TUNISI TEME IL RITORNO DEI FOREIGN FIGHTERS DELL’ISIS

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La Tunisia è il Pese che ha offerto il numero più rilevante di miliziani stranieri alle milizie dello Stato Islamico (Is) che combattono in Siria, Iraq e Libia.

In seguito alle recenti sconfitte subite dai jihadisti il rischio per Tunisi è rappresentato dalla minaccia interna proveniente dai foreign fighters che ritornano nel Paese. L’allarme arriva dagli analisti locali mentre dalle autorità di Tunisi si sta ancora aspettando un piano per gestire l’emergenza.

Si stima che siano più di tremila i miliziani tunisini che combattono per l’autoproclamato Califfato in Iraq e in Siria, mentre i 500 presenti in Libia compongono la maggior parte dei jihadisti impegnati sul campo.  Secondo il ministero degli Interni tunisino, all’inizio del 2015 erano circa 600 i miliziani tornati in Tunisia da diversi fronti.

La legge prevede il carcere per chi rientra in patria, come qualunque ”cittadino che si è messo a disposizione di un’organizzazione terroristica straniera”.

A novembre del 2015 le autorità hanno messo agli arresti domiciliari 92 persone appena rientrate in patria e dopo un attentato dinamitardo contro un bus delle guardie presidenziali costato la vita a 12 persone.

Hadi Yahmed, ricercatore esperto di gruppi islamici, ritiene che il ritorno di giovani combattenti tunisini dalla Siria, dall’Iraq e dalla Libia rappresenti la più grande sfida alla sicurezza della Tunisia oggi.

Yahmed, che ha scritto un libro sul movimento jihadista in Tunisia, ha detto ad al-Monitor che ”la questione più seria è che le autorità di sicurezza tunisine non hanno un piano chiaro per affrontare il pericolo rappresentato da chi ritorna.

I numerosi attentati terroristici che hanno di recente colpito il Paese dimostrano che chi torna dalla Libia, dalla Siria e dall’Iraq ha preso parte ad azioni terroristiche”.

Saifuddin Rizki, che nel giugno del 2015 attaccò un resort di lusso a Susa uccidendo 38 turisti, tra cui 30 britannici, era stato addestrato dall’Is in Libia nel campo di Sabratha colpito in febbraio da un r<id aereo statunitense.

Nello stesso campo furono istruiti i miliziani tunisini infiltrati a Guerdane nel marzo del 2016 per attaccare le forze di sicurezza. Quello che servirebbe, afferma Yahmed, sono ”sistemi di sorveglianza aggiornati” ma anche un programma di reinserimento nella società di chi torna in patria.

Mandarli in prigione insieme a detenuti ordinari rischia solo di far aumentare il numero di reclute” per l’Is. Un progetto di reinserimento sociale di assassini e terroristi che si preannuncia piuttosto arduo ma  condiviso del resto anche in Europa dal coordinatore per l’antiterrorismo della Ue, Gilles DeKerchove.

(con fonte AdnKronos/Aki)

Foto AFP/Getty

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