Si chiude l’epoca dei “dividendi della pace”

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La fine della Guerra Fredda e del confronto bipolare avevano determinato nell’intero Occidente l’euforica sensazione dell’instaurarsi di un clima di pacifica collaborazione fra gli Stati, in grado di appianare i conflitti e regolare pacificamente le controversie internazionali.
Questo sentire diffuso si è tradotto politicamente nel desiderio di “incassare il dividendo della pace”, ossia di devolvere a scopi sociali parte dei fondi in precedenza assegnati alla Difesa.

Questo ha portato in Europa a successive ristrutturazioni in chiave fortemente riduttiva dei vari apparati militari, all’abbandono della coscrizione obbligatoria (nei Paesi in cui essa era ancora in vigore) e più in generale al drastico calo degli investimenti destinati alle forze armate.

La tendenza alla contrazione delle capacità militari del Vecchio Continente è proseguita anche nel nuovo millennio, nonostante che molti segnali inquietanti, quali che la crisi nell’ex Jugoslavia, lo choc dell’11 settembre, il conflitto in Iraq e l’insorgenza afghana, dimostrassero la fallacità di queste tesi ottimistiche e suggerissero un approccio più prudente.

Tra il 2014 ed il 2015 però il quadro geo-politico globale è mutato completamente e non è stato più possibile ignorare il peggioramento complessivo della situazione mondiale.

La crescente minaccia del terrorismo internazionale, la nascita dello Stato Islamico ed il risorgere in Europa della contrapposizione tra la Nato, in continua espansione verso Est, e la Russia, tenacemente intenzionata a difendere la propria tradizionale area di influenza in Ucraina, sono i principali fattori che hanno scalzato molte ottimistiche certezze in quasi tutte le cancellerie europee e stanno producendo un rapido mutamento nelle politiche di difesa dei principali Paesi del Vecchio Continente.

In Gran Bretagna la nuova Strategic Defence and Security Review (SDSR) segna una completa inversione di tendenza, dopo anni di continui tagli di fondi, scioglimenti di reparti ed abbandono di capacità specialistiche e di nicchia in settori importanti.

Alla Difesa britannica saranno assegnate nei prossimi anni risorse sufficienti a soddisfare il requisito NATO del 2% del PIL di spesa complessiva, il che si tradurrà in 178 miliardi di sterline di investimenti in 10 anni, destinati all’acquisto di nuovi equipaggiamenti ed al loro supporto, con un incremento nel periodo di 12 miliardi.

Il documento programmatico del Governo di sua Maestà pone in primo piano il ruolo del Regno Unito nel mondo, la sua influenza negli scacchieri internazionali e la collaborazione con i partner privilegiati (il club dei Five Eyes innanzi tutto, ma anche la Francia e la Germania) e riafferma con forza la volontà di mantenere per i prossimi decenni un credibile deterrente nucleare autonomo, basato su 4 sottomarini lanciamissili balistici, quale pietra miliare della sovranità nazionale.

L’esecutivo si impegna inoltre a mantenere gli attuali livelli di forza complessivi, cancellando ogni residuo piano di riduzione degli organici delle forze armate.

L’esercito continuerà pertanto a disporre di 82.000 uomini, mentre gli effettivi di marina ed aeronautica subiranno addirittura un leggero incremento. Analoga politica di potenziamento sarà applicata al settore delle riserve, il cui ruolo viene riconosciuto e rivalutato, e che continueranno a crescere numericamente, in vista del raggiungimento di un obiettivo finale di 35.000 effettivi.

Solo i dipendenti civili della Difesa vedranno il loro numero diminuire a 41.000, con una contrazione del 30% da realizzarsi entro la durata della legislatura. Il livello di ambizione contemplato dalla nuova linea programmatica prevede di poter fronteggiare una grave crisi regionale con un complesso di forze pari a 50.000 effettivi, contro i 30.000 impiegabili oggi nelle stesse circostanze.

Potranno pertanto essere schierati in un unico teatro principale un gruppo navale d’attacco, imperniato su una portaerei della classe Queen Elizabeth con caccia F35, una divisione terrestre con due brigate meccanizzate, una blindata ed adeguati supporti tattici e logistici, un gruppo aereo composito con velivoli da combattimento, trasporto e sorveglianza, ed un Task Group di Forze Speciali.

In alternativa le forze armate britanniche potranno far fronte ad una operazione di media dimensione, simile a quella condotta attualmente contro lo Stato Islamico, ed essere nel contempo presenti con contingenti ridotti in un certo numero di missioni più limitate in teatri secondari, dove potranno anche svolgere compiti di addestramento ed assistenza militare a supporto di forze amiche ed alleate.

Specifici provvedimenti legislativi sono inoltre allo studio dell’esecutivo per garantire alle forze britanniche impegnate all’estero un’adeguata tutela legale, che assicuri loro la necessaria serenità nell’assolvimento del compito. Sempre più spesso, infatti, i contingenti che operano nei teatri esterni sono oggetto di reclami legali ingiustificati, che possono compromettere il corretto svolgimento della missione.

Nel settore della sicurezza interna grande attenzione verrà posta nella collaborazione sinergica tra i diversi ministeri competenti. Ad esempio la Royal Navy collaborerà strettamente con le agenzie incaricate del controllo sull’immigrazione, per incrementare il pattugliamento delle acque territoriali britanniche.
Tutte queste misure richiedono una politica del personale attenta ed innovativa. Verrà completamente rivista l’assistenza a favore dei famigliari dei militari, per garantire loro maggiori opportunità di lavoro, servizi più efficienti, migliori possibilità di studio e di accesso alle prestazioni sanitarie integrative.

Scendendo nel dettaglio degli investimenti previsti, il documento programmatico del governo britannico dedica attenzione particolare e fondi addizionali ai servizi di Intelligence e di difesa Cibernetica, settori nei quali verranno reclutati ed addestrati 1900 nuovi addetti, con una spesa supplementare di 1,9 miliardi in cinque anni.

Forte enfasi è quindi posta sul potenziamento delle capacità strategiche delle Forze Speciali, cui viene riconosciuto un ruolo di primaria importanza nella lotta al terrorismo e più in generale nel sostegno alle politiche del governo britannico. Il comparto vedrà la proprie assegnazioni di bilancio più che raddoppiate e potrà disporre di vettori ad ala fissa e rotante dedicati particolarmente avanzati e di equipaggiamenti informatici e per le comunicazioni globali d’avanguardia.

La Strategic Defence and Security Review rivaluta in modo particolare il ruolo della RAF, che potrà disporre in futuro di un numero più elevato di caccia F35, per i quali il requisito complessivo viene confermato a 138 esemplari. A questi continueranno ad affiancarsi, almeno fino al 2040, 7 squadroni di Typhoon, 2 in più di quanto attualmente previsto.

Si rinuncerà pertanto a radiare i caccia della prima tranche, mentre quelli della seconda e della terza verranno progressivamente aggiornati con radar a scansione elettronica attiva e piena capacità di attacco al suolo, ruolo che vedrà anche l’impiego di un numero più che raddoppiato di droni Reaper armati.

Significativo poi il potenziamento della flotta aerea da trasporto strategico, che vedrà in linea 22 A400M e 8 C-17, affiancati dai C-130J attualmente in servizio, che non verranno radiati ma che al contrario subiranno interventi di ammodernamento per l’estensione della loro vita utile.

Le capacità antisommergibile e di sorveglianza marittima saranno potenziate con l’acquisizione di 9 aerei da pattugliamento statunitensi P-8 Poseidon, permettendo il mantenimento di una capacità specifica che rischiava di andare perduta con la radiazione dei velivoli Nimrod e l’abbandono del programma nazionale per l’acquisizione dei più avanzati Nimrod MRA4 che aveva poi costretto Londra a chiedere aiuto agli alleati per tenere d’occhio i sottomarini russi che si avvicinavano alle basi della Royal Navy.

Il British Army potrà disporre di una forza di intervento per conflitti a media ed alta intensità imperniata su un comando divisionale, due brigate di fanteria meccanizzata e due brigate medie “Strike”, dotate del cingolato da ricognizione Ajax e di un nuovo blindato 8×8.

A queste forze ad alta prontezza operativa di affiancheranno i tradizionali reparti d’intervento rapido: la 16 Brigata d’Assalto Aereo e la 3 Brigata Commando, che rimarranno sostanzialmente invariati.

Ulteriori 6 brigate di fanteria saranno mantenute ad un minor livello di prontezza operativa e disporranno di equipaggiamenti meno avanzati, essendo destinate a compiti di sicurezza interna e a missioni di stabilizzazione di lunga durata.

Due brigate specialistiche raggrupperanno poi vari reparti, anche della riserva, destinati rispettivamente alla  raccolta informatica ed alla gestione delle informazioni operative.

Le forze di prima linea potranno avvalersi di elicotteri d’attacco Apache e da trasporto Chinook, tutti aggiornati agli standard più recenti, e di cingolati da combattimento per la fanteria Warrior muniti di una nuova torretta con armamento potenziato. Anche la restante, esigua, flotta di carri Challenger 2 sarà oggetto di un programma di ammodernamento.

Un altro caso eclatante di radicale cambiamento delle politiche di investimento nella difesa è rappresentato dalla Francia, che si è scoperta in prima linea sul fronte del contrasto all’estremismo islamico.
L’impegno militare di Parigi è infatti estremamente pesante, sia all’estero che in patria.

Circa 7.000 soldati francesi sono attualmente schierati oltremare. La metà di questi opera in Africa settentrionale nell’ambito dell’Operazione Barkhane per la stabilizzazione degli stati della fascia sub-sahariana, mentre un numero crescente è impegnato nella lotta allo Stato Islamico, nel quadro dell’Operazione Chammal.
Altri 10.000 uomini sono poi assegnati all’Operazione Sentinelle di sicurezza interna, un numero molto elevato cresciuto dopo gli ultimi attentati.

Si tratta di un onere complessivo senza precedenti per le forze armate francesi, che difficilmente potrà essere mantenuto a tempo indeterminato senza pesanti ripercussioni.

Sul piano finanziario, però, è stato reso possibile, almeno nel breve periodo, con un provvedimento straordinario di aggiornamento della Legge di Programmazione Militare che ha elargito uno stanziamento addizionale di 3,8 miliardi di Euro da qui al 2019. Si tratta in buona parte di fondi destinati a finanziare proprio l’operazione Sentinelle e a sospendere le diminuzioni di organico già deliberate in precedenza. Quote minori di bilancio serviranno a sostenere alcuni programmi urgenti nei settori del trasporto aereo e per il rinnovo degli stock di armamento di caduta per gli aerei.

Anche in Germania si sta verificando una decisa inversione di tendenza nel settore degli stanziamenti militari, che torneranno a crescere, dopo molti anni, con una assegnazione aggiuntiva di bilancio di 8 miliardi di Euro da qui al 2019.

Ciò consentirà, tra l’altro, di finanziare la sostituzione del fucile G-36, rivelatosi inaffidabile e poco preciso, di incrementare la residua forza corazzata dell’esercito portandola da 225 a 328 carri Leopard 2 e di avviare la costituzione di una brigata blindata media di intervento rapido, equipaggiata con un nuovo veicolo da combattimento per la fanteria ruotato.

Significativa appare inoltre la decisione del governo tedesco di confermare l’acquisizione del discusso sistema di difesa aerea a medio raggio MEADS, destinato a rimpiazzare i Patriot attualmente in servizio.

Addirittura esorbitanti, per i parametri italiani, gli impegni militari della Norvegia, il cui bilancio della difesa subirà nel 2016 un incremento del 12%, in buona parte destinato all’acquisizione dei caccia F35, mentre altrettanto decise appaiono le scelte in materia di sicurezza operate dai Paesi Baltici.

Tra questi eccelle l’Estonia, da sempre tra i pochissimi Paesi NATO che rispettano le raccomandazioni di spesa sul 2% del PIL, e che si appresta a varare un ulteriore stanziamento del 9% che porterà il totale al 2,1% del prodotto interno lordo.

Questo servirà a finanziare il completamento della rete radar di difesa aerea e l’acquisizione di 44 cingolati CV9035 ex olandesi.
Significativo, infine, il caso della Lituania che, dopo aver abolito nel 2008 la coscrizione obbligatoria, dopo la crisi ucraina ha deciso di introdurla nuovamente a partire dal 2016. Gli organici complessivi saliranno quindi del 45% e  gli stanziamenti di bilancio del 35%.

In questo clima generale di realistica ed oggettiva presa di coscienza della mutata situazione internazionale spicca, quale singolare eccezione, il nostro Paese.
Evidentemente per i nostri governanti l’Italia si trova al centro di una regione caratterizzata da una forte stabilità, dall’assenza di conflitti e pericolosi focolai di tensione, dalla mancanza di esasperati confronti tra forti portatori di interessi contrapposti.

Non è facile districarsi fra twitter ottimistici ed affermazioni roboanti provenienti dall’esecutivo: da queste esternazioni propagandistiche parrebbe che la sicurezza del nostro Paese possa avvalersi, dopo gli attentati di Parigi, di un miliardo di fondi aggiuntivi, ma a condizione che una cifra analoga venga destinata al miglioramento dell’offerta culturale.

Nulla da eccepire sull’importanza del nostro retaggio storico-culturale, sfugge però il collegamento diretto ed imperativo tra le due problematiche.

I possibili attentatori ed i tagliagole dello Stato Islamico saranno fortemente colpiti e impressionati dal restauro di alcune domus a Pompei o dall’allungamento dell’orario di apertura dei musei!

Al di là di questo curioso legame tra due tipologie di spesa così diverse, che rischia di trasformarsi nell’ennesimo ostacolo ad ogni concreto incremento degli stanziamenti per la sicurezza, non è chiaro, al momento, quale parte di questa supposta cifra giungerà alla Difesa.

Probabilmente gran parte di questi fondi non potranno essere utilizzati per programmi di ammodernamento o per incrementare l’addestramento (il settore oggi più carente), ma saranno destinati ad assicurare il famoso bonus “renziano” di 80 Euro, esteso per il 2016 anche ai componenti delle Forze Armate e di Polizia (peraltro solo ai titolari dei redditi più bassi).
Si tratta, beninteso, di un aggiornamento sacrosanto delle retribuzioni del comparto, ferme da anni a causa del blocco di stipendi ed indennità. Colpisce solo che a renderlo finalmente possibile siano state le raffiche dei kalashnikov a Parigi.

Foto: UK MoD, Difesa norvegese, Bundeswehr, EMA,  Alberto Scarpitta, Difesa.it, Reuters

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Nato a Padova nel 1955, ex ufficiale dei Lagunari, collabora da molti anni a riviste specializzate nel settore militare, tra cui ANALISI DIFESA, di cui è assiduo collaboratore sin dalla nascita della pubblicazione, distinguendosi per l’estrema professionalità ed il rigore tecnico dei suoi lavori. Si occupa prevalentemente di equipaggiamenti, tecniche e tattiche dei reparti di fanteria ed è uno dei giornalisti italiani maggiormente esperti nel difficile settore delle Forze Speciali. Ha realizzato alcuni volumi a carattere militare ed è coautore di importanti pubblicazioni sulle Forze Speciali italiane ed internazionali.

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