Crisi internazionali e prospettive per la Nato

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Il mondo multipolare, nel quale viviamo, è turbato da numerose crisi, che diventano difficili da risolvere, sia per il tempo necessario affinché tutti gli attori principali si mettano d’accordo tra loro per gestirle, sia per l’aumento dell’irrequietudine di molti Stati e attori non statuali, esclusi da questo nuovo, ancorché precario, “Concerto di Potenze”.
Se a ciò si aggiunge il fatto che molti, tra i cosiddetti “attori principali” sono giganti dai piedi di argilla, e quindi sono spinti ad agire più dalle proprie paure e paranoie che non da un preciso calcolo strategico, si può notare quanto le crisi di oggi siano difficili da contenere, se non da risolvere.

177961Nel nostro mondo globalizzato, poi, vale sempre più quanto un geografo, Mackinder, osservava, già un secolo fa, che “ogni esplosione di forze sociali, invece di dissiparsi in un ambiente circostante di spazi sconosciuti o di caos barbarico, riecheggerà duramente dalle parti più lontane del globo, e gli elementi deboli dell’organismo politico ed economico del mondo ne saranno, di conseguenza, distrutti” (Mackinder. The Geographical Pivot of History. The Geographical Journal, Vol. 23 n° 4 (April 1904) pag.  422).

In sintesi, siamo quasi costretti a rimpiangere i “bei tempi” della Guerra Fredda, in cui solo i diverbi tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano motivo di preoccupazione, mentre tutte le altre crisi venivano sedate dall’azione congiunta delle due “superpotenze”.

Ma le crisi che ci preoccupano sono solo la punta di un iceberg, come i funghi non sono altro che ciò che spunta dal terreno, mentre il micelio – la parte più importante – rimane sotto terra, invisibile agli sguardi. Il micelio delle crisi non è altro che la situazione di tensione, rivalità o inimicizia che esiste tra i vari “attori principali”. Cercherò quindi di mostrarvi questa parte nascosta, ma essenziale, del mondo in cui viviamo, per inquadrare meglio le prospettive e la ragion d’essere della NATO.

Il ritorno del Dragone
La cosiddetta area dell’Asia-Pacifico, come viene chiamata negli Stati Uniti, è apparentemente lontana dai nostri sguardi, ma ci tocca da vicino, dato che il commercio tra noi e il continente asiatico è la nostra linfa vitale.

Il principale attore, come potete immaginare, è la Cina. Reduce da quello che il governo di Pechino ha definito una volta “il secolo dell’umiliazione”, la Cina professa di non voler fare guerra a nessuno, ma intende tornare ai suoi “confini naturali”, quelli – per intenderci – del periodo anteriore alle “Guerre dell’Oppio”, che causarono, alla lunga, la fine del Celeste Impero.

Questi confini, però includono – non sorprendetevi – la Siberia Orientale, il Tibet, il plateau himalayano, Taiwan, l’Indocina e perfino la Birmania, per non parlare dei mari circostanti la Nazione.
Non può sorprendere, quindi, il fatto che la Cina infiltri in Siberia milioni di Cinesi, rivendichi il possesso della zona dell’Himalaya, da cui partono i grandi fiumi dell’Asia, e abbia fissato la sua linea di difesa interna nella “Prima Catena di Isole”, che, guarda caso, appartengono tutte ad altre Nazioni.

1026534510Questa catena difensiva, infatti, si estende dal Giappone alle Ryu Kiu, passa per Taiwan e finisce alle Isole Spratly e Paracel, che Pechino sta militarizzando, malgrado le proteste dei Paesi limitrofi, in modo da trasformare l’intero Mar Cinese Meridionale in un mare interno, con possibilità di chiuderlo al traffico internazionale e, soprattutto, alle navi da guerra straniere.

A questo si deve aggiungere la “Strategia del Filo di Perle”, portata avanti dalla Cina in modo da crearsi porti e basi militari tutto intorno all’India. Non a caso, il Ministro della Difesa cinese dichiarò, alcuni anni or sono, che “L’Oceano Indiano non è l’oceano dell’India” e questa frase, che dà l’idea del contenzioso con Nuova Delhi, introduce la situazione di maggior pericolo che esiste in Asia.

La “Grande Potenza povera”
L’antagonista asiatico della Cina, per ragioni geografiche – e non solo! – è l’India. Dopo le scaramucce del 1958 e la guerra del 1962, l’India si è fatta carico di migliorare le relazioni con il suo potente vicino, anche a costo di ingoiare bocconi amari, come la perdita del controllo sul Nepal, una sconfitta non bilanciata dalle piccole provocazioni che, di tanto in tanto, Nuova Delhi compie nei confronti del potente vicino.

india-army_2179188bMalgrado le visite di Stato e le dichiarazioni distensive, l’India ha però sentito la necessità di garantirsi, sviluppando la propria Marina, in funzione anti-cinese, militarizzando le isole Andamane e Nicobare, poste all’imbocco dello Stretto di Malacca, e mettendovi di base i suoi bombardieri, dotati di armi nucleari, che da lì possono colpire la Cina Meridionale.

L’India, quindi, si atteggia da grande potenza nei confronti di tutti, salvo che con la Cina, la Russia e gli Stati Uniti. Il fatto che i Paesi circostanti abbiano accettato di ospitare basi cinesi nei loro territori, è indicativo del loro desiderio di non sottostare alle pressioni del governo di Nuova Delhi. Anche l’Italia ha difficoltà a misurarsi con Nuova Delhi.
Questo non depone bene per un futuro di pace della “Nuova Via della Seta”, che passa appunto per lo Stretto di Malacca e costeggia la punta meridionale del sub-continente indiano!

La Russia: grande decaduta?
Le dichiarazioni – per non parlare degli atti di forza contro nazioni confinanti – che il Presidente PUTIN non lesina, negli ultimi tempi, indicano la volontà di Mosca di tornare a essere un protagonista della scena mondiale, dopo venticinque anni di debolezza.

4923580-3x2-940x627A fine anno, è stata promulgata la nuova “Strategia di Sicurezza Nazionale”, dai toni molto più cupi di quella precedente, che era stata resa pubblica nel 2009. Cosa abbia reso necessario rivedere una strategia, dopo solo pochi anni, è desumibile facilmente dal tono, molto pessimista sul piano interno e con valutazioni altrettanto cupe circa le relazioni internazionali, del nuovo documento.

Le cose non vanno bene, l’embargo occidentale fa male, e ancora più dolorosa è la caduta del prezzo del greggio. Ma, al di là delle numerose pagine dedicate ai problemi del Paese – segno che la sicurezza interna è ancor più in pericolo di quella esterna – e delle promesse ai cittadini russi di un futuro migliore, contano alcune affermazioni, che meritano essere citate letteralmente:
–    “L’incremento del potenziale bellico della NATO e l’avvicinamento delle sue infrastrutture militari ai confini russi comportano una minaccia alla sicurezza nazionale” (para 15);

SU 15 in Siria–    un interesse nazionale è “il rafforzamento dello status della Federazione Russa come una delle potenze mondiali dominanti” (para 30);
–    tra le principali minacce vi è “L’attività di associazioni e gruppi radicali volte a distruggere l’unità e l’integrità territoriale della Federazione Russa” (para 43);

–    “La Federazione Russa è a favore del rafforzamento di una cooperazione vantaggiosa per tutte le parti in causa con i Paesi europei e l’Unione Europea” (para 97);
–    “La Federazione Russa è interessata a costruire un partenariato a pieno titolo con gli Stati Uniti d’America sulla base degli interessi coincidenti anche in ambito economico” (para 98).

In poche parole, la Russia spera di agire in modo selettivo nelle sue collaborazioni con il mondo occidentale, ma soprattutto è mossa dalla paura di perdere coesione all’interno e vedere staccarsi dalla madrepatria altri territori, alla propria periferia.

Uglich_Buyan-M_Corvette_3M-54_Kalibr_anti-ship_missile_Russian_NavyNon vi è Stato più pericoloso di quello che è mosso dalla paura, un sentimento forte che prelude ad atti irrazionali, capaci di sconvolgere l’equilibrio internazionale.

Questa paura, anche se non è detto esplicitamente, è viva non solo per la situazione della Siberia, su cui Mosca è costretta a chiudere ambedue gli occhi, ma lo è soprattutto a proposito delle possibili sorti del sud della Federazione, popolato da consistenti minoranze musulmane.

In poche parole, l’integralismo islamico è tra le minacce che Mosca prende più sul serio, dato che una sua avanzata relegherebbe la Nazione ai territori freddi, come era all’inizio della sua avanzata verso il Sud, nel XVIII secolo.

Il Revanscismo Islamico
Prima di parlare della NATO  e delle sue prospettive, un ultimo aspetto della situazione mondiale, a noi ben presente nei sintomi, anche se non nelle cause, va accennato, sia pure in modo sintetico. Con la fine della Prima Guerra Mondiale, le Potenze vincitrici, che avevano causato il crollo dell’Impero Ottomano, ebbero cura di evitare per sempre che, nel futuro, sorgesse un potentato islamico in grado di creare quelle minacce e quelle tragedie che la “Sublime Porta” – così si chiamava il governo di Istanbul – aveva provocato all’Europa nei 500 anni precedenti.

92-00211Fu quindi attuata la “Strategia dello Spezzatino”, suddividendo il Levante in più Stati, ognuno abbastanza grande per vivere di vita propria, ma non in grado di acquisire uno status di Potenza mondiale. L’assetto geopolitico che ne risultò, noto come Sykes-– Picot, dal nome dei due diplomatici che lo avevano abbozzato, è durato quasi un secolo, resistendo ai numerosi tentativi di aggregazione araba, compiuti da Hussein prima e da Nasser poi.

Ora questo tentativo è portato avanti dall’ISIS, il cui leader, al-Baghdadi, ha ripreso la strategia di al-Qaeda, cambiandone le priorità: anziché puntare in primo luogo a colpire l’Occidente, ha messo in prima linea l’acquisizione di un territorio sufficiente a creare uno “Stato islamico” che funga da centro di aggregazione per i fedeli di tutto il mondo, per poi espandersi da lì e conquistare tutti i territori una volta posseduti dagli Arabi.

Iraq: Un anno di Isis in Iraq, oltre 36.000 le vittime del terrorismoOvviamente, né l’Occidente, né tantomeno la Russia sono disposti ad accettare un tale progetto, e si sono uniti per combatterlo.

Le difficoltà denunciate da un recente discorso del leader, che ha incitato i suoi a “tener duro” sono indicative del successo della reazione generale contro l’ISIS, e la comparsa di sue cellule il Libia, per noi oltremodo preoccupanti, indicano il tentativo di far ripartire il progetto muovendo da un’area meno interessata da reazioni avverse.

In sintesi, si può dire che al-Baghdadi, nel suo tentativo di costruire uno Stato Islamico, sfruttando ogni possibile “vuoto di potenza”, abbia compiuto il miracolo di riavvicinare Russia e Occidente, malgrado le divergenze, ben evidenziate dalla Strategia di Sicurezza russa.

La NATO e le sue prospettive
Non è un caso che la Russia veda nella NATO un pericolo: già nel 2010, quando fu discussa la nuova strategia dell’Alleanza, era emerso che una parte notevole degli Stati Membri vedeva come compito prioritario della NATO quello indicato nell’Articolo 5 del Trattato di Washington, appunto la “Difesa Collettiva”. Anche se all’epoca si riuscì a sfumare l’impronta anti-russa, nondimeno il documento risultò influenzato da questa tendenza.

jens-stoltenberg-natoMa ogni difesa collettiva deve essere diretta contro qualcuno, e questo era appunto Mosca: tra i 28 i Paesi membri della NATO, ve ne sono ben otto che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica e/o del Patto di Varsavia. Questi, similmente a Nazioni come la Norvegia e la Turchia, confinanti con l’Orso Russo, avevano timore delle forti pressioni di Mosca contro di loro, e vedevano nell’Alleanza l’unica garanzia per la propria indipendenza.

Il loro accanimento nel bloccare qualsiasi accordo con la Russia non si può spiegare se non con gli innumerevoli torti subiti, negli anni passati sotto il governo di Mosca, o come suoi alleati.
La breve guerra in Georgia, ma soprattutto quella con l’Ucraina, inclusa l’occupazione della Crimea, hanno risvegliato le preoccupazioni di questi Paesi, che hanno favorito la nomina a Segretario Generale di Jens Stoltemberg, norvegese; questi, sotto l’influenza dei Paesi ex sovietici, ha accentuato, di conseguenza, l’atteggiamento anti-russo dell’Alleanza.

NATO-300x300Si trattava, per la NATO, anche di un modo per mettere dietro di sé gli strascichi della bruciante “mezza vittoria” in Afghanistan, un’impresa che si sapeva, fin dall’inizio, essere ben superiore alle capacità dell’Alleanza, e che si è logicamente conclusa con un ritiro prematuro ancorché inevitabile, che ha reso ancor più precaria la stabilità nell’area centro-asiatica.

Ma il mondo gira per conto suo, e gli eventi impongono nuove sfide, e la NATO si è trovata invece coinvolta nelle lotte intestine nel MENA (il Medio Oriente e Nord Africa), dove infuriano sia le lotte tra Sunniti e Sciiti, sia i tentativi di acquisire la predominanza nella “Galassia Sunnita”.

Prima la NATO ha operato per contenere la pirateria nell’Oceano Indiano, quindi si è lasciata coinvolgere nelle iniziative per sconfiggere Gheddafi, in Libia, su pressioni franco-britanniche, e ora deve interporsi tra Grecia e Turchia, con quest’ultima che riversa su Atene – e sull’Europa – parte dei circa 2 milioni di rifugiati che la hanno invasa.

La tensione greco-turca all’interno della NATO è sempre esistita: l’unico confine interno all’Alleanza fortificato e segnato da estesi campi minati è sempre stato quello tra le due Nazioni, in Tracia. In aria, numerosi sono stati i duelli aerei tra i caccia dei due Paesi, e l’Egeo ha visto più di uno scontro tra navi da guerra greche e turche.

nato3Il fatto che le forze navali della NATO si interpongano nelle acque che separano i due Paesi, sia pure in nome di una missione umanitaria di soccorso, è un modo per preservare la coesione dell’Alleanza, dandole al contempo un ruolo di protezione dell’Europa.

Non è facile, per la NATO, avere al proprio interno una Nazione, la Turchia, che compie atti ostili contro l’intera Europa, per danneggiarla, e cerca di porsi, al tempo stesso, come il leader della “Galassia Sunnita”, il cui atteggiamento non è certo filo-occidentale. Questo spiega anche perché Ankara abbia creato incidenti con la Russia, e si sia persino esposta all’accusa – forse non del tutto immotivata – di fare affari con gli estremisti islamici di al-Baghdadi.
Segnata dall’esperienza negativa in Afghanistan e con il rischio di vedere la propria coesione minata dalle iniziative turche, la NATO sta quindi attraversando un momento particolarmente difficile. A suo vantaggio, però, giocano quattro  fattori che ne garantiscono la longevità, dei veri e propri “assi nella manica”:

1716096–    il primo è il suo ruolo di “Ponte transatlantico”. Con l’Europa e gli Stati Uniti che non riescono, da più di dieci anni, a concludere un accordo commerciale, solo la NATO è il forum nel quale l’intero Occidente può discutere i principali problemi del mondo e arrivare a decisioni comuni, in modo da agire coerentemente con gli interessi di tutti i suoi membri;

–    il secondo è che la NATO possiede la migliore struttura militare di comando e controllo multinazionale disponibile per l’Occidente, collaudata da cinquant’anni di Guerra Fredda e provata sul campo in numerose operazioni, tra il 1993 e oggi. Basta guardare l’ONU, che non ha mai osato dotarsi di un tale strumento, per capirne l’importanza;

Novorossia-1-®-Eliseo-Bertolasi–    il terzo fattore è la predominanza politica sulle attività militari, garantita dal Consiglio Atlantico, una sicurezza che i militari non andranno mai al di là del mandato loro affidato. Questo sembrerà un aspetto di dettaglio, ma chi studia la Storia sa bene quante volte i militari, con il loro attivismo, sia pure a fin di bene, abbiano creato situazioni politiche deleterie per il perseguimento dei fini politici (il cosiddetto “Mission Creep”);

–    il quarto e ultimo fattore è che i Paesi occidentali, specie quelli europei, non possono fare più nulla da soli, in campo militare. Lo strumento multi-nazionale non è solo una questione di facciata, per mostrare alle opinioni pubbliche la determinazione dell’Occidente, ma è una necessità assoluta, dato che ormai i Paesi europei, senza i contributi degli Stati Uniti, sono impotenti. Non a caso, Emma Bonino ha affermato, anni fa, che “l’Europa è un gigante economico, un nano politico e un verme militare”!

Inherent_ResolveL’alternativa alla NATO sarebbero le coalizioni, e gli Stati Uniti, negli ultimi decenni, ne hanno fatto largo uso. Per le coalizioni, però, vale il detto di uno studioso dell’800, Jomini, il quale disse: “Quando si interviene con un contingente mediocre, per effetto di trattati stipulati, non si è altro che un accessorio, e le operazioni sono dirette dalla potenza principale. Quando si interviene in una coalizione e con un’armata imponente, il caso è differente” (A.H. Jomini. Précis de l’Art de la Guerre. Ed. Ivrea, 1994, pag. 30).

Questo significa che gli interessi dei Paesi minoritari, in una coalizione, sono poco tutelati, mentre quelli della Potenza principale prevalgono su tutto. In un’Alleanza qual è la NATO, invece, esiste il diritto di veto, per cui anche il suo Stato membro più piccolo, per tutelare i propri interessi essenziali, è in grado di bloccare un’iniziativa, quando questa possa lederli.

Lunga vita alla NATO, quindi, perché proprio la nostra debolezza militare, in un mondo sempre più turbolento e pericoloso, ci fa vedere nella sua esistenza la migliore garanzia della nostra sicurezza.

Foto: AP, AFP, NATO, Eliuseo Bertolasi, US DoD, RT, Novosti, Ministero Difesa Russ, Stato Islamico, Xinhua e Reuters.

Ferdinando Sanfelice di MonteforteVedi tutti gli articoli

Ammiraglio di Squadra, è attualmente docente di Storia delle Istituzioni Militari presso l'Università Cattolica di Milano e di Strategia presso l'Università di Trieste – Polo di Gorizia. E' stato Rappresentante Militare per l'Italia presso i Comitati Militari NATO e UE e Comandante dell'operazione navale della NATO Active Endeavour. Autore di numerosi libri e saggi di argomento strategico e militare, pubblicati su riviste italiane, francesi e americane, è membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Storia Militare, dell'Académie de Marine di Francia e della Giuria del Prix Davéluy.

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