OCCIDENTE E GALASSIA ISLAMICA: SCONTRO O CONFRONTO?

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Negli ultimi tempi, una serie di novità, sul “fronte del Levante” hanno fatto notizia. Anzitutto, ha preoccupato molto l’inasprirsi dei rapporti – peraltro già tesissimi – tra Riad e Teheran, che ha fatto da contraltare a quella, positiva, sull’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Russia per combattere l’ISIS, il cosiddetto Stato Islamico. L’autoproclamato “Stato Islamico” è altrimenti noto con le sigle ISIL, ISIS, Daesh. L’acronimo ISIS, in quanto più usato, verrà impiegato nel testo per riferirsi a tale entità.

Questa buona nuova aveva a sua volta preceduto di poco la dichiarazione ufficiale del nostro governo, poi smentita e successivamente riconfermata, il quale ha annunciato di prepararsi a inviare 450 militari a protezione di una ditta italiana, la Trevi, che avrebbe vinto un appalto per riparare la ex “Diga di Saddam”, nel nord dell’Iraq.

Qualcosa si muove, quindi, e il fatto che il nostro governo abbia mostrato, al tempo stesso, sia la consapevolezza della necessità di proteggere le nostre imprese che operano all’estero, in zone di pericolo, sia  la propria disponibilità nei confronti degli Stati Uniti, indicherebbe la volontà, da parte di Washington, di intervenire con decisione per contenere gli effetti spiralizzanti del conflitto siro-iracheno, che dura ormai da quattro anni.

A queste novità si aggiungono le recenti dichiarazioni dell’autoproclamato Califfo, al-Baghdadi, via Twitter, che ha incitato i suoi a “tenere duro” malgrado le avversità. Questo discorso è una conferma indiretta delle difficoltà in cui si sta dibattendo l’ISIS, ma il Califfo, con le sue minacce a 360°, che non risparmiano i governi di fede sunnita, ha anche mostrato che questo conflitto non è un problema isolato, bensì parte di una vera e propria guerra interna alla “Galassia islamica”, sempre più divisa, che ha ormai assunto dimensioni mondiali.

La guerra dentro l’Islam
Che le due componenti maggiori dell’Islam, la Sunna e la Shia, si sarebbero, prima o poi, combattute in una guerra senza limiti era da tempo nell’aria. Si era iniziato nel 1970, con le rivendicazioni iraniane sul Bahrein, un’isola popolata da Sciiti e governata da un Emiro sunnita, Hamad bin Isa al Khalifa.

Ma il peggio doveva ancora arrivare: uno degli esiti più drammatici, ben presente nella memoria collettiva, è stata la guerra tra Iran e Iraq, durata ben otto anni, dal 1980 al 1988, cui si sovrappose la lotta tra Sunniti e Sciiti in Libano, tra il 1982 e il 1984, e infine, ai nostri giorni – in realtà sin dal termine del conflitto con Israele del 2006 – si è avuto il graduale coinvolgimento degli Hezbollah nell’attuale guerra civile siriano-irachena.

A questi conflitti aperti si è aggiunto il sempre più frequente uso di metodi terroristici, con l’impiego di auto-bomba, diretti contro le comunità sciite, specie in Iraq e in Pakistan, causando vendette altrettanto sanguinose. In questo quadro conflittuale va visto anche l’invio di truppe saudite in Bahrein nel 2011, una mossa preventiva per sedare la rivolta della popolazione sciita contro  l’Emiro Hamad bin Isa al Khalifa, di religione sunnita, prima che l’Iran potesse sfruttare la situazione.

Ora la Siria e l’Iraq sono diventati il campo di battaglia principale, ma non l’unico, tra le due comunità: infatti, quando le cose vanno male per gli Sciiti in quell’area, subito si riaccende l’analogo conflitto yemenita, anch’esso fortemente influenzato da motivazioni religiose.

Dopo l’intervento della coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita, lo Yemen è oggi spaccato in tre zone, la prima sotto il controllo sciita, la seconda  occupata appunto dalle truppe dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati (e governata dagli uomini del Governo democraticamente eletto), e la terza dominata da “Al Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP).

In questa situazione, non si vede alcuna possibilità che quella Nazione ritrovi unità, stabilità e pace, almeno nel breve periodo.

A prima vista, sembrerebbe trattarsi di una lotta impari, dato che i Sunniti, oltre a essere dieci volte più numerosi degli Sciiti, dispongono di mezzi economici ben superiori.

Ma i Sunniti non posseggono un centro di potere forte, che aggreghi a sé gli altri, mentre gli Sciiti possono contare sull’Iran, che svolge appunto questa funzione, ed appoggia i correligionari che vivono il altri Paesi.

Questa lotta, poi, non si limita a un confronto, pur violentissimo, tra le parti, in cui la Sunna, se volesse, potrebbe facilmente prevalere nei teatri dell’attuale guerra, pur non avendo le risorse per invadere l’Iran e schiacciare definitivamente gli “eretici” Sciiti.

Anzitutto, va ricordato che neanche all’interno del composito mondo sunnita la concordia regna sovrana: basti ricordare, a tal proposito, le rivendicazioni irachene sul Kuwait degli anni 1970, sedate con la spartizione, nel 1985, del cosiddetto “Neutral Territory”, tra Arabia Saudita e Iraq, e la successiva invasione del Paese, da parte dell’Iraq, nel 1991, culminata nella Prima Guerra del Golfo, l’anno successivo.

Appare poi che, nel mondo della Sunna, più che interrompere l’espansione della Shia, si intenda soprattutto sfruttare la situazione attuale per coronare il sogno di un Califfato Arabo, un’aspirazione di lunga data, che esiste fin dal 1919. In quell’anno, infatti, lo Sceriffo Hussein – all’epoca Guardiano dei Luoghi Sacri dell’Islam, prima di essere deposto dai Wahabiti, guidati da Ibn Saud, nel 1924 – cercò di concretizzarla chiedendo alle potenze dell’Intesa la creazione di una “Grande Arabia”, dopo averle dato il suo appoggio, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Presidente egiziano, generale Gamal Abd el-Nasser, cercò, per la seconda volta, di dare al mondo sunnita un centro di potere forte, sia pure sotto altre forme.

Nel 1958 egli infatti creò, d’accordo con la Siria e con lo Yemen, la Repubblica Araba Unita, cercando poi di coinvolgere nel nuovo Stato altre Nazioni arabe. Dopo pochi anni, però, nel 1961, questa unione si sfaldò, e gli Stati coinvolti ripresero la loro piena indipendenza. Neanche l’unione tra Libia ed Egitto, concordata con Gheddafi, durò a lungo, stanti le divergenze tra i due Stati.

In tutte queste occasioni – come del resto anche oggi – le Potenze europee si dimostrarono ostili a questo progetto: dare alla componente sunnita la dignità di uno Stato così vasto e ricco, ponendola al di sopra delle numerose etnie che vivono nella zona pretesa da Feisal, per non parlare della Libia, avrebbe significato ricreare un’entità simile all’Impero Ottomano, altrettanto pericolosa per l’Occidente di quest’ultimo.

Va detto che gli Stati Uniti, nel 1919, erano meno convinti della bontà della operazione geo-politica concertata tra Francia e Gran Bretagna, intesa a creare nel Levante una serie di Stati multietnici, in grado di vivere una vita propria, ma in competizione tra loro e quindi incapaci di minacciare di nuovo l’Occidente, come era avvenuto per secoli.

Il Presidente Wilson, infatti, desiderava privilegiare l’autodeterminazione a tutti i costi, anche se poi dovette accettare la spartizione, obtorto collo.

La posizione attuale del governo di Washington, intesa a favorire il processo democratico in Siria, appare quindi segno di una continuità tra gli intendimenti di quel periodo e quelli attuali. Questa divergenza di fondo tra Europa e Stati Uniti va tenuta presente, perché potrebbe influire in futuro sulla definizione delle linee d’azione occidentali, riguardanti l’area del Levante, anche se, dopo gli attentati di Parigi, la concordia sembra dominare.

Come prevedibile, però, l’aspirazione verso la conquista di uno status di grande potenza ha esacerbato le divisioni all’interno della stessa comunità sunnita.

Non solo, infatti, vi sono varie sette e tendenze che la compongono, ma gli aspiranti alla carica di Califfo, dopo la scomparsa del potere ottomano, in cui Sultano rivestiva la carica di “Califfo di tutto l’Islam”, sono sempre stati numerosi, e oggi lo sono ancora di più.

Questa competizione non è nuova. Iniziò lo stesso Hussein, che ottenne per la sua famiglia, quella degli Hashemiti – la più antica e nobile della comunità araba – solo i regni dell’Iraq e della Transgiordania, a condizione che i due Stati rimanessero separati. A lui si aggiunse poi, tra i pretendenti, il Gran Muftì di Gerusalemme, che appoggiò le potenze dell’Asse, durante la Seconda Guerra Mondiale, per coronare il suo sogno.

Nemmeno la casa regnante saudita – discendente da Ibn Saud, capo della setta wahabita – può essere esclusa da questa competizione per il predominio sul mondo della Sunna, visto il desiderio, da parte dei membri della dinastia, di imporsi quali figure predominanti dell’Islam.

L’esecuzione, all’inizio del 2016, di un prestigioso Imam sciita, su decisione del re saudita, può essere vista anche in questa luce. Infine, un altro concorrente a questa carica, con piena legittimità, sarebbe potenzialmente il Re del Marocco, appartenente alla Dinastia Alawide, e quindi anche lui discendente da Maometto, anche se l’attuale sovrano appare troppo saggio per farsi coinvolgere in questa competizione.

In una tale serie di rivendicazioni incrociate, la decisione del capo dell’ISIS, al-Baghdadi, di autoproclamarsi Califfo, pur non avendo credenziali dinastiche atte a giustificare la sua supremazia, ha suscitato reazioni di rigetto ben nette, tanto che ora sia l’Arabia Saudita, sia la Giordania hashemita partecipano alla coalizione che mira a contenerlo e sconfiggerlo, ritenendolo un usurpatore.

In questo gioco a più attori, non vanno dimenticate, infine, le aspirazioni della Turchia, che si sente ancora – a dispetto di ogni evidenza – il “Leader naturale” della Galassia Islamica, dimenticando che per alcuni decenni gli intellettuali dell’Impero Ottomano definivano gli Arabi i “Cani dell’Islam”.

Gli Arabi non hanno mai perdonato questo affronto, tanto che si ribellarono durante la Prima Guerra Mondiale, e comunque vogliono essere loro i dominatori, senza cedere ad alcuno lo scettro del comando, come ai “bei tempi” del Medioevo, quando i Califfi arabi assoldavano mercenari turchi, affinché combattessero a loro nome. Una ridefinizione geopolitica dell’area del Levante, comunque, vedrebbe Ankara dalla parte dei perdenti, dato che i suoi territori orientali, a maggioranza curda, diverrebbero di nuovo oggetto del desiderio di indipendenza di quella etnia.

Le mire dell’ISIS
L’estensione territoriale del nuovo Califfato, secondo le aspirazioni di al- Baghdadi, può essere compresa consultando una cartina diffusa dalla efficacissima struttura di propaganda dell’ISIS.

Infatti, la nuova entità dovrebbe comprendere, oltre al Levante, tutta l’Africa a nord dell’Equatore, il Caucaso, i Balcani e persino la Spagna.

Si tratta di obiettivi ben lontani dall’essere conseguibili, ma la cartina indica la volontà di estendere il potere del Califfo alla maggioranza del mondo sunnita, con speciale attenzione verso le aree che, un tempo, caddero sotto il dominio degli Arabi.Ma i grandi progetti, come quello di al-Baghdadi, devono iniziare da qualcosa, e il primo passo è stato da  lui compiuto in Siria. Perché?

Nel cosiddetto “Levante” (la parte occidentale dell’Asia è stata a lungo chiamata “Il Levante” dalla pubblicistica europea, che distingueva, al suo interno, il “Vicino” e il “Medio Oriente”. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la rivolta in Iraq del 1941 costrinse il governo di Londra a unificare i due Comandi, uno per ognuna di quelle aree, sotto la dizione “Medio Oriente” che ora, nella pubblicistica anglo-americana, viene usata per comprendere tutto il Levante.)  esistono pochi “Crocevia Strategici”, vere e proprie posizioni centrali, il cui possesso consente il dominio dell’intera area, dato che da essi è possibile proiettare potenza in più direzioni, e in tempo di pace, controllare i commerci.

Questi crocevia sono in effetti due. Uno è appunto la Siria, il cui possesso consente di controllare i traffici e compiere movimenti strategici sia in direzione est-ovest, sia in direzione nord-sud.

L’importanza della Siria era nota già ai Crociati, prima, e all’Egitto, poi nel XIX secolo, quando il Khedivé del Cairo cercò di sconfiggere l’Impero Ottomano, conquistando appunto la Siria, prima di esserne cacciato dall’intervento austro-britannico, nel 1840.

Durante la Prima Guerra Mondiale, poi, fu proprio in Siria che l’Intesa ottenne  la decisione finale, nella sua lotta contro l’Impero Ottomano.
In tempo di pace, poi, la Siria è sempre stata un centro principale di commercio, attraverso il quale passavano i traffici lungo le due direttrici, nord-sud ed est-ovest.

Questo spiega anche la presenza, in tale Paese, di varie comunità etniche e religiose, i cui rappresentanti vi si erano stabiliti nel tempo, secondo il sistema ancor oggi in uso, da parte di molte comunità – come, ad esempio, i Cinesi – per curare i propri interessi commerciali.

I più numerosi, tra questi gruppi nel Levante, sono i Cristiani, i Curdi e i Drusi, che aspirano tutti a una propria autonomia, e non vedono di buon occhio un dominio arabo su di loro.

L’altro “Crocevia Strategico” del Levante, questa volta di carattere marittimo, è lo Stretto di Bab-el-Mandeb, in fondo al Golfo di Aden, che è la porta di accesso al Mar Rosso e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo, per chi proviene dall’Oceano Indiano.

Questo stretto è controllato da chi possiede i territori che vi si affacciano, il già citato Yemen e il Corno d’Africa, oggi diviso tra due Stati, non riconosciuti dalla Comunità Internazionale,  il Somaliland e il Puntland.

La situazione di caos e di tensione tra questi Stati e il resto della Somalia ha favorito il risorgere della pirateria, che ha costretto sia l’Occidente, sia la Russia, sia infine le Potenze emergenti, come l’India e la stessa Cina, a schierare forze navali per sconfiggerla, rendendo sicuri i traffici che utilizzano quella che è oggi chiamata la “Nuova Via della Seta”, la principale arteria di commercio tra l’Europa e l’Asia meridionale.

Non è un caso che, durante l’invasione dell’Iraq, nel 2003, forze navali tedesche abbiano pattugliato lo stretto, e che oggi le navi impegnate nel contrasto alla pirateria esercitino una sorveglianza continua ai suoi accessi.

Il dominio dello Yemen consentirebbe infatti agli estremisti islamici il controllo della principale rotta commerciale tra l’Asia e l’Europa, e l’Occidente non può permettere una tale iattura. Per l’estremismo islamico, è giusto dirlo, il controllo dello stretto sarebbe anche disporre di un ponte per meglio influire sugli eventi in Africa.

La conquista della Siria sarebbe quindi per l’ISIS un modo per acquisire uno status di rilevanza, da usare come trampolino di lancio per i passi successivi. Ma per compierli servono mezzi e soprattutto uomini, e questi sono stati trovati ricorrendo all’antico, ma sempre popolare sistema del “Jihad”.

Secondo l’interpretazione militante, dello Shaykh al-ʿAzzām, il “jihād offensivo”, normalmente tradotto come “Guerra Santa”, anche se non è solo questo, è in genere una campagna richiedente il massimo sforzo che può essere dichiarata solo da un’autorità musulmana legittima e legale, tradizionalmente il Califfo.

Secondo questa interpretazione, nessuna autorità è richiesta per intraprendere il “jihād difensivo” — poiché, secondo questa opinione, quando i musulmani vengono attaccati, diventa automaticamente obbligatorio per tutti i maschi musulmani in età militare, entro un certo raggio dall’attacco, prendere le difese.

I combattenti dell’ISIS
Un fattore importante, in questa lotta, è la presenza massiccia, a sostegno dello Stato islamico, di combattenti non direttamente legati agli Stati che si contendono il dominio del Levante, bensì provenienti da tutto il mondo.

Questo risponde a una prassi ormai consolidata da tempi immemorabili, che vede molti leader islamici preferire il ricorso a correligionari stranieri per risolvere i problemi più ardui, anziché impiegare i propri sudditi. Non a caso, nel Medioevo, i Califfi arabi avevano fatto ricorso a combattenti turchi o curdi (come Salah-el-Din, noto da noi come “il feroce Saladino”).

Successivamente, i Sultani ottomani avevano utilizzato anche altre etnie minoritarie a loro fedeli per compiere stragi, allo scopo di evitare rappresaglie diretta da parte della comunità internazionale. Ad esempio, nel 1861 i Drusi furono sobillati affinché facessero strage di Cristiani in Siria, e più tardi, nel 1915, i Curdi furono aizzati contro gli Armeni. L’Occidente si è accorto del risorgere di tale prassi in Bosnia, dove si scoprì, nel 1996, che la maggioranza dell’esercito bosniaco era costituita da questo tipo di “volontari”; i Russi avevano fatto la stessa scoperta in Afghanistan, anni prima, e successivamente in Cecenia.

I gruppi terroristici
Ma questi volontari non combattono solo sui campi di battaglia del Levante. Essi colpiscono anche a casa nostra, perché ci ritengono colpevoli di ostacolare le aspirazioni della Sunna per uno status di Potenza mondiale.

Negli ultimi tempi, infatti, i media del nostro Paese hanno visto gli effetti pericolosi della presenza di questi “jihadisti”, veterani della guerra in Siria, quando questi tornano da noi. Sono stati proprio i feroci attentati di Parigi di gennaio e novembre 2015 –  gli ultimi di una lunga serie di crudeli aggressioni – a rinfocolare le preoccupazioni dei nostri Stati, e delle loro opinioni pubbliche, sulla possibilità che gli attacchi, da parte di questi veterani, si estendano in tutta Europa.

Gli attacchi di Parigi confermano che il fenomeno di questi volontari, i “foreign fighters”, visto già da tempo come una minaccia alla sicurezza delle popolazioni, è un pericolo reale, ma non l’unico.

Ai “foreign fighters” si aggiunge infatti un’altra, diversa minaccia che incombe da più tempo sulle nostre società, quella degli “homegrown terrorists”. Si tratta, in questo secondo caso, di ragazzi, per lo più nostri concittadini, che si sono radicalizzati nei Paesi occidentali in cui vivono, spesso fin dalla nascita, e che hanno deciso di colpire (L. Quadarella, Sanfelice di Monteforte. Terrorismo Fai da Te. Ed. Aracne, 2013.)

Gli attentati che hanno sconvolto, negli ultimi anni, sia gli USA sia numerose capitali europee, commessi appunto da questi “terroristi fai da te”, giustificavano già prima tali timori, e la loro presenza, a fianco dei “foreign fighters”, sembra essere stata confermata dalle prime notizie dalla Francia.

Ma questi combattenti del “Jihad” hanno spesso costituito un pericolo per la stessa “Galassia Islamica”.

Fin dai tempi più remoti, essi si sono spesso uniti in gruppi, vere e proprie sette, che hanno finito per assumere un ruolo autonomo, anche in contrasto con coloro che li avevano incoraggiati e finanziati, diventando quindi un’entità capace di sovvertire le gerarchie interne della “Galassia Islamica”.

La prima manifestazione di tale fenomeno a noi conosciuta risale al X secolo, quando fu creata la setta degli “Assassini”, il cui potere durò per ben due secoli, fino a quando Hulagu Khan, nipote di Gengiz Khan, la sradicò e la costrinse alla clandestinità.

Le organizzazioni terroristiche che, ai nostri tempi, vediamo in azione, al Qaeda e soprattutto l’ISIS, si innestano quindi in una tradizione secolare. Il loro odio verso l’Occidente è l’aspetto che ci preoccupa, ma la loro azione non è esclusivamente diretta contro di noi.

Il Califfo, al- Baghdadi, infatti, grazie al numerosi seguito di jihadisti accorsi da tutto il mondo, si pone come un pericolo per gli stessi Stati, a maggioranza sunnita, di cui minaccia una fine violenta, oltre a intralciare le aspirazioni di questi per il predominio nella “Galassia Islamica”. Se sono un pericolo per i leader islamici, questi combattenti non sono neanche graditi alle popolazioni del Levante.

Gli stessi Sunniti che vivono il Siria e in Iraq non possono essere felici all’idea di essere governati da un auto-proclamato Califfo, a loro estraneo, il quale fonda il proprio potere assoluto su uno sciame di estremisti stranieri, provenienti da tutto il mondo.

Che le popolazioni locali non vedano di buon occhio i “combattenti” stranieri è comprovato dall’esperienza dell’Unione Africana, le cui truppe, quando hanno conquistato, in Somalia, uno dei maggiori centri di tutte le attività di pirateria, sono state accolte dalla popolazione locale in festa, felice perché liberata dal giogo di questi stranieri, che la tenevano assoggettata con misure crudeli.

Un assetto geopolitico che crolla
Come si vede, la guerra che sconvolge il Vicino e Medio Oriente è un groviglio di ostilità e di ambizioni che è difficile districare, e che risente di conflitti secolari e di un conseguente, profondo odio tra le varie fazioni in campo.

La creazione, dopo la Prima Guerra Mondiale, di entità statuali multietniche, in Siria, Iraq, Transgiordania, Arabia Saudita e Palestina, si giustificava proprio con l’intendimento occidentale di costringere queste numerose entità a convivere entro Stati che avessero una dimensione economica e territoriale adeguata a vivere di vita propria, pur senza che alcuno di questi potesse aspirare a un predominio sugli altri, diventando così una Potenza temibile per l’Occidente.

Ogni suo cambiamento, che ponesse una comunità etnica o religiosa al di sopra delle altre, sarebbe oltretutto il prodromo di una serie di massacri, a similitudine di quanto è avvenuto nel passato. La lotta in corso nella Siria, in Iraq e nello Yemen, dove l’ISIS, i Curdi, gli Sciiti e i Sunniti si contendono il territorio, per acquisire un adeguato livello di autonomia e , se possibile, d’indipendenza, sta sconvolgendo l’intera area, mettendo in dubbio la possibilità di ripristinare l’attuale situazione. Ma, come si è visto, a farne le spese saranno tutti gli Stati attualmente esistenti nel Levante, nati dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dagli sviluppi successivi.

La posizione dell’Occidente
Detto questo, è necessario chiarire la posizione dell’Occidente nella lotta in corso. Noi siamo sostanzialmente neutrali, e in quanto tali vogliamo anzitutto evitare che la lotta si estenda, causandoci danni economici e perdite umane. Ma questa aspirazione non è destinata a una vita facile. Storicamente, i neutrali sono sempre stati oggetto di attenzioni indesiderate da parte dei contendenti.

Questi ultimi, infatti, hanno sempre cercato di coinvolgerli il più possibile, e lo hanno fatto in tre modi.
Il primo è la “captatio benevolentiae” in modo da ottenere finanziamenti, aiuti e armi. Non è un caso, ad esempio, che l’Iran oggi cerchi di raggiungere un “modus vivendi” con gli Stati Uniti, ponendo fine a una ostilità che dura addirittura dal 1979. Proprio in questi giorni, Teheran ha offerto alla Francia la massima collaborazione nel campo dell’Intelligence, ulteriore segno di questo tipo di approccio.

Il secondo modo è la “guerra economica”, che comprende, tra altre misure, l’embargo delle materie prime e l’imposizione di limitazioni al commercio neutrale, sotto le forme più varie, per evitare che il nemico venga favorito dai non belligeranti. L’uso, ai nostri tempi, dell’arma del petrolio è un esempio del tentativo di forzare la mano dell’Occidente, conducendo una “guerra economica” e chi ha vissuto lo Shock Petrolifero del 1972 lo ricorda bene!

Il terzo modo impiegato dai belligeranti per coinvolgere i neutrali è quello di provocarli, colpendoli nel loro territorio o commettendo atrocità sia contro popolazioni ritenute vicine a questi o addirittura contro i loro cittadini.

A prima vista questo potrebbe sembrare un approccio suicida – e spesso lo è – ma, guardando bene, si può notare che almeno un teorico occidentale, l’italiano Giulio Douhet, pioniere della strategia aerea, aveva sostenuto nel passato l’importanza di agire contro “i bersagli di minima resistenza morale” (G. Douhet. Il Dominio dell’Aria. Ed. Ufficio Storico dello Stato Maggiore Aeronautica. Pag. 23), appunto le popolazioni. La sua idea, nel proporre questo tipo di bombardamento terroristico, era che ciò avrebbe portato, “per sfuggire all’angoscia, le popolazioni, sospinte unicamente dall’istinto della conservazione, a richiedere, a qualunque condizione, la cessazione della lotta”(Ibid. pag. 66).

  Logicamente, negli anni successivi furono avanzate obiezioni serie, e si mise in evidenza che questo metodo, basato su azioni indiscriminate e crudeli, “distruggerà ricchezze che non potranno mai più essere ripristinate, e lascerà dietro di sé tombe e rovine, ostacolo insuperabile per il ritorno alle relazioni amichevoli e alla pace”. (H. Richmond Il Potere Marittimo nell’epoca moderna. Ed. Forum di Relazioni Internazionali, 1998, pag. 176).

L’ISIS adotta quindi metodi crudeli e attentati terroristici contro le popolazioni occidentali per scoraggiare i loro governi, spingendoli a desistere dalla loro opposizione al proprio tentativo di dominio sul mondo islamico, e in questo non si discosta da quanto il nostro teorico aveva ipotizzato.

La lista degli attentati, connessi con il revanscismo sunnita, fomentato da al-Qaeda prima e dall’ISIS poi, è lunga: le Ambasciate USA in Africa, e soprattutto gli attacchi dell’11 settembre, e poi quelli contro Madrid, Londra, Istanbul e Mumbai, sono alcune delle tappe di una strategia di provocazione che ha trovato in questi ultimi mesi il suo culmine prima nell’abbattimento dell’aereo russo, nei cieli del Sinai e quindi negli attacchi di Parigi.

Bisogna però notare che ognuno di questi attentati era (ed è) accuratamente “mirato”, legato com’è a situazioni ben specifiche, ed è spesso una forma di  rappresaglia barbara, ma non cieca. Naturalmente, com’è avvenuto nel caso attuale, questi atti possono innescare una spirale di violenza che va a scapito del più debole, nel nostro caso l’ISIS nei suoi territori. Infatti, come traspare anche dal recente discorso di al- Baghdadi, anche il cosiddetto Stato Islamico, un’entità non riconosciuta da alcuna Nazione, ha i suoi problemi: l’uso della violenza senza limiti rafforza, anziché diminuire, la resistenza altrui, e gli ha procurato l’ostilità di tutti gli Stati, includi quelli del Vicino e Medio Oriente, senza alcuna distinzione.

La posizione della Russia
Se l’Occidente piange le vittime della furia dell’ISIS, è certo che la Russia non ride. Il governo di Mosca ha storicamente visto la “Galassia Islamica” come un potenziale impedimento alla sua corsa verso i mari caldi.

Ora questa espansione verso sud, dopo aver raggiunto nel recente passato i massimi limiti perseguibili, ha assunto una tendenza retrograda, con la perdita della Georgia, dell’Armenia e dell’Azerbaijan, e quindi Mosca teme che il revanscismo islamico crei un’ondata di risentimento tale da farle perdere il controllo di ulteriori territori nel Caucaso.

La sua politica, quindi, è sempre stata quella di blandire le varie componenti dell’Islam, finché queste si mostravano disposte a non ostacolarla, ma di usare il “pugno di ferro” contro i cosiddetti terroristi, che minacciavano di farle perdere spazio prezioso a sud della Federazione.

Una prova indiretta di quanto i sudditi russi di fede islamica nutrano rancore verso Mosca è desumibile dalla notevole diffusione, in Cecenia e in Daghestan, del nome proprio Shamil, in ricordo dell’eroe dell’indipendentismo caucasico nel XIX secolo.

Il pericolo di una rinascita dell’indipendentismo islamista in quelle zone è il pericolo principale, secondo il governo russo, e a ragione! L’ISIS, specie dopo la diffusione dell’ormai famosa carta geografica, che comprende anche tutto il Caucaso, chiamato Qoqzaz, è diventato il peggior nemico della Russia, proprio perché minaccia di farla arretrare verso i climi freddi.

Per questo, Mosca appoggia da tempo gli Sciiti, nella loro lotta a livello mondiale, e bombarda senza limiti i territori conquistati da al- Baghdsdi e dal suo esercito di volontari. Si può dire che il governo russo abbia paura dell’ISIS e sia determinato, come e più dell’Occidente, a sradicarlo una volta per tutte. In definitiva, l’ISIS sta compiendo il miracolo di costringere Mosca a riavvicinarsi all’Occidente, in nome del comune avversario.

L’Occidente verso una strategia
Dopo aver atteso a lungo, nella speranza che il prolungarsi della lotta tra Sunna e Shia portasse a un indebolimento di ambedue, e aver prestato un orecchio fin troppo attento alle teorie che suggerivano una “Strategia della Destabilizzazione”, l’Occidente sembra aver infine capito che, volente o nolente, deve impegnarsi a limitare le atrocità del conflitto in corso.

Il pericolo è infatti che prevalgano la componenti più radicali e violente, anziché quelle dotate di  maggior equilibrio e saggezza.

Gli attentati di Parigi, con la loro ferocia, sembrano infatti aver riportato la concordia in campo occidentale, insieme alla determinazione ad agire per evitare il trionfo dei “tagliagole”, agendo insieme alla Russia.

Esiste infatti per gli Stati, come per gli individui, una “soglia di tolleranza”, al di là della quale si sconfina nell’inaccettabile, e gli attentati contro l’aereo russo e contro la popolazione di Parigi hanno evidentemente fatto superare questa soglia. Ma l’Occidente non si sta limitando a bombardare l’ISIS.

Dietro le quinte c’è molto movimento, e l’annuncio dell’Italia, a proposito della necessità di proteggere la diga di Mosul, potrebbe essere il primo indice che sia stata concordata una strategia di contenimento del conflitto, intesa a impedire alla parte più disperata, l’ISIS, di ricorrere a gesti estremi, tipo “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, per rovesciare le sorti del conflitto.

Ammesso e non concesso che il disegno strategico dell’Occidente sia ampio, molto più di quanto ora appaia, se fossero posizionate forze cospicue, per qualità, anche se non per numero, nei punti strategici – e le dighe, in un’area povera di acqua, lo sono – si potrebbe infatti influire sull’esito della lotta nel Levante.

Un’applicazione su grande scala di questa strategia di contenimento, grazie a una serie di presidi ben dislocati nell’area, costringerebbe i contendenti a limitarsi ad attacchi tra loro, di tipo inevitabilmente frontale, riducendo l’impatto sulle popolazioni, e finendo per esaurirsi, abbandonando auspicabilmente questa guerra senza limiti.

Basterà questa catena di presidi ai punti strategici del Levante a far cessare il conflitto?

È poco probabile. La pace non è a portata di mano, anche perché l’Occidente, e l’Europa in particolare, devono ancora compiere due passi fondamentali. Anzitutto, devono essere potenziate le loro capacità militari e di controllo dei flussi finanziari, per colpire sia militarmente, sia economicamente l’ISIS e costringerlo ad arretrare, fino alla sua auspicabile implosione, per effetto degli scacchi a ripetizione che subirebbe.

Quindi, si deve cooptare in modo più deciso le comunità islamiche di casa nostra, in modo da farne i nostri maggiori alleati nel garantire la sicurezza nei nostri territori. L’Italia lo ha fatto da tempo, ma altrettanto va praticato nel resto dell’Unione.

Il coinvolgimento dell’Italia
La dichiarazione italiana, come si è visto, è anche una manifestazione di solidarietà transatlantica, ammesso e non concesso che l’impegno italiano non sia un gesto isolato.

Una conferma in tal senso si avrebbe solo se altri Paesi occidentali prendessero analoghi impegni.

Bisogna però ricordare che, almeno formalmente, l’impegno italiano nasce come azione indipendente, per cui non è chiaro chi potrebbe appoggiare e sostenere i nostri militari, in caso di problemi.

Per questo, noi, come chiunque prenda parte a tal genere di interventi, intesi a moderare le atrocità del conflitto, dovremo, in ogni caso, prendere alcune precauzioni. Anzitutto, bisogna essere consapevoli di essere soli.

Le forze dislocate sul terreno devono quindi disporre, come i passeggeri di un aereo di linea, di un salvagente, dato che, in caso di necessità, non si potrà contare su un aiuto altrui.

Questo salvagente consiste nelle cosiddette “Forze di Sostegno”, le cui capacità e la cui prontezza d’intervento devono essere tali da risolvere i problemi del contingente dislocato lontano dalla Patria, in caso di difficoltà.

Nella nostra storia, l’Italia non ha mostrato sempre attenzione sufficiente nel prendere questa precauzione indispensabile, contando talvolta sul fatto che “tanto non succederà niente”.

La strage di Dogali, oltre un secolo fa, e la sfortunata saga di Giarabub, durante la Seconda Guerra Mondiale, due esempi di impiego di forze in aree troppo lontane per consentire il loro sostegno, dovrebbero averci aperto gli occhi.

Purtroppo, anche recentemente, in altra missione nazionale, abbiamo dimostrato di non aver ancora capito questa lezione del passato, facendo andare in giro, per tutto l’Oceano Indiano, pattuglie armate di Fucilieri di Marina sui nostri mercantili senza che vi fosse alcuna forza di sostegno nei (peraltro pochi) punti caldi di tale oceano.

Nel caso di un nostro presidio della diga di Mosul, non si tratta, quindi, solo di inviare 450 militari come in una normale operazione di pace, ma questi dovranno essere armati fino ai denti e, soprattutto, ad essi si dovranno aggiungere forze pesanti, in tutte e tre le dimensioni operative, in grado di intervenire in modo decisivo, in caso di problemi.

E di problemi ce ne saranno, visto che nessuno, né tra le fazioni in lotta né tantomeno tra i nostri Alleati storici, potrebbe comportarsi da vero amico, specie al momento del bisogno. Ma l’Europa, e l’Italia in particolare, non posseggono forze sufficienti. Come diceva anni fa Emma Bonino “l’Europa rischia di essere un gigante economico, un nano politico e un verme militare” (Vds. Repubblica, 23 gennaio 1999).

Se l’Europa – e soprattutto l’Italia – non si doteranno di capacità militari atte a influire sugli eventi almeno nelle zone a lei più vicine, non potrà far altro che subire quanto accade, senza nemmeno avere il diritto di lamentarsi.
Però, una volta sconfitto l’ISIS, la pace sarà possibile solo quando le parti in causa, sia i centri di potere sunniti, sia il governo di Teheran, capiranno che la via intrapresa del conflitto senza limiti è destinata a crear loro, nel medio termine, un impoverimento e un indebolimento dai quali impiegheranno decenni per risollevarsi.

In questo fervore di odio verso l’ISIS, l’Italia, a parte la decisione di presidiare la diga di Mosul, deve ricordarsi che ha un ruolo da svolgere. Il nostro Paese ha sempre tenuto un comportamento rispettoso verso la “Galassia Islamica” e ha sempre curato i contatti con ambedue i campi, e può quindi svolgere un ruolo prezioso, nel portare a un tavolo negoziale le parti in causa.

Per questo l’Italia partecipa alla coalizione anti-ISIS solo con ricognitori e rifornitori aerei e – al di là della disponibilità a presidiare la diga di Mosul – ha sempre respinto le pressioni che ci volevano tra coloro che bombardavano l’ISIS.

Giova sottolineare che la Germania, anch’essa storicamente vicina alla “Galassia Islamica” ci ha seguiti, dopo l’attentato di Parigi, prendendo lo stesso tipo di decisioni. Questo atteggiamento prudente ci ha finora risparmiato, ma forse non ci risparmierà in futuro, attentati cruenti, anche se l’ISIS ha abbondato, nei nostri confronti, in minacce sia pure solo verbali, che a ben guardare ci vengono rivolte in quanto a Roma siede il centro della cristianità, la Santa Sede.

Il più delle volte, infatti, tali minacce hanno solo finalità propagandistiche e citano Roma in quanto capitale del Sacro Romano Impero e non dell’attuale Italia, la cui conquista territoriale non sarebbe contemplata nelle mire dell’ISIS, che vorrebbe riconquistare “solo” i territori che in passato sono stati sotto il dominio islamico e nelle cartine non contempla l’Italia (in Europa solo incluse la Penisola Iberica e i Balcani).

Bisogna comunque ricordare, nel fornire la nostra disponibilità a missioni a rischio crescente, che le nostre capacità militari sono a un livello talmente basso, da indurre alcuni commentatori a criticare la recente dichiarazione del governo, a proposito della diga. Oltre alla sicurezza, per poter influire sugli eventi nel Levante, si deve quindi disporre di una forza di proiezione credibile, in termini di capacità. Anche questa è una forma di difesa, perché l’estremismo islamico dilagante può mettere in pericolo la nostra stessa sopravvivenza.

Foto; Difesa.it, US DoD, UK MoD, Bundeswehr, Stato Islamico, Ministero Difesa Iracheno, KTCC, AFP, Reuters, AP, Getty Images

Ferdinando Sanfelice di MonteforteVedi tutti gli articoli

Ammiraglio di Squadra, è attualmente docente di Storia delle Istituzioni Militari presso l'Università Cattolica di Milano e di Strategia presso l'Università di Trieste – Polo di Gorizia. E' stato Rappresentante Militare per l'Italia presso i Comitati Militari NATO e UE e Comandante dell'operazione navale della NATO Active Endeavour. Autore di numerosi libri e saggi di argomento strategico e militare, pubblicati su riviste italiane, francesi e americane, è membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Storia Militare, dell'Académie de Marine di Francia e della Giuria del Prix Davéluy.

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