolamentare tale settore ha subito una così forte e multipartisan escalation che il Governo riuscirà ad ostacolare ancora per poco.

A dire il vero, già dall’aprile 2012 il presidente Putin ed il vice primo ministro Rogozin avevano auspicato alla realizzazione di questo progetto, ma è solo a fine giugno 2014 che sono stati mossi i primi ed effettivi passi.  LDPR –  partito nazionalista e neoimperialista – ha presentato un disegno di legge al Parlamento della regione nord-occidentale di Pskov, sostenendo la necessità di un settore commerciale efficiente e specializzato che protegga gli interessi nazionali qualora ciò sia impedito – o tardivamente consentito – al Governo Federale da limitazioni parlamentari o dal diritto internazionale.

La bozza inoltrata suggeriva anche l’introduzione di emendamenti all’attuale Codice Penale che vieta espressamente l’organizzazione e/o partecipazione a gruppi armati extra-statali (articolo 359). Modifiche sono state richieste anche per quanto riguarda le procedure di procurement di armi ed equipaggiamento militare, attualmente ricche di limitazioni. Per consentire un adeguato controllo e responsabilizzazione, le PMCs avrebbero dovuto essere sottoposte all’autorità del l’FSB, il servizio segreto federale.

Un disegno simile è stato elaborato anche da Russia Unita – il partito di Putin, nazionalista ed accentratore – che ha concordato sull’effettiva necessità di istituire tali entità, puntualizzando però che i Parlamenti Regionali non possono approvare una legge da soli, ma che essa debba seguire l’iter parlamentare federale.

La versione del partito di maggioranza, frutto di un’attiva collaborazione con i Ministeri della Difesa e dell’Interno, mira ad assicurare ampia libertà di movimento e contratti statali ai privati, sottoponendoli tuttavia ad un saldo controllo del Ministero della Difesa.

In caso di necessità, il dicastero potrebbe integrare le PMCs tra i ranghi delle forze armate regolari assicurando una risposta tempestiva e congrua alle emergenze.Il maggior successo, arrivando fino in Parlamento, è stato finora conseguito da Russia Giusta – partito socialista e progressista – il cui lavoro per la creazione di Private Military Companies si è basato sulle lessons learned straniere, includendo anche tutele per i lavoratori e restrizioni varie.

Risultato tuttavia effimero visto che è stato respinto dal Governo a fine settembre per debolezza giuridica e mancanza di dettagli che hanno sollevato preoccupazioni in tema di sicurezza. Pur non concordando, il parlamentare ed ideatore della bozza, Gennady Nosovko, ha promesso di ripresentarla a novembre con le modifiche richieste, ma minacciando, in caso di nuove contestazioni, di bypassare il Governo inoltrandola direttamente alla Duma prima della fine del 2015.

La bocciatura del disegno di legge ed il generale atteggiamento dilatorio sulla questione PMCs può essere ricondotto essenzialmente a due motivazioni principali.

Da una parte il Governo pare non abbia ancora deciso a quale  agenzia di sicurezza o ministero affidare le redini del settore: militari o servizi segreti? La questione è alquanto seria, infatti il controllo dovrà essere stringente ed efficace affinché tale forza privata non abbia, un giorno, a ribellarsi all’autorità centrale.

Dall’altra, i servizi di sicurezza – non solo in Russia! –  sono restii a fare concessioni per quanto riguarda potere, monopolio dell’uso legittimo della forza e controllo delle risorse energetiche. Nel frattempo, Russia Unita ha istituito una forza paramilitare per contribuire a mantenere l’ordine pubblico, contrastare i reati minori e dare la caccia ai renitenti alla leva.

I “maligni” lo considerano più un sistema per controllare le manifestazioni delle opposizioni, ritenute potenziali  germi di rivoluzioni colorate. L’ organico è stato attinto da gruppi di autodifesa, cosacchi e dalle PSC locali.

Sebbene non siano mai state legalizzate, le PMCs non sono neppure mai state vietate.

La legge russa – di derivazione bizantina – afferma infatti che tutto ciò che non è vietato, è lecito. Pertanto, esse esistono ed operano attualmente ed attivamente all’estero: operazioni antiprateria, protezione e scorta strutture e convogli in Iraq, Afghanistan e Siria ecc. ecc.

Tuttavia, la mancanza di un’adeguata legislazione non solo ha impedito il naturale sviluppo del settore, ma ha portato alla paradossale situazione in cui manifestazioni di una certa caratura aventi luogo nel Paese, richiedano l’impiego di realtà occidentali. Esse, un buon 75% del totale, formano una  “lobby” a stragrande maggioranza anglo-americana che schiera le migliori risorse per influenzare il comparto ed ostacolare l’ingresso di nuovi concorrenti.

Nonostante ciò, la Russia possiede un formidabile potenziale per espandersi e guadagnare importanti quote sul mercato internazionale, il cui giro d’affari ha recentemente toccato i $350 miliardi.

Una miriade di professionisti smobilitati con la fine della Guerra Fredda – e che quindi non necessitano di ulteriore addestramento  –  , centinaia di arsenali a disposizione e oltre 300.000 giovani che ogni anno completano il servizio di leva,   consentono di poter stimare almeno mezzo milione di potenziali operatori; numero che si ridurrebbe a qualche centinaia di migliaia di effettivi una volta introdotti gli stringenti criteri selettivi.

Il tutto andrebbe a beneficio generale dell’economia creando fino a 500.000 posti di lavoro ed aumentando il gettito fiscale. Oltre agli evidenti vantaggi di elevata qualità dei servizi ad un prezzo inferiore rispetto alla concorrenza (occidentale) ed il consueto risparmio dovuto alla mancanza di costi dei tempi di inattività dei contractors, le PMCs procurerebbero una serie di vantaggi ben più sottili a Mosca.

Innanzitutto, alle Compagnie Militari Private possono essere affidati particolari “grattacapi” da risolvere al posto del Governo; prima fra tutte la vicenda ucraina, caratterizzatasi sin dal principio da un rincorrersi di voci sull’utilizzo di compagnie private da una parte e dall’altra.

Un coinvolgimento diretto nel Donbass, finora sempre negato dal Cremlino, parrebbe aver trovato conferma in un’ambigua ammissione del presidente Putin durante un recente “Question-Time” televisivo: “Non abbiamo mai detto che non ci sia personale che si sta occupando di questioni di carattere militare, ma ciò non significa che truppe regolari russe siano là”.  In Ucraina, infatti, il Cremlino avrebbe attuato una “guerra ibrida” con forze paramilitari, campagne di propaganda, coercizione economica e a volte azioni militari dirette.

Secondo la rivista Forbes, pare che Putin abbia tentato di occultare l’intervento introducendo un decreto che impone la segretezza sulle vittime militari in tempo di pace, celando così la morte di 2000 soldati russi in una guerra mai dichiarata ed evitando di perdere il forte sostegno popolare.

Ma se c’è una cosa che Washington ha insegnato con i suoi contractors in Iraq e Afghanistan, è che la loro morte non fa rumore; l’opinione pubblica non se ne cura! Sappiamo che in Iraq sono morti 4.802 soldati americani mentre in Afghanistan 3.496.  Ma chi sa con precisione quanti contractors? Risulterebbero quindi la soluzione più conveniente! Anche nella lotta all’ISIS le PMCs avrebbero potuto essere di estrema utilità. Oleg Krinitsyn della RSB Group sostiene che se in Siria o in Libia fossero stati rapidamente schierati 10-20.000 contractors, la storia sarebbe andata diversamente

. D’altre parte, anche Erik Prince aveva già dichiarato che la sua Blackwater avrebbe potuto facilmente gestire il problema “Stato Islamico” ancora al suo stadio embrionale e con addirittura meno uomini. Questo come preambolo alla notizia della presunta morte di  una decina di contractors russi ad ottobre, in Sira, quando un colpo di mortaio ha colpito la loro base.

Essi apparterrebbero ad un gruppo privato chiamato OSM, detto anche gruppo Wagner, dal nome di battaglia del suo leader, ex ufficiale dell’intelligence militare che ha prestato servizio in diversi conflitti post-URSS. Basato nella regione di Krasnodar, il raggruppamento è emerso come uno dei più preminenti sia per dimensioni che operazioni. In Siria sarebbe stato presente con mille uomini. Questo non era il loro primo dispiegamento, essi infatti avrebbero già operato nell’Ucraina orientale a protezione di strutture e personalità separatiste e nella sfortunata avventura siriana della Slavonic Corps.
Non è chiaro se il loro ruolo si sia limitato alla difesa o anche alla partecipazione diretta ai combattimenti. Tuttavia, diversamente dall’armamento leggero in dotazione ai contractors occidentali, i russi sarebbero stati dotati anche di carri armati T-90 e pezzi d’artiglieria. Dopo l’attacco subito, il gruppo Wagner sarebbe stato ritirato dal teatro d’operazioni. I Russi, inizialmente hanno proceduto con uno scaricabarile tra il Ministero degli Esteri e della Difesa, salvo poi smentire la notizia.

Sebbene Putin abbia da sempre escluso l’impiego di truppe di terra in Siria, limitandosi ai raid aerei pro-regime, non ha mai negato la presenza di consiglieri ed istruttori militari anche in questo martoriato Paese.

Durante la guerra fredda, le forze armate russe si sono trovate ad operare in varie parti del pianeta – da Cuba all’Afghanistan, passando per il Vietnam – consigliando, addestrando e perfino combattendo in nome del proletariato; oggi, il nuovo imperialismo russo chiede ai contractors di agire in nome di qualcosa di più concreto.

Ambasciate e strutture diplomatiche, installazioni militari e complessi industriali, gasdotti ed oleodotti di società governative come Gazprom o RusAl necessitano di protezione in zone calde del Medio Oriente, ma anche nell’ambito dell’attualissimo Scramble for the Arctic .

Le risorse energetiche sono considerate talmente strategiche da non essere affidate alla protezione di società meramente private. Agenzie statali infatti sono entrate nel settore della sicurezza privata, per certi versi monopolizzandolo. Anche le crescenti operazioni di pace dell’ONU hanno bisogno di PMC per un costante supporto logistico ed infrastrutturale, di cui la Russia è sempre stato uno dei principali fornitori.

Pensiamo poi a quei Paesi, soprattutto africani e sudamericani che, pur non avendo relazioni cordiali con l’Occidente, sono costretti ad avvalersi dei servigi delle loro PMSC. Tutto ciò lascerebbe pensare ad un forte gradimento e successo di un’alternativa al monopolio occidentale! Ripensando a “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” di Clausewitz, pare che siano sempre più le PMSCs gli “altri mezzi” per la continuazione della politica di uno stato; spesso senza il suo coinvolgimento (diretto).

Foto: Feral Jundi, VK, Reuters, AP

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI. Si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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