IN LIBIA ARMEREMO GLI ISLAMISTI?

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Il summit di Vienna ha dimostrato ancora una volta che in Libia l’Italia e l’Europa restano spettatori: non invieremo forze militari a combattere l’Isis e neppure a proteggere la sede della missione dell’Onu.

Né gli statunitensi né gli europei hanno infatti reso disponibile un solo militare per proteggere il compound delle Nazioni Unite nella capitale libica che ospiterà l’inviato speciale Martin Kobler e il suo staff, incluso il consigliere militare, il generale italiano Paolo Serra.

Le loro vite verranno infatti protette dalla polizia militare del Nepal, unico Stato che ha risposto alla richiesta del Palazzo di Vetro per 200 guardie armate.

Fa un po’ sorridere vedere come le potenze occidentali non abbiano il coraggio o la capacità di schierare un solo soldato a Tripoli neppure sotto il rassicurante e super partes casco blu e si siano impegnati ancora una volta a riaprire le ambasciate a Tripoli ma solo tra qualche mese, “quando il governo potrà garantire la sicurezza”.

Il vertice di Vienna è stato voluto soprattutto dall’Italia, impegnata a nascondere sotto una montagna di parole l’evidente crollo di influenza nella sua ex colonia, frutto di una serie di errori di valutazione che l’hanno tagliata fuori dai giochi che contano (se si esclude il peso residuo dell’ENI) con i diversi contendenti libici.

L’anno scorso ci siamo bruciati le simpatie delle forze islamiste di Tripoli dove il governo islamista di Khalifa Ghweil (ora riparato a Misurata per lasciare spazio al Governo di Salvezza Nazionale di Fayez  al-Sarraj), sostenuto da Turchia e Qatar e appoggiato dalle milizie Salafite e dei Fratelli Musulmani, si vendicò negandoci l’aiuto per liberare i 4 ostaggi italiani catturati presso Melitha, nei pressi di Sabratha.

All’epoca Roma appoggiava il governo laico di Tobruk insieme a Egitto, Emirati arabi Uniti e Francia, che poi abbiamo abbandonato per sostenere il governo di al-Sarraj, nato debole in Marocco dagli accordi di Skhirat.

Ci siamo così giocati anche la Cirenaica, sotto il controllo di Tobruk e dell’esercito del generale Khalifa Haftar al quale a Vienna il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha assicurato un posto nel nuovo esecutivo se lui e il parlamento di Tobruk avessero riconosciuto al-Sarraj.

Con il consueto balletto delle alleanze che ha caratterizzato la nostra politica estera oggi Roma conta ben poco in Libia.


Non ha perso l’occasione per segnalarlo il Daily Telegraph, quotidiano filo governativo britannico che lunedì ha ospitato un articolo di al-Sarraj e che il 17 maggio  ha titolato “gli italiani sono in ritirata” un editoriale che commenta il declino dell’influenza di Roma in Libia.

Se teniamo conto che in Cirenaica (dove cresce l’influenza francese) si bruciano i tricolori italiani appare evidente che Londra e Parigi puntano a completare l’opera di estromissione dell’Italia dalla Libia avviata con la guerra contro Gheddafi del 2011.

Del resto al-Sarraj ha i suoi veri sponsor nell’asse Stati Uniti-Turchia-Qatar, patrocinatore dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo islamico, mentre Tobruk si appoggia su Abu Dhabi, Parigi, Mosca e Il Cairo.

L’Italia appare oggi come uno spettatore passivo di fronte al degenerare della situazione in Nord Africa.

La crisi nei rapporti con l’Egitto in seguito al caso Regeni e al nostro salto della quaglia in favore degli islamisti in Libia sta portando all’intensificazione del traffico di immigrati clandestini diretti in Italia e salpati dalle coste egiziane.

Fenomeno non nuovo, finora sporadico rispetto ai flussi provenienti dalla Libia, ma che solo nei giorni scorsi ha visto sbarcare in Sicilia 800 persone, per lo più siriani e iracheni, raccolti in mare a bordo di due barconi. Ieri è arrivata in Puglia persino un’imbarcazione proveniente dalla Turchia.

Ormai siamo lo zimbello dei fuorilegge di tutto il Mediterraneo: la nostra flotta raccoglie i clandestini senza respingimenti né espulsioni e poi Roma se la prende con gli austriaci che vogliono fare “il muro” al Brennero o con l’Europa che non accetta di dividere gli immigrati illegali che dai tempi di Mare Nostrum richiamiamo ormai da ogni dove.

Per far finta di contare qualcosa a Vienna il ministro Gentiloni ha ribadito la disponibilità italiana ad addestrare le forze di al-Sarraj, “se ce lo chiederà”, anche se però al momento tali forze non esistono.

Nonostante il supporto della comunità internazionale al-Sarraj se ne resta infatti nel porticciolo di Abu Sittha e la sua “guardia presidenziale” è composta da qualche decine di guardie del corpo che controllano solo qualche palazzo di Tripoli dove molte milizie non consentono al governo di unità nazionale di insediarsi.

Al-Sarraj non ha un esercito ma pretende armi che USA e Italia vogliono dargli e vorrebbe istituire un comando unificato per la guerra allo Stato Islamico a cui dovrebbe obbedire l’esercito di Tobruk guidato dal generale Haftar.

Il quadro resta confuso: nessuna fazione libica vuole interventi militari stranieri ma il rischio è che si finisca per armare, rafforzandole, le milizie Salafite e dei Fratelli Musulmani per la gioia di Turchia e Qatar che vogliono combattere non tanto l’Isis quanto le forze filo egiziane di Haftar appoggiate dagli egiziani.

Per intenderci Salafiti e Fratelli Musulmani combattono al fianco di al-Qaeda a Bengasi mentre considerare le milizie di Misurata agli ordini del governo di al-Sarraj è una forzatura poiché obbediscono solo agli interessi tribali, hanno già subito molti rovesci combattendo lo Stato Islamico e sembrano più preoccupate di fare la guerra all’esercito di Haftar che ai jihadisti.

Il rischio quindi è di fornire armi agli islamisti potenziando la guerra civile invece che le operazioni contro lo Stato Islamico.

Sembrerebbe confermarlo anche la richiesta del vicepremier Mussa al-Kony che il 17 maggio ha presentato una prima “lista della spesa” delle armi comprendente anche aerei da combattimento ed elicotteri da attacco. “Abbiamo bisogno di ogni tipo di armamento ma come priorità vogliamo piloti, elicotteri e aerei da guerra”, ha detto Kony.

Armi utili forse anche a combattere l’Isis ma che le milizie libiche avrebbero molte difficoltà a gestire anche se c’è da scommettere che ad Ankara e Doha sono già pronti “pacchetti” di forniture con piloti, tecnici e consiglieri militari.

E’ del resto sempre più evidente l’ambiguità del sostegno internazionale ad al-Sarraj e le stesse Nazioni Unite avrebbero dovuto intuire che affidare un Paese sostanzialmente laico a un governo di “salvezza nazionale” che prevede (punto 5 degli accordi di Skhirat) che “la sharia sia l’unica fonte del diritto e tutte le altre fonti sono nulle” non avrebbe aiutato a cementare l’unità nazionale.

Con principi del genere è più facile che al-Sarraj trovi larghe intese con le milizie dello Stato Islamico e di al-Qaeda che con l’esercito di Tobruk tenuto conto che Haftar considera “terroristi” tutte le milizie islamiste.

Foto: Ansa, Lapresse, Reuters, Stato Islamico, Libya Herald, Akanews e AP

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

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