DEFINIRE “DOMINIO” IL CYBERSPAZIO PER POTERLO OCCUPARE

Giovanni_Nacci

di Giovanni Nacci

Non la si può certo definire una sorpresa, la cosa era nell’aria già da molto tempo, ma alla fine la decisione è stata presa e durante il recente summit di Varsavia la NATO ha ufficialmente elevato  il “cyberspace” (o “spazio cibernetico”, come i nostri apparati di intelligence e lo stesso Legislatore hanno frettolosamente tradotto) al rango di “dominio delle operazioni” insieme a terra, maree e aria.

Due tipi di conseguenze: la prima è di natura strategica ed immediata, la seconda la definiremmo “quasi ontologica” e con effetti più a lungo termine. Di fatto con questa decisione la NATO si riserva la possibilità di avviare una reazione di difesa collettiva (anche convenzionale) in risposta ad un “attacco cibernetico” portato ai danni di uno dei Paesi dell’Alleanza.

Una posizione che appare come minimo difficile da conciliare con quanto pubblicamente dichiarato dal Sottosegretario alla Difesa di un Paese membro (il Sottosegretario Domenico Rossi) relativamente alla ancora irrisolta questione della “…difficoltà di attribuzione degli attacchi e delle relative responsabilità, lo status giuridico degli operatori cibernetici, la definizione del principio della proporzionalità tra offesa e difesa”.

La seconda conseguenza, quella di natura ontologica, sta nel fatto che l’aver equiparato lo “spazio cibernetico” ai domini, diciamo così, “convenzionali” sembra voler indicare che tra questi e il cyberspazio debbano osservarsi le stesse soluzioni di continuità (diremmo gli stessi cambiamenti di status della materia) che si osservano tra terra e mare, tra terra e aria e tra mare e aria.

Se fosse così, gli esperti di questioni cyber dovrebbero poterci indicare con precisione i confini del “dominio cibernetico” (cosi come è possibile fare tra terra, mare e aria) o quantomeno dovrebbero essere in grado di dirci quali sono le proprietà che del cyberspazio dobbiamo osservare per accorgerci di quei confini. Così, giusto per evitare di incappare in un dominio, credendo invece di essere ancora nell’altro.

In realtà questi confini non esistono affatto. Nell’era della quarta rivoluzione dell’informazione in cui ormai Infosfera , Inforgs e Onlife  sono i concetti che descrivono la realtà (e lo hanno capito anche i “big” di Internet, a partire da Google) solo gli esperti  degli studi strategici e di intelligence di mezzo mondo si ostinano ancora a considerare lo “spazio cibernetico” come qualcosa di terzo ed esterno alla “realtà reale”.

La riprova sta nella veemenza con la quale si affannano a distinguere ciò che nel mondo è da considerare on-line (cioè all’interno del dominio del cyberspace) da ciò che invece è off-line. La verità – come sostiene il filosofo Luciano Floridi (nella foto a sinistra) – è che siamo tutti “…organismi informazionali reciprocamente connessi in un ambiente (infosfera) che condividiamo con altri organismi sia naturali sia artificiali, che processano informazioni logicamente e autonomamente”.

Di conseguenza, quello che chiamiamo “spazio cibernetico” non è affatto uno spazio “diverso” o uno spazio “altrove” e, stante l’assenza di confini osservabili, non è nemmeno un dominio in senso stretto.

Tutt’al più il cyberspace può essere considerato come uno strato (un layer) che in qualche modo accomuna tutti i domini operativi.

In effetti una terza, importante, conseguenza di questa avventata decisione c’è. La scelta di far assurgere il cyberspazio al rango di “dominio” si porta inevitabilmente dietro una lunga coda di occasioni, opportunità, progettualità e anche finanziamenti. Sarà forse per questo che è stata accolta con grande entusiasmo – ma anche con grande passività intellettuale – dal comparto.

Passata la prima eccitazione, però, sarebbe forse il caso di approcciare alla questione con un minimo di senso critico. Interrogarsi sulle conseguenze strategiche che questo tipo di scelta comporta ha senso.

Ma certamente ha anche senso domandarsi quali siano le motivazioni che hanno portato una organizzazione come la NATO a fare una scelta così poco difendibile dal punto di vista concettuale.

Per rispondere a questi interrogativi bisogna prima fermarsi a riflettere sul concetto di “dominio”.

Il termine “dominio” ha tre accezioni principali: una relativa all’esercizio di un potere attraverso una autorità legale, una riferibile a concetti di sovranità ed egemonia su qualcosa o su qualcuno ed infine una relativa al concetto di “territorio su cui viene esercitato un potere normativo o di controllo”.

Altre accezioni possono essere fatte derivare dall’etimo della esplicita derivazione latina del termine (Dòminus, “signore e padrone”) o dall’impiego che alcune discipline ne fanno del termine. In matematica, ad esempio, il “dominio” è uno dei due insiemi – l’altro è il codominio – su cui è definita una funzione.

Stando a queste definizioni se il cyberspazio fosse effettivamente un dominio allora al suo interno: a) dovrebbero essere chiaramente osservabile una autorità legale univocamente riconosciuta (e questo palesemente non accade), b) dovrebbe potersi osservare la manifestazione di una forza superiore, egemone e sovrana (e anche questo non sembra accadere) oppure c) dovrebbe in qualche modo potersi tracciare il perimetro di un “territorio” (anche “virtuale”, ci mancherebbe) all’interno del quale una entità di un qualche tipo dimostri di poter esercitare un potere normativo e di controllo (e, di nuovo, entrambe le cose non sembrano accadere).

Stessa cosa anche per le altre accezioni: nel cyberspazio non sembra infatti oggettivarsi alcun “signore e padrone”. Anzi, come noto, il cyberspazio è una “comunità libera, aperta e autorganizzante” per default e nessuno vorrebbe che ciò accadesse.

Chiunque intenda azzardarsi a segnalare l’ingenuità (come minimo) di una simile visione sappia che si espone a suo rischio e pericolo a critiche ferocissime e talvolta anche violente. Nemmeno la matematica aiuta il cyberspazio a diventare un dominio: se infatti lo fosse, dovrebbe esistere anche il relativo codominio – una specie di co-cyberspazio – di cui però ancora nessuno parla (forse perché la NATO non lo ha ancora teorizzato?).

Ma allora perché tanta fretta nell’aggiungere un ulteriore dominio alle possibilità operative della NATO? Niente di troppo diverso da una colossale operazione di marketing (marketing strategico, of course): c’è sempre bisogno di creare nuovi mercati.

Le macro-organizzazioni infatti (Stati compresi) sono infatti continuamente impegnate nella spasmodica ricerca di nuovi spazi vergini (i presunti domini, appunto…) all’interno dei quali poter sviluppare ed esercitare una qualche forma di potere (e quindi – con una certa probabilità – anche di conflitto) possibilmente con modalità più “economiche” di quelle precedenti ma con risultati che siano almeno non inferiori.

Il “dominio cibernetico” è soltanto uno di questi nuovi spazi.

Il “dominio cibernetico” è un artefatto all’interno del quale (e attraverso il quale) le macro-organizzazioni (NATO compresa) si sentono maggiormente libere di esercitare un certo tipo di potere in un modo tutto sommato più spontaneo, con meno limitazioni (e – chissà – in modo tutto sommato meno responsabilizzante) rispetto al “potere convenzionale”, ovvero a quello riconducibile ad una natura prettamente bellica (in qualsiasi forma ed intensità essa venga declinata) o comunque di conflitto.

In altre parole il cyberspazio – in quanto “artefatto” ancora allo stato di semilavorato – rende di nuovo possibile, all’interno di quello specifico contesto, uno sforzo di normazione da parte delle macro-organizzazioni (e il normare è certamente un esercizio di potere, oltre che una delle funzioni principali delle macro-organizzazioni).

Nuove regole, nuovi limiti, nuove prassi, nuove sovrastrutture etiche che potranno poi essere rispettate o – ancor meglio – rifiutate, trasgredite, censurate, rinnegate alla bisogna.

L’artefatto spazio-cibernetico viene dunque percepito e interpretato – o almeno questo accadeva fino a ieri – come una specie di partizione protetta della “realtà vera”: un layer, appunto.

Una partizione che pur ereditando ogni proprietà dalla realtà, viene artificiosamente tenuta in un limbo: qualcosa di molto simile ad una “coltura da laboratorio” (dove per laboratorio s’intende l’insieme dei server, dei computer, dei dati, delle informazioni, dei soggetti, degli oggetti e delle “cose” a vario titolo interconnesse, oltre che di tutte le relative relazioni che tra tali oggetti intercorrono).

Un laboratorio dedicato all’esercizio sperimentale degli equilibri di potere dove si può “esistere in potenza” e al tempo stesso – proprio in virtù di ciò – sperare di poter esercitare una influenza, quindi un potere concreto, anche sulla realtà “convenzionale”.

Questo almeno fino al momento in cui qualcuno si accorgerà che l’artefatto sta acquisendo valore strategico, che sta diventando uno strumento di potere concreto, un potere “dual use”, utilmente impiegabile – proprio perché non esistono soluzioni di continuità – anche nel contesto della realtà “reale”.

Un potere talmente appetibile per il quale – al fine di giustificare le azioni che saranno poste in essere per conquistarlo – si è furbescamente disposti a far passare l’artefatto per un dominio. Dominio che – per definizione – deve necessariamente essere… dominato.
Benvenuti nel “Risiko cibernetico” del 21° secolo: schierate le vostre armate.

Foto: CyberwarNews, Diginomica, theinvestigators.co.nz, Fortune, Emaze, DataSCienceCentral, Nato e Time

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